buzzoole code
Il dilemma delle fake news

Il dilemma delle fake news

La diffusione di fake news e bufale è un allarme sociale e politico che anche nel nostro Paese si sta rivelando dirimente e sul quale si sta discutendo. Ecco come la penso.

David Duente e Paolo Attivissimo hanno pubblicato lo scorso Dicembre una interessantissima inchiesta scoprendo chi si cela dietro alcuni siti che fanno disinformazione svelando il meccanismo che sta dietro questo network.

Il fenomeno è sulla bocca di tanti oggi. Persino Google e Facebook stanno correndo ai ripari.

Internet è stata, e continua a essere, una grande rivoluzione democratica, che va preservata e difesa da chi vorrebbe trasformarla in un ring permanente, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi.” (Sergio Mattarella)

Facebook non può essere più considerato un semplice veicolo di contenuti” (Andrea Orlando, Ministro della Giustizia)

Anche se è assai difficile stabilire se le fake news abbiano influenzato recenti consultazioni popolari in varie parti del mondo, è però arduo sostenere che la diffusione di notizie false sia un bene per la democrazia. Le bugie in Rete non sono un bene per la libertà di informazione, che ha sempre due volti. Da un lato c’è il diritto di informare ma, dall’altro lato, c’è il diritto ad essere informati correttamente e a non essere ingannati.“ (Giovanni Pitruzzella, presidente Antitrust)

I milioni di cittadini che tutti i giorni usano Facebook o Youtube sanno benissimo come funzionano Facebook o Youtube e non credo accetterebbero l’idea che qualcuno preventivamente decidesse cosa pubblicare e cosa censurare”. (Antonello Giacomelli, sottosegretario alle Comunicazioni)

Ho concentrato il mio impegno nella battaglia contro il discorso di odio, la disinformazione e le bufale. È ormai evidente che si tratta di problemi da affrontare con urgenza, tanto a livello nazionale che mondiale“. (Laura Boldrini)

E c’è chi (al contrario dei demonizzatori del web più tradizionali, soliti additare i social come responsabile dei mali del mondo) addirittura ha incolpato i media tradizionali.

I giornali e i tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene. Sono le loro notizie che devono essere controllate. Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa.” (Beppe Grillo)

Non sono mancate le reazioni del mondo del giornalismo e delle istituzioni:

L’Ordine nazionale dei Giornalisti ricorda che esiste già un ordinamento che tutela chi si ritiene danneggiato dagli organi di informazione. Inoltre l’OdG rammenta che giace in quarta lettura dal 23 giugno 2015 in Senato la nuova legge sulla diffamazione. […] L’unico Tribunale riconosciuto dall’OdG è quello dell’ordinamento giudiziario ferma restando la singola responsabilità dei giornalisti che non rispettano le regole deontologiche e che vengono sanzionati dai Consigli di Disciplina.” (Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti)

Sono le minacce e le intimidazioni, come quelle che lui velatamente lascia trasparire, a far precipitare il Paese nelle classifiche internazionali.” (Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti della Federazione Nazionale della Stampa Italiana)

Queste le reazioni alla provocazione (la considero tale, senza voler entrare nel campo politico) di Beppe Grillo. Ma il fenomeno bufale e notizie fake non esiste solo da oggi. E’ banalmente amplificato.

Il 4 Dicembre il New York Times ha pubblicato un interessante articolo che ricorda come “in passato, i governi, le istituzioni tradizionali e giornali manipolato notizie e informazioni. Oggi, chiunque abbia un account Facebook può farlo. Al posto della notizia falsa accuratamente organizzata di un tempo, vi è ora un deflusso anarchico di bugie. Ciò che è cambiato è che i gatekeepers di notizie hanno perso il loro potere

Sono tra chi rivendica la libertà di informazione e la libera espressione (qui l’ho voluto dire chiaramente ed argomentare) come principi base di democrazia, ma è altrettanto vero che si debbano creare degli anticorpi.
Fermo restando che esiste un codice deontologico giornalistico a cui tutti gli esercitanti tale professione debbono attenersi e che esiste un Ordine professionale che sovrintende sono altrettanto convinto che debba aumentare la consapevolezza del lettore e si debba applicare un metodo di verifica di ciò che si sta leggendo.

Rudy Bandiera qui lo spiega molto bene e penso che sia bene formare le coscienze degli utenti aiutandoli a comprendere.

Il popolo bue è una definizione (usata se non erro da Mussolini nel 1925) che spesso viene ripresa ma che ogni volta mi fa rabbrividire.

Io non mi voglio rassegnare al fatto che l’opinione pubblica possa essere facilmente condizionata.
Giovanna Cosenza in un post del 2011 cita il fatto che “le persone credono di più a ciò che hanno già sentito ripetere più volte. Alcuni studi hanno addirittura verificato quante volte un messaggio debba essere ripetuto per ottenere la massima credibilità: non troppe – pare fra le 3 e le 5 – perché altrimenti si corre il rischio di ottenere l’effetto contrario (vedi The Illusion of Truth).

Ecco perché punto sull’autodeterminazione degli utenti e sulla loro consapevolezza (da formare).

Siccome dotarsi di censori sarebbe come limitare la libertà di informazione è altrettanto vero che il web è difficile da fermare. E poi questi censori dovrebbero censurare cosa? Si aprirebbe un problema enorme di soggettività e di valutazioni che scadrebbero nell’ideologico.

E siamo sicuri che poi i cittadini avrebbero capacità corrette di giudizio?

Il problema sta nel svolgere in modo etico una professione e dall’altra parte nell’essere quel minimo preparati ad annusare quando si è in presenza o meno di bufale.
Io ho fiducia che tutto ciò sia possibile.

(Immagine: fonte newyorker.com)

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

More Posts

Follow Me:
TwitterFacebookLinkedInPinterest

Giornalismo e tifo

Giornalismo e tifo

Si può essere giornalisti e tifosi nello sport come in politica? E’ possibile mantenere l’oggettività raccontando cose che ci appassionano o in cui crediamo?

Era il 2002 e su Repubblica Maurizio Crosetti scriveva così: “Nella storia del giornalismo sportivo non mancano casi di firme illustri che hanno sempre saputo tenere separate passione (sportiva) e professione. Sandro Ciotti era laziale, come altre famose voci di “Tutto il calcio”, ad esempio Claudio Ferretti ed Ezio Luzzi, ma dalle loro radiocronache non si capiva di certo, e neppure si intuiva il cuore genoano di Enrico Ameri. E nessuno ha mai potuto rimproverare Roberto Beccantini di scarsa obiettività, pur essendo egli juventino nel profondo. All’epoca dello storico Novantesino Minuto condotto da Paolo Valenti (amava la Fiorentina) e Maurizio Barendson (lui era del Napoli), molti corrispondenti non nascondevano le loro passioni, dal napoletano Luigi Necco all’ascolano Tonino Carino, però sempre con eleganza: nessuno di loro avrebbe mai esultato contro qualcuno…

Ho nella mente l’immagine di Paolo Valenti alla conduzione di quel Novantesimo Minuto che in tanti di noi agognavano la domenica pomeriggio per riuscire a vedere le gesta dei propri idoli calcistici.
Oltre a questa immagine non è da oggi che rifletto sul tema (in cui la casistica sportiva è l’esemplificazione più semplice da portare).
Mi chiedo spesso come un giornalista debba utilizzare la penna nel modo più deontologico possibile lasciando da parte la propria soggettività o addirittura il proprio tifo o passione.

E dopo aver letto un’intervista di qualche anno fa di Paolo Bargiggia (che ringrazio)  su calciatori.com ho deciso di rivolgermi a dei colleghi (sicuramente illustri ed autorevoli rispetto al sottoscritto e che qui ringrazio sentitamente per avere espresso il loro pensiero) per farmi aiutare in questa riflessione.
Ho posto sinteticamente tre domande e vorrei riportare qui alcune delle loro risposte, arrivando poi ad alcune conclusioni personali.

1) E’ possibile mantenere una certa obiettività raccontando una passione?

Inizia Franco Montorro (direttore di Bolognain.info, ma ci ricordiamo bene le sue esperienze nel mondo della palla a spicchi e di Hurrà Juventus per citare qualche pillola del suo curriculum). “Deve essere obbligatorio. Io ho da anni nel cassetto un libro sul giornalismo sportivo intitolato “Il tifo è un cappotto”, da lasciare appeso in sala stampa e da rimettersi solo quando si è battuto l’ultimo tasto dell’articolo o pronunciata l’ultima frase della radio/telecronaca.”
Ivan Zazzaroni (già opinionista Rai) “La soggettività la esprimi nel preciso momento in cui parli e scrivi; l’obiettività, disse Elgozy, è il camuffamento della soggettività
Per Ivano Maiorella (capo ufficio stampa di Uisp nazionale) “deve essere possibile, prima si è giornalisti e poi tifosi. O meglio il giornalista sa osservare e raccontare la realtà, calcistica ed anche politica, usando gli strumenti del giornalismo. Sa incrociare le fonti, ascoltare e confrontare diversi punti di vita, cogliere i fatti e separarli da proprie opinioni personali.” Bruno Bartolozzi, capo redattore a Stadio nella sede bolognese, ne fa una riflessione interessante: “Raccontare le passioni è anche scienza: se ne occupa in ambito filosofico la morale, la psicologica e l’estetica. Questo non significa che chi faccia questo sforzo scientifico e critico non abbia passione o passioni. Sono gli argomenti, i contenuti e l’impianto logico con cui sono sostenuti a fare la differenza. E il giudizio di chi li esamina a giudicarli compromessi con alcune affezioni, ma anche se lo fossero resta come dire, una clausola di salvaguardia. Se un dispositivo argomentativo funziona mi interessa poco chi lo propone.. Questo vale anche per lo sport che, a mio avviso, è una speciale forma di spettacolo e quindi può essere assimilato a fenomeni di rilevanza estetica, ma anche politica. In definitiva, in astratto, l’obiettività nel raccontare fatti di sport è un falso problema. Interessa quello che si dice e come lo si dice. Poi posso prendere per buono o meno un certo ragionamento e riflettere su alcuni contenuti.
Prosegue in questa riflessione aperta anche Massimo Sampaolesi (giornalista e comunicatore) “Basta ricordare che raccontiamo, comunque, dei fenomeni, accadimenti. E li raccontiamo ad una platea eterogenea dove ogni individuo ha un proprio parere e una propria verità analitica. Ribalto la questione: da genitori, possiamo criticare positivamente o negativamente i nostri figli? Sì, perché è necessario e costruttivo. Dunque, posso raccontare obiettivamente una mia passione. Sì, perché è necessario e costruttivo.
Di diversa opinione Alberto Masu (giornalista de L’Unione Sarda): “Si può essere tifosi ma fuori dal lavoro. Nel momento in cui svolgo il mio lavoro la passione deve essere messa da parte per garantire l’obiettività. Altrimenti si fa altro
Pragmatico il giornalista e blogger Rudy Bandiera: “Senza dubbio no. Ma il bello delle passioni è questo, ovvero il fatto che ci si metta il cuore e non solo il cervello. Se poi per obiettività intendiamo il capire che una passione può essere tale, allora si.

2) In ambito sportivo ad esempio sente la mancanza di quei giornalisti che un tempo non sentivano il bisogno di manifestare (talvolta nascondendola appositamente) la propria fede calcistica?

Ecco la risposta di Alessio Bertini (giornalista del gruppo Italia 7 Gold): “Personalmente sí ma credo di essere quasi una mosca bianca. La saturazione d’informazione sportiva, dovuta in larga misura dalla segmentazione di contenuti agevolata da nuovi media e ICT, ha portato alla definizione di un pubblico estremamente tifoso, tanto ampio quanto redditizio: ovvio che i contenuti che si vogliono dedicare a questo tipo di utente siano giocoforza passionali e quindi “di parte”.
Daniele Garbo (già giornalista sportivo Mediaset) invece la pensa così: “Credo che molti giornalisti sportivi si avvicinino alla professione essendo tifosi. Poi la maggior parte riesce a essere distaccato, o a smettere di essere tifoso, mentre qualcuno non ce la fa a a essere equidistante.
Questa l’opinione di Silvestro Ramunno (già Caporedattore al Domani poi l’Informazione di Bologna): “Guardo molto sport, non vedo un’emergenza giornalisti-tifosi. Vedo piuttosto la tendenza del giornalista sportivo ad entrare in ambiti non suoi senza limitarsi al solo racconto. Inoltre vedo un eccessivo peso dato ai numeri, agli algoritmi, nei tecnicismi, nei moduli…..
Vincenzo Pricolo de il Giornale pensa che “il contesto mediatico attuale sia completamente diverso. Se uno riesce a nascondere la propria passione ok, ma poi deve essere molto attento a non farla trapelare dalle sue cronache o dalle sue interviste. Considerato tutto, forse è meglio dichiararla”.
E Alessandro Dall’Olio (già redattore di Repubblica): “Un poco. Anche se ci sono giornalisti, dotati di una capacità letteraria talmente alta, ai quali si perdonano certe “passionalità”. Ma non è cosa da tutti.

3) Un giornalista che scrive su Repubblica o su Libero (ad esempio) secondo Lei deve per forza assecondare la linea “politica” dell’editore? Non intravede in questo un problema deontologico? Quali possono essere i confini?

Per Michele Smargiassi (Repubblica) la “questione è vecchia come il giornalismo. Il rapporto fra la linea editoriale e il lavoro del singolo giornalista è un po’ più complicato e dialettico dell’ “assecondare”. Salvatore Vernazza (della Gazzetta) sottolinea come “non si è del tutto credibili se si è dichiaratamente schierati”.
Per Lorena Politi di Novara Today “il giornalista deve riportare la realtà per quella che è senza riportare opinioni che possano far intuire da quale parte politica stia”.
Stefano Agresti (Calciomercato.com) è decisamente di differente opinione: “Credo che un organo di informazione debba avere una propria linea politica, decisa dal direttore, e che i giornalisti della testata non possano discostarsi da questa. Se non se la sentono di assecondarla, hanno la possibilità di svolgere altri servizi all’interno del proprio giornale, della propria tv, del proprio sito. Ad esempio semplici articoli di cronaca, anche politica, evitando i commenti.”
Roberto Olivieri (Membro del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna) osserva: “I confini, come sappiamo se il giornalismo lo pratichiamo, non sono pochi, particolarmente nel nostro Paese. Non conosco altri antidoti che non siano la professionalità e l’onestà di intenti nei confronti del lettore.”
Per Emilio Buttaro (Cultura & Culture, tra le tante collaborazioni) “il giornalismo è cambiato nel corso degli anni e credo sia importante adeguarsi ai tempi. Sinceramente non sento la loro mancanza forse perché non segue testate fazione o monotematiche.
Questa l’opinione di Luca Anselmi (Il Secolo XIX): “Purtroppo molti sono obbligati dalle circostanze, ma devo dire che a me non è mai capitato. Ritengo che si debba scrivere oggettivamente al di là della linea politica dell’editore, altrimenti si sconfinerebbe in un sistema di informazione pilotata
Andrea Chiarini (Repubblica) risponde: “I confini sono la lealtà verso se stessi, andare a letto sapendo che si è fatto il possibile, alle condizoni date, per scrivere pensando al lettore e dimenticandosi di tutto ciò che ruota attorno all’informazione. Io dormo tranquillo.”
Emilio Marrese (Repubblica): “Al di là del voto nell’urna, credo sia onesto e auspicabile che si condividano i valori, i princìpi e gli obiettivi della linea editoriale (intesa come linea del giornale e del direttore, non del proprietario) perché i giornali pubblicano notizie ma anche opinioni, idee, e credo che il senso di appartenenza sia il segreto di qualsiasi azienda (dove ovviamente ai lavoratori venga data l’opportunità di sentirsi parte)
Dario Giordo (ex giornalista di Stadio, oggi lavora presso vari uffici stampa) osserva che “mancando editori puri non c’è altra soluzione che adeguarsi alla linea editoriale, anche se diversa rispetto al proprio credo politico. Unica soluzione: farsi destinare a settori che non implicano alcun coinvolgimento politico.
Secondo Gibi Puggioni (Unione Sarda) “la linea politica la decide l’editore e il direttore ne è il garante. Il giornalista deve scrivere quello di cui è stato testimone in modo fedele. Con onestà un giornalista può scrivere tutto, tenendo la schiena dritta.”
Per Patrizio Sanasi (Consulente) ciascuno “dovrebbe esser libero di scrivere secondo le proprie idee. I confini sono purtroppo labili, ci sono nelle redazioni dei ‘leader’ che purtroppo influenzano il gruppo.
Fabrizio Corgnati è del parere che il giornalista “deve assecondare la propria linea politica, cercando di strappare con le unghie quanti più spazi di libertà possibile laddove l’editore ha una linea diversa. Il confine è personalissimo e sta nella quantità di compromessi che il singolo giornalista è disposto ad accettare.”
Per Angela Galiberti (Olbia.it) “basta assumere giornalisti fortemente ideologizzati e il gioco è fatto. Ecco perché certi giornali sono così “monolitici” e tifosi rispetto a determinate tematiche. Il problema deontologico esiste, ma nessuno lo vede perché siamo un popolo sostanzialmente immaturo del tutto incapace di concepire un’informazione libera da qualsivoglia schieramenti. I confini stanno nella correttezza professionale: una caratteristica che varia da giornalista a giornalista.
Bruno Andolfatto (LaValsusa) “Meglio un giornale con una linea precisa ma che allo stesso tempo sappia contenere al suo interno e faccia esprimere all esterno opinioni diverse.”

Conclusioni personali

A dire il vero avevo qualche mese fa iniziato a riflettere a voce alta su queste tematiche  perché le ritengo dirimenti nella professione giornalistica.
Ogni volta che mi capita di leggere testate, giornali o che guardo trasmissioni o talk show penso molto spesso al concetto di “tifo”.
Senza voler connotare negativamente questa espressione ma guardandone l’etimologia (typhos = vapore) ossia “una condizione psico-emotiva di agitazione, di passione, di ardore a volte violento come se l’animo o meglio la ragione offuscasse la mente” sarebbe necessario provare a capire come sta cambiando il giornalismo e le possibilità reali che questa ambita quanto vituperata professione può produrre.
Il blogging e la nascita di testate sul web sicuramente aumentano la produzione editoriale di contenuti legati a certe tematiche.
Sport e politica sono probabilmente il core business di certi portali e all’ordine del giorno nei bar del nostro BelPaese.
Così sui social.
Una passione certo può diventare una professione ed è un auspicio che faccio mio e che in questo blog sono solito ripetermi e ripetere.
Quando la professione non è esercitata con passione certamente la qualità ne può risentire. Tuttavia la passione non può annebbiare i contenuti deontologici che la professione esige. A parte il rischio concreto di saturazione del mercato (di media che parlano di certi argomenti siamo “ricoperti”) non è pensabile che il mercato stesso debba imporre un giornalismo falsato e strumentale.
Eppure talvolta sembra che accada questo. Siamo fortemente condizionati dal cattivo o solamente presunto giornalismo da far fatica a capire quando realtà e mistificazione si incrociano o quando certi dubbi ci dovrebbero saltare all’occhio.
Proviamo a pensare all’assurdo cui riusciamo ad arrivare, cioè che solamente perché ci viene ripetuto un concetto esso alla lunga venga reputato vero, tanto addirittura da mettere in discussione le nostre convinzioni o i nostri valori.
Ecco perché probabilmente dobbiamo ripartire tutti dall’etica, sia chi è iscritto ad un ordine professionale, sia chi utilizza i prodotti forniti da questi professionisti. Gli uni dovrebbero incarnare con la penna ciò che viene citato e “ordinato”, gli altri esserne quantomeno messi a conoscenza.
A quel punto e giocando a carte scoperte, il giornalista sarà credibile anche se palesemente tifoso o magari editorialista di una determinata o poco indipendente testata, perché si presume che racconti il vero, che verifichi ciò che dice e che scinda responsabilmente opinioni personali dalla realtà che racconta, che metta il cuore nella penna ma lo rivolga ai propri lettori e non solo al proprio editore o alla propria passione.
O sbaglio?

Per partecipare con ulteriori contributi: compila il sondaggio

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

More Posts

Follow Me:
TwitterFacebookLinkedInPinterest

Je suis pour la libertà di informazione

Je suis pour la libertà di informazione

Io sono per la libertà d’informazione

Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente.”

Spiega aforismi.it che questa frase, attribuita a Voltaire, fu scritta (per la prima volta nella forma più conosciuta “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo“) da Evelyn Beatrice Hall, saggista conosciuta con lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre, in una biografia di Voltaire del 1906.

Ho pensato subito questo quando ho visto le vignette di Charlie Hebdo riferite al terremoto italiano. Sono stato tra quelli che si è schierato con il periodico satirico francese quando fu vittima della tragedia terroristica e lo rifarei.

A livello personale questo tipo di satira non mi appassiona e non mi affascina, forse talvolta è talmente sottile che non ho problemi ad ammettere che faccio anche fatica a capirla in prima battuta. L’ultima vignetta la trovo di cattivo gusto, come forse altre.

Ma c’è un “ma” in tutto questo.
Mi piace sottolineare l’idea volteriana che mi porto addosso e che tendo ad applicare al mio giudizio in tanti casi.

La libertà di espressione è un diritto talmente superiore che mi attacco a questa anche nelle occasioni in cui il mio giudizio personale e istintuale vorrebbe pensare o dire tutt’altro.

Se iniziassimo a censurare tutto ciò che non sembra conforme al nostro essere ed al nostro credo, secondo una logica partigiana sicuramente soddisferemmo noi stessi o chi la pensa come noi, ma di certo applicheremmo una scala valoriale non assoluta e che scontenterebbe altri. Si applicherebbe una sorta di dittatura.

Ecco perchè ritengo importante difendere la libertà di espressione, opinione e stampa. Quando rileggo l’articolo 21 della nostra Costituzione “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.” mi emoziono ancora e ritengo che sia questo principio a dover governare ciò che è lecito e ciò che non lo è (ad esempio se viola diritti o se commette reati).

Tante volte, dunque, dovrebbe subentrare il famoso “buon senso” e la sensibilità. Ma purtroppo non si possono pretendere nè obbligare per legge.

Quando quel 7 Gennaio 2015 Charlie Hebdo subì quell’atroce destino non ho pensato a vignette di buon senso o meno ma ho subito pensato a quelle vite umane spezzate solo per il fatto di avere pubblicato qualcosa sgradito ad altri. Come scrivevo in premessa lo rifarei anche oggi.

Tuttavia quello che è accaduto e quello che si discute sui social in questi giorni almeno costringe a riflettere ciascuno di noi sul significato dei diritti che abbiamo e di cui siamo portatori.

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere. Questo cita l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti umani e questo dovrebbe essere inscritto nelle nostre coscienze.

Ma l’emotività ci porta a giudicare secondo la nostra scala di valori e il nostro costrutto mentale, secondo le nostre abitudini e il contesto sociale in cui siamo inseriti o la cultura che ci hanno trasmesso altri. Se ragionassimo pensando di avere la verità in tasca e di essere superiori moralmente o culturalmente allora ci sentiremmo in diritto di applicare censure e di recriminare solo se certi diritti venissero negati a noi stessi o a coloro che riteniamo degni o pari a noi stessi.

Se ci pensiamo è da qui che spesso partono i problemi di convivenza e di dialogo con gli altri, indistintamente altri siano persone di diversa nazionalità, cultura o anche solo idea politica e/o religiosa.

Garantire la libertà di espressione, di opinione e di stampa (perdonate la faciloneria ma le unisco insieme) è garantire a tutti un diritto inalienabile. E’ sancire che tutti siamo uguali nei diritti di fronte alla comunità umana, seppure con delle differenze nei gusti, opinioni, storia e credo.

Trovare ed evidenziare le differenze aiuta a conoscerci ma partire da queste non serve a renderci migliori, tuttavia garantire l’esistenza delle differenze è dare cittadinanza a mio modo di vedere. Permettere a Charlie Hebdo di pubblicare vignette (ed assumersene chiaramente la responsabilità) è come assicurare il diritto anche nostro di esprimerci secondo ciò in cui crediamo.
Poi avremo persone che ci condanneranno o che dissentiranno dalle nostre idee, come noi dalle loro, ma garantire questa libertà è garantire la democrazia allontanando la tirannia del pensiero unico obbligatorio.

A proposito della libertà di opinione…. vale per tutti e quindi anche per le Istituzioni. Tuttavia chi ha responsabilità sociali e politiche avrebbe il dovere di non discriminare e comunque di porre attenzione alle sensibilità, seppur prendendo delle decisioni.

Il#fertilityday mi ha colpito negativamente. Io uomo e padre di (quasi) tre figli mi sono sentito offeso per le donne e per chi fa scelte diverse o è costretto a farle o chi non è in condizione di farle. In questo caso (attenzione) non si tratta di libertà di stampa o opinione, ma di una precisa scelta comunicativa (lecita ma che non condivido affatto). Non vorrei davvero mischiare le carte e gli ambiti ma in questa esigenza di scrivere che sento e che mi porta ad avere aperto un blog e a lavorare con le parole non volevo non dire la mia in un qualche contesto, senza dover aprire discussioni social infinite.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

More Posts

Follow Me:
TwitterFacebookLinkedInPinterest

Notiziabilità questa sconosciuta

Notiziabilità questa sconosciuta

Notiziabilità: definizione

È l’idoneità di un fatto a trasformarsi in notizia. Si tratta di un neologismo che proviene dal sostantivo inglese newsworthiness (dignità di notizia, capacità di valere come notizia) ed è frutto della elaborazione teorica dei sociologi della comunicazione americani che, analizzando l’esperienza concreta, hanno coniato l’aggettivo tecnico newsworthy (notiziabile). Nel linguaggio pratico delle redazioni l’espressione non è quasi mai usata. I giornalisti preferiscono dire che qualcosa ‘fa o non fa notizia’. Tuttavia l’elaborazione teorica sulla n. ha portato a individuare dei criteri generali e formali che i giornalisti possono adottare per selezionare i fatti, decidere quali di essi sono notizie, e stabilirne l’importanza. Tali criteri sono tantissimi. Proviamo a catalogarli distinguendo tra criteri fondamentali e criteri secondari. I primi sembrano essere imprescindibili e di indubbia rilevanza. I secondi sono meno importanti, vengono usati con minore frequenza e spesso sono soltanto complementari ai primi.  Antonio Preziosi (inviato GR Rai) –  “La Comunicazione”.

Wikipedia definisce notiziabilità come “attitudine di un evento a essere trasformato in notizia“.

Notiziabilità: il “dramma” del quotidiano

Nel mio lavoro ogni giorno mi incontro e mi scontro con questo dilemma.

Non lavoro per una testata giornalistica attualmente, vengo a contatto nel mio lavoro di ufficio stampa con una serie di eventi ed accadimenti.

Pochi di essi però sono assimilabili a notizie.

Per me questo è un concetto molto chiaro, che ho imparato sul campo e con l’esperienza. Ma per i non-addetti-ai-lavori-in-ricerca-di-visibilità questo aspetto è alquanto sconosciuto.

Capita spesso di constatare come il termine NOTIZIA sia assolutamente equivocato e bistrattato dai più, etichettabili come sopra.

Il più delle volte ci viene chiesto di enfatizzare o comunicare un qualcosa che è mera promozione, magari con dose accentuata di autoreferenzialità, che si fa sfuggire invece occasioni dove la notizia c’è o si potrebbe trovare ma non viene percepita proprio per questa sorta di “disfunzione” in cui il proprio ego, la concezione troppo elevata di sè, prevalgono sulla ragione e sulla verità delle cose.

La mia è una lotta semi-quotidiana con chi percepisce il lavoro giornalistico come promozionale, con chi scambia il giornalismo per propagandismo o come strumento di interscambio.

Ho la fortuna di lavorare in un ufficio stampa e di fare anche il giornalista quindi cerco di capire le esigenze di una professione e dell’altra per arrivare a quella sana mediazione per cui cerco di fornire servizio utile al committente e al destinatario.

Ma a mio parere si sente sempre più l’esigenza di formarsi adeguatamente, di provare a comprendere anche per chi giornalista non è certi crismi e certi modi di fare e di essere, quelle esigenze e quelle procedure che derivano da una professione che come le altre ha i suoi modus operandi.

E a proposito di formazione…negli scorsi giorni ho avuto occasione di partecipare ad un corso (per i fatidici crediti formativi da acquisire annualmente) in cui si è dibattuto sul rapporto tra ufficio stampa e media in ambito sportivo. Chiaramente le maggiori interlocuzioni si sono avute sul mondo del calcio e sul come oggi sia davvero difficile fare giornalismo quando le notizie vengono fornite (magari ottimamente) dagli uffici stampa a tutti in modo indiscriminatamente uguale.
Mi è sembrata una riflessione importante ed una discussione che non ha portato chiaramente a soluzioni immediate ma penso sia un tema davvero interessante e che meriti una elaborazione di soluzioni il più possibili condivise. Anche se si contrappongono esigenze diversissime. I quotidiani inevitabilmente si scontrano con le testate web, proprio a fronte di nature ed esigenze differenti connaturate nel loro essere e nel loro fare informazione.

Questo porterebbe comunque a fare due tipi di riflessioni:
– le trasformazioni della professione giornalistica nell’era del web
– la titolarità di diverse forme di giornalismo e il loro scopo

Ecco che il concetto di notiziabilità diventa davvero una chiave di volta.

Perché se non voglio ripetere ciò che sanno tutti i miei colleghi (e seppure amici, magari concorrenti sul mercato) anche se in forme e modi diversi è chiaro che è necessario diversificarsi, innovarsi e provare a cercare esclusive ed altre strade.

Dall’altro lato però le esigenze aziendali che l’ufficio stampa traduce però non lasciano spesso troppo spazio all’esclusiva o al giornalismo d’assalto.

Quindi se in certi momenti la fonte è unica la notiziabilità diventa davvero questione di “pensiero laterale”?

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

More Posts

Follow Me:
TwitterFacebookLinkedInPinterest

Scrivere

Scrivere

Scrivere (un po’ di aforismi)

Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto. (Italo Calvino)

Scrivere è una forma sofisticata di silenzio. (Alessandro Baricco)

Scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio. (Jorge Luis Borges)

È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla. (Cesare Pavese)

Se obbedissi al primo impulso passerei le giornate a scrivere lettere di ingiurie e di addio. (Emil Cioran)

Quando ci si sente incapaci di scrivere, ci si sente esiliati da se stessi. (Harold Pinter)

Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere. (Ennio Flaiano)

Il compito di un dottore è guarire i pazienti, il compito di un cantante è cantare. L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede. (Anna Politkovskaja)

La scrittura è l’ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità. (Marguerite Duras)

Scrivere è un impulso

L’impulso è forte. Irrefrenabile quasi. Una necessità.

Prendere una penna in mano, una tastiera sotto le dita diventano un bisogno quasi primario certe volte.

Uno sfogo, una condivisione, una riflessione aumentano le endorfine e la sensazione di benessere. Sin da quando ho imparato a mettere insieme le parole mi è capitato di utilizzare così il tempo prima come gioco (ed oggi ancora come gioco) per imprimere su un foglio (di carta o meno) certe sensazioni, certi pensieri….

Scripta manent è il leit motiv che mi ripeto ogni volta che lo faccio. Diffido da chi è intimorito dalla forma scritta e chi la fugge. Ho lottato contro la tendenza a criticare il mio modo di interpretare anche il lavoro in questo modo. Ho testardamente continuato a scrivere, scrivere anche contro, ma scrivere la verità.

Non ho timore nel mettermi a nudo scrivendo nè di raccontare ciò che vedo. Provo personale fastidio per chi tiene le distanze da una forma di verità che con lo scritto deve venire a galla.

Io scrivo. Prendo degli impegni. Chiedo scusa se non li mantengo, ma uso trasparenza quanta un minimo ne pretendo.

Scrivere è un’arte. Ma non sono un artista, sono un apprendista. Ammiro chi racconta, chi ammalia, chi riesce ad incantare con le parole.
Io non ci riesco.
Ma provo a rendermi utile, a raccontarmi, a raccontare, a condividere.

Scrivere è un’esigenza per me.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

More Posts

Follow Me:
TwitterFacebookLinkedInPinterest

Soggettività e tifo Vs etica e verità

Soggettività e tifo Vs etica e verità

Soggettività nel campo della produzione editoriale

Passioni, valori, credo sono caratteristiche dell’uomo. Ognuno ha i propri. Così il giornalista.

Ma come può coesistere il diritto ad informare con la soggettività propria della persona umana?

Sono domande che mi pongo molto spesso.

Parto con una premessa forse banale ma non per tutti. Esiste un preciso codice deontologico a cui il giornalista è tenuto ad attenersi.
Secondo questo codice (che viene poi esplicitato a seconda degli ambiti) il giornalista è tenuto a riferire correttamente (senza alterazioni e omissioni che ne modifichino il vero significato) le informazioni di cui dispone.

Questo è il primo ed indispensabile aspetto di cui tener conto. Il diritto a raccontare la verità e il diritto ad informare sono condizioni che dovrebbero guidare il nostro lavoro e responsabilizzarci nel modo più assoluto.

La verità quindi è già la prima risposta alla faziosità.

Se racconto e ricerco il vero al di là di come la penso sono costretto a fare uno sforzo intellettuale che mi fa uscire dalle logiche che guiderebbero la penna (tastiera) con cui scrivo assecondando le mie passioni o la mia inclinazione rispetto a credo religiosi, politici o…sportivi.

Ecco perché se si mantiene la barra dritta su questo aspetto e se ci si ricorda di essere tenuti a quel codice di cui sopra che comprende anche il rispetto dei diritti fondamentali delle persone risulta poi abbastanza semplice (sulla carta) ovviare ad accuse di faziosità.

Tutto questo vale (a maggior ragione) nell’ambito sportivo. Quante volte vi sarà capitato di imbattervi in blog di tifosi o articoli che sembrano scritti (magari molto bene) ma da ultras piuttosto che da giornalisti?

Banale dire che con il web tutti sono messi nelle condizioni per comunicare e in tanti anche non professionisti lo fanno. Detto questo sono tante le testate giornalistiche o meno che si occupano di sport o magari di squadre locali in particolare.

Avendone avuta esperienza diretta ho sempre verificato quanto la sindrome del tifoso sia contagiosa quasi al pari della sindrome da supporter partitico che si legge sui social soprattutto durante certi momenti come ad esempio le campagne elettorali.

Ascolto molto anche la radio e anche sull’etere ci sono trasmissioni giornalistiche ed altre ad appannaggio di appassionati ad esempio sportivi.

Intendiamoci. Poter parlare o scrivere della propria squadra del cuore è un privilegio e può regalare emozioni particolari, non ci sono dubbi.
Tuttavia anche in questo caso (se si vuole fare giornalismo) sarebbe bene tenere presente e distinguere la propria passione dagli accadimenti reali.
Credo che si possa anche non nascondere il proprio “credo” ed evitare ipocrisie al contrario, diventando assoluti critici per non destare sospetti (ma andando contro al principio di verità di cui sopra).

La ricerca della notizia per quella che è e che contiene, l’approfondimento, la messa in discussione delle cose, il senso critico (non a prescindere o polemico a tutti i costi) sono caratteristiche davvero importanti, che tutti noi dovremmo avere ed allenare, soprattutto.
Evidentemente se facciamo di mestiere i giornalisti o se volessimo diventare tali.

Ma il concetto di verità vale anche per il nostro editore?
Questo è un tema davvero imponente e complesso.
La mia esperienza in questo senso è assolutamente positiva e mi debbo ritenere fortunato, ma la riflessione andrebbe molto avanti e scavallerebbe in altri ambiti…

(fonte immagine: ItaliaPost)

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

More Posts

Follow Me:
TwitterFacebookLinkedInPinterest