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I rapporti umani non finiscono con il digitale

I rapporti umani non finiscono con il digitale

Human to human” si dice.

Siamo portati a pensare che le relazioni trasposte e mediate da uno schermo ci costringano in qualche modo ad alienarci.

Io non sono pienamente d’accordo.

La realtà virtuale non sono i social network, le video conferenze, i webinar …

 

Significato di virtuale

Il dizionario ci spiega che, in fisica, virtuale viene contrapposto a reale, effettivo.

Ma quando ha senso parlare di virtuale, oggi? In quale contesto?

Quando si effettuano simulazioni, ci dice Wikipedia.

Quando dall’altra parte dello schermo abbiamo una persona in carne ed ossa non c’è nulla di virtuale.

E, pertanto, valgono lo stesse regole comportamentali che siamo soliti adottare nella nostra vita sociale.

Piuttosto può cambiare qualcosa rispetto ai tempi, all’istantaneità, al fatto che comunque si è fisicamente distanti e non è poco tutto questo.

Ma dobbiamo sgombrare la mente dal fatto che per il solo fatto di non avere una persona a fianco o che la nostra comunicazione sia “mediata”, sia necessario mutare il nostro linguaggio, rendendolo meno empatico, meno coinvolgente e meramente istituzionale.

È necessario fare un distinguo.

 

Strumenti di comunicazione diretti o mediati da algoritmi

Se utilizzo uno strumento di video/audio/testo che mette in comunicazione due o più persone, non avrò limiti particolari se non il fatto di non essere in presenza.

Certamente dovrò in qualche modo organizzare una conversazione affinchè sia efficace, magari farò più fatica a risultare coinvolgente e a trasmettere il mio essere, tuttavia non avrò intermediari e potrò comunicare in modo diretto.

Se invece uso un social network, che mi permette una comunicazione uno-molti, ma che mi fa passare da un “algoritmo” avrò limiti ed esigenze diverse.

Cioè devo sapere per certo che non raggiungerò esattamente tutte le persone che avrei voluto raggiungere, ma che il mio testo/audio/video sarà mostrato ad un pubblico che il social stesso avrà identificato per me.

Tuttavia, chi riceverà il contenuto finale non sarà una macchina, un algoritmo, ma una persona in carne ed ossa come me, che quindi interpreterà o cercherà di interpretare il mio messaggio.

Motivo per cui il mio messaggio dovrà essere molto esplicito, molto chiaro, molto coinvolgente, di interesse e di valore per lui/lei/loro.

Non potrebbe esserlo una comunicazione asettica, valida per un robot o un’intelligenza artificiale poco sofisticata.

In tutti i casi continuiamo a parlare a delle persone.

 

.. e su Google?

Anche quando vorremmo scalare le classifiche di Google con il nostro sito, abbiamo forse la tentazione di pensare alla mera tecnica ed ai trucchetti.

Ma anche in questo caso la differenza la fanno gli umani dall’altra parte dello schermo, che si soffermeranno sul mio contenuto se soddisferemo le loro esigenze.

A quel punto lo stesso algoritmo si accorgerà che l’uomo in carne ed ossa ha avuto soddisfazione e/o risposta al suo bisogno e inizierà a valutare positivamente quel contenuto.

Sei ancora convinto/a che il digitale annienti i rapporti umani?

Non ti voglio convincere che un aperitivo a distanza o che una call possa sostituire un abbraccio, ma farti riflettere sul fatto che è necessario che manteniamo il livello di comunicazione sul piano “umano”.

La virtualità è altra cosa.

 

Sul mio canale Telegram ogni mattina alle ore 8 mi impegno a condividere qualcosa di utile per aiutarti a comunicare. Non ti offro formule magiche, ma aspetti su cui riflettere. Ti aspetto!

 

(Credits: Foto di Andrea Piacquadio da Pexels)

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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Ciò che scrivi parla di te e per te

Ciò che scrivi parla di te e per te

Il concetto di reputazione è un cardine per quanto riguarda la comunicazione.

Un pilastro da cui partire.

Te ne ho già parlato.

Così, quando ho sentito da una professionista pronunciare la frase “Dimmi cosa pubblichi e ti dirò chi sei e di cosa ti occupi” durante un webinar, ho subito ripreso questa perla di saggezza di Maria Letizia Russo per uno dei “meme” sulla mia pagina Facebook in cui cerco di offrire alcuni spunti sulla reputazione.

Questa frase in effetti contiene una duplice verità:

  • i contenuti che pubblichiamo parlano per noi (e quindi facciamo molta attenzione a cosa postiamo)
  • ciò che scriviamo parla di noi e parla per noi

Se sul primo aspetto ho cercato di farti riflettere in altre occasioni, vorrei porre l’accento sulla seconda accezione (che ovviamente è intrinsecamente legata all’altra).

Da ciò che pubblichiamo (che sia testo, immagine, audio, video o una combinazione di essi) gli altri infatti si fanno un’opinione di noi.

Quindi anche senza leggere la nostra “bio” (chiamiamola così perché cambia da piattaforma a piattaforma) le persone che incrociano un nostro contenuto avranno modo di capire ad esempio che professione svolgiamo, cosa ci appassiona, di cosa siamo esperti.

Beh, è pur vero che accade non di rado che alcune persone si spaccino per tuttologi o per esperti di un settore basandosi solamente su loro supposizioni, credenze, luoghi comuni, percezioni errate della realtà…. ma lasciando perdere questa fenomenologia, accade davvero che ad esempio su LinkedIn ciò che pubblichiamo parli di noi e del nostro essere, oltre che del nostro modo di essere.

Il tono, l’utilizzo di alcuni vocaboli rispetto ad altri, la terminologia … farà sì che il lettore proietti nella sua mente un’immagine di noi.

Se, come sostiene Oscar Wilde “non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione” bisogna che poniamo molta attenzione.

Il tutto, certamente, dipende da:

  • il nostro obiettivo/scopo
  • la piattaforma che utilizziamo per lo scopo che ci siamo dati

Come capirai, se sei sul tuo profilo personale di Facebook e ti poni come obiettivo con un post di condividere un brano musicale che ti appassiona, la riflessione che sto compiendo non fa per te in quella determinata circostanza.

Ma se ad esempio scrivi un post su LinkedIn (do per scontato che il tuo essere lì sopra significhi che hai come obiettivo comunque un qualcosa legato alla tua professione) le persone che non ti conoscono, cosa presumono di te?

Fatti questa domanda, ogni tanto.

Può fare la differenza.

Se ti abitui a scrivere non dando per scontato che chiunque sappia chi sei, oppure cercando di “compiacere” qualche algoritmo o cercando trucchetti/stratagemmi … sicuramente sortirai un altro effetto sulle persone.

Quando scriviamo per gli altri, gli altri se ne accorgono!

 

Sul mio canale Telegram ogni mattina alle ore 8 mi impegno a condividere qualcosa di utile per aiutarti a comunicare. Non ti offro formule magiche, ma aspetti su cui riflettere.

Francesco Costanzini

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Protagonisti con una grande responsabilità

Protagonisti con una grande responsabilità

Dove risiede la differenza tra un social ed un media tradizionale?

Siamo sempre noi utenti i protagonisti della piattaforma: non potrebbe essere altrimenti.

Essendo noi utenti il prodotto, ci viene data la possibilità di diventare, sin dal primo istante, creatori di contenuti, abbandonando il concetto di fruitori passivi.

Se in televisione, in radio, su un giornale esiste un direttore (ed un editore) a cui spetta l’ultima parola in termini di pubblicazione o meno di un contenuto, effettuando dunque un controllo a monte (si presume), su un social chiunque può contribuire ad arricchire (o meno) la comunità degli iscritti.

Molto interessante una grafica che ho visto sul sito PensieroCritico e che mi ha fatto molto riflettere.

Tra le varie differenze tra media tradizionali e social viene indicata questa: i nuovi strumenti “controllano i singoli riceventi e non i contenuti pubblicati” al contrario di quello che fanno giornali, radio e televisioni.

Se ci pensi è proprio così.

Essendo un social, un media aperto a chi ha desiderio di comunicare qualcosa, subentra un concetto a cui tutti noi dovremmo richiamarci.

Non è complicato diffondere una notizia falsa o commettere un illecito (anche in modo inconsapevole), al pari di trasmettere invece contenuti utili o interessanti, curiosi o simpatici.

Siamo noi utenti i protagonisti responsabili di ciò che accade (algoritmi a parte) e il confine tra usare bene o male il mezzo è molto labile e risiede… nelle nostre “dita”.

Ecco perché dovrebbe subentrare il senso di responsabilità in ciascuno di noi.

Ogni utente ha in un qualche modo in capo a sé la responsabilità di ciò che pubblica o commenta o condivide.

Le altre persone si faranno un’idea, un’opinione di quello che siamo anche attraverso queste azioni.

Se sei un diffusore compulsivo di notizie false (semplicemente perché non le verifichi, non controlli la fonte oppure presumi che sia vera basandoti su chi te l’ha segnalata), ti rendi complice di coloro i quali per primi le mettono in circolazione.

E man mano che i tuoi contatti/amici/collegamenti lo verificheranno cosa capiterà? Rischi (anche se lo fai in buona fede) di venire ignorato nel migliore dei casi…

E come ben sappiamo, di fake news ne siamo circondati e questo rende il nostro mondo molto meno bello di quello che potrebbe essere.
Spesso si addossa la colpa al mezzo, allo strumento.

Come se alcuni reati nascessero e morissero con i social.

Non è così.

Sono le persone (guarda caso) a fare la differenza.

Ma tutto parte anche da noi.

Io mi debbo sentire responsabile per gli altri, per i miei amici, la mia famiglia, per la comunità degli utenti.

Ciò non significa che non posso più utilizzare il mezzo per sorridere, condividere passioni, ma solamente che con il mio atteggiamento e con quel briciolo di consapevolezza in più posso rendere migliore l’ecosistema social con atteggiamenti più virtuosi, che aiuteranno di conseguenza gli altri ma al contempo anche la mia reputazione.

Penserai che da addetto ai lavori io semplifichi troppo il concetto ed in qualche modo io sia obbligato ad agire in questo modo.

Non è del tutto vero.

Certo, è necessario che io abbia conoscenza e consapevolezza degli strumenti, se con questi ci lavoro.

Ma dovrei sentirmi comunque in dovere di assumere un atteggiamento corretto al di là del mestiere che faccio.

Diventare un leone da tastiera, diffondere bufale, istigare all’odio o tentare di vendicarmi di qualcuno non sono atteggiamenti consentiti e che non mi renderebbero onore nella comunità degli utenti e, quindi, mi renderebbero un cittadino da evitare anche nella realtà.

Eh già perché Facebook, Instagram, Tik Tok non sono ambienti virtuali.

Sono popolati di persone in carne ed ossa (lascia stare i profili fake, ma che comunque vedono dietro le maschere comunque delle persone che li hanno creati).

Se litighi su Facebook con un amico e poi lo incontri per strada?

Si parla di “social”.

Che il dizionario definisce come

sito Internet tramite il quale un gruppo di utenti può scambiare messaggi o condividere testi, immagini, video, ecc.

Prova a riflettere la prossima volta che posti qualcosa, pensa almeno alla tua reputazione e se non conosci un argomento, non è obbligatorio esporsi.

Se agirai così sicuramente ne trarrai un sicuro beneficio, dimostrando anche ad altri che è possibile rendere anche quella che erroneamente è considerata una piazza senza regole, diventi un mezzo, uno strumento per relazionarsi e condividere.

 

Prima di postare…pensa!

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Francesco Costanzini

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Cosa saremo noi oggi senza il digitale?

Cosa saremo noi oggi senza il digitale?

CI sto riflettendo in questi giorni.

Sembrerà banale ma è un pensiero che ho e che vorrei condividere.

Io con il digitale ci lavoro, quindi la mia routine lavorativa prevede che io sia attaccato ad un computer/smartphone parecchie ore al giorno.

Eppure in questi giorni, talvolta, ne ho un po’ la nausea.

A parte questo, però, ho chiesto qualche giorno fa a mia moglie: come avremmo fatto anche solo quindici anni fa con questa pandemia senza la tecnologia di oggi?

Non vorrei sembrare retorico.

Non è il mio obiettivo, ma non posso negare (ad esempio) che chi fino a quando non è stato costretto alla reclusione, avesse una sorta di repulsione per il digitale, sottolineandolo quasi come un vanto, oggi sta un po’ rivalutando la questione.

Prova a pensarti con in mano un semplice telefono cellulare, non smartphone.

Con in casa una connessione a 56K o ISDN, ADSL solo se tra coloro che avevano voglia di spendere un po’ per scaricarsi musica o film.

Non è detto che nel 2005 tu avessi un computer in casa, certo non si tratta dell’età della pietra ma una generazione sicuramente non lo avrebbe avuto, come non lo ha tutt’ora (con la differenza che grazie al telefono riesce a fare ciò che non avrebbe mai pensato di fare).

Un rapporto Eurosat faceva emergere come l’Italia degli internauti occupasse gli ultimi posti nell’Unione Europea in quanto a utilizzo della rete.
Era solo del 31% infatti la percentuale di persone nel nostro paese che avevano utilizzato nel primo trimestre 2005 la connessione ad Internet.
Secondo una ricerca del Censis dell’epoca solo il 30 % degli italiani dai 14 anni in su usava internet e un risicato 10 % con la cadenza “tutti i giorni o quasi”.

Adesso prova a pensarti in quel periodo, cosa faresti se fossi costretto a rimanere in casa?

Non passeresti il tempo su Facebook, non avresti le chat di Whatsapp.

Lo smart working sarebbe possibile, probabilmente, ma in modo differente.

Forse solo per i più tecnologicamente avanzati sarebbero state possibili “call” con NetMeeting.

Probabilmente scaricheresti compulsivamente film su Megaupload o tramite eMule.

Non sapresti di certo cosa è Twitter e Youtube sarebbe agli albori (nato nell’Aprile del 2005).

Forse avresti un Blackberry che ti permetterebbe di gestire la posta elettronica del lavoro anche in mobilità, il tuo Nokia di certo non avrebbe problemi di carica.

Se tu fossi un’insegnante avresti difficoltà ad imporre alle famiglie Skype (che nel 2005 stava implementando a livello di test le videochiamate), forse i ragazzi più grandi li riusciresti a coinvolgere con MSN, il sistema di messaggistica Windows Live, all’epoca usato dagli adolescenti più “smart” in alcune parti del Paese.

In realtà piattaforme di e-learning esistevano già, ma il mondo dell’istruzione pubblica non era (come dire) del tutto pronto.

Ad inizio degli Anni Duemila in Italia ancora la televisione aveva la meglio su altre forme di passatempo casalingo, quindi sarebbe decisamente accesa nelle case di tanti parecchie ore al giorno.

Non sto qui a ricordare eventi socio-politici di quegli anni, che avrebbero comunque fatto vivere la pandemia in modo sicuramente diverso da ora.

Ma a parte ciò, forse possiamo ritenerci fortunati, oggi.

Possiamo restare in contatto con le altre persone, anche se mediato, ma mai come ora si sente l’esigenza di chiamarsi, video chiamarsi e scambiarsi battute in chat.

Le cose scontate, ora non sembrano più tali.

Se fino a qualche mese fa ci sentivamo quasi importunati dal web e temevamo per la nostra privacy, oggi ne abusiamo compulsivamente quasi per sopravvivere.

Eravamo indietro e anche oggi esiste un digital divide importante, diciamo però che l’emergenza ha costretto tanti ad adeguarsi e a “formarsi” in un qualche modo.

Se oggi la scuola dichiara di essere pronta ad affrontare anche un nuovo anno scolastico a distanza, vuol dire che qualcosa di grande è accaduto.

Se il digitale ha abbattuto alcune barriere, preconcetti e paure di salti nel buio in vari ambiti, ha avvicinato in un qual modo anche le persone alle Istituzioni.

Le dirette dei Sindaci, degli assessori regionali, del Presidente del Consiglio sono seguitissime … si attendono notizie e si sta imparando giorno dopo giorno che le fake news sono sempre dietro l’angolo e che è importante la verifica delle fonti ufficiali.

Non è che i social stiano migliorando la vita di tutti noi, tuttavia sto riscontrando che la forzata digitalizzazione sta facendo nascere un po’ più di domanda di consapevolezza e questo mi consola.

Il livello che si stava raggiungendo era davvero pericoloso.

Il Corona virus non ha spazzato via le bufale, le stupidaggini, gli haters o i tuttologi laureati su Facebook, però ha permesso che si creasse qualche “anticorpo” in più.

Il digitale ha donato e sta donando tanto a tanti di noi: passatempi (anche intelligenti), possibilità di informazione, approfondimento e studio, accesso libero a dati e servizi, agevolazioni …

Quindici anni fa sarebbe stata la stessa cosa?

 

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Francesco Costanzini

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Cosa significa reputazione

Cosa significa reputazione

Reputazione

stima, considerazione in cui si è tenuti dagli altri: avere una buona, una cattiva reputazione; godere di un’ottima, di una pessima reputazione

Ecco come il dizionario Garzanti definisce il termine reputazione.

Quando ci approcciamo alle persone che ci circondano, mostriamo loro in modo consapevole o meno quello che siamo.

Ci presentiamo con il nostro modo di essere, il nostro abbigliamento, la nostra postura, la nostra inflessione dialettale, la nostra voce, il nostro linguaggio, il nostro odore.

Tutti questi aspetti determinano l’opinione che i nostri interlocutori si fanno di noi, in primis in modo superficiale e poi in maniera più approfondita quando subentrano elementi conoscitivi più approfonditi: le nostre opinioni, i nostri valori, le nostre attitudini e conoscenze, il nostro sapere….

Le persone che entreranno in relazione con noi, quindi, emetteranno un loro giudizio soggettivo apprezzando o meno gli aspetti che avranno avuto modo di valutare, ricordandosi di noi per alcuni di essi che li avranno colpiti in relazione alla soggettività e alla sensibilità individuale.

Questo è quello che abitualmente accade.

Ci sono casistiche differenti per cui, in modo anche più superficiale, le persone emettono su di noi un verdetto (definitivo o no), senza avere tutti gli elementi necessari per capire chi siamo e se corrispondiamo all’idea che si sono fatti.

Prova a pensare a quando qualcuno parla di noi in un determinato modo o ci etichetta solo per aver letto un nostro contenuto postato su un social network.

Ti sto dicendo qualcosa di strano?

La tua reputazione è nelle mani di altri. Ecco cos’è una reputazione. È fuori dal tuo controllo. La sola cosa che puoi controllare è il tuo carattere.
(Wayne Dyer)

Costruirci una buona reputazione non è così difficile se ne meritiamo una, ho letto in un articolo scritto da Vladimiro Barocco (consulente marketing).

In fine dei conti se siamo persone oneste, vere e non abbiamo nulla da nascondere abbiamo poco da temere.
Se non fare attenzione a non cadere nelle facili tentazioni che spesso il mondo dei social ci mette di fronte.

Probabilmente non piaceremo a tutti e questo è normale oltre che accettabile.

Avremo magari qualche detrattore, qualche invidioso che spargerà veleno sulla nostra persona, ma basterà che le persone ci conoscano, parlino con noi o leggano i nostri contenuti perché le idee possano cambiare se effettivamente meritiamo una buona reputazione.

Non avere detrattori risulta difficile quando in un qualche modo ci esponiamo.

Ma per comunicare dobbiamo farlo.

Quindi stiamo alle regole del gioco.

Il valore di una buona reputazione

Etichettare le persone è un vizio che ci accomuna.

Spesso semplifichiamo, sintetizziamo secondo i nostri schemi valoriali e mentali, pertanto diamo alle persone una etichetta specifica che ci faciliti in un qual modo la relazione o che ci difenda da fatiche eventuali.

Ai tempi della scuola avevi (o eri tu?) il/la monello/a della classe?

Quel personaggio che tutti (insegnanti, compagni e genitori) storicamente definivano così e che guarda caso alla fine risultava incarnare perfettamente il ruolo.

Hai mai pensato come si potesse sentire quel/la bambino/a ragazzino/a?

E’ mai capitato che quasi in automatico la colpa dei fatti più negativi che accadevano, ricadessero su di lui senza neanche una minima indagine o un dubbio?

Essere reputati come i “Gianburrasca” faceva sì che le persone si atteggiassero nei suoi confronti con una sorta di giudizio aprioristico.

Ho usato un esempio per rafforzare il concetto e farti comprendere l’importanza che riveste la reputazione nella nostra vita.

Non dobbiamo esserne condizionati, non dobbiamo minare la nostra autostima per questo, ma sapere che una ingenuità pubblica può rovinarci forse ci aiuta a mantenere alta la consapevolezza.

Se moltitudini di persone sono pronte ad accanirsi contro perfetti estranei solamente perchè esprimono pareri/valori diversi dai propri, è bene porre attenzione a come ci muoviamo pubblicamente.

Dovremmo curarci dell’opinione che di noi hanno le persone a cui teniamo, certo.

Ho già scritto anche prima che non si può (e si deve) piacere a tutti.

Ma pensiamo alla nostra vita professionale e proviamo a pensare che un commento fuori luogo possa minare la nostra credibilità… ne vale la pena?

Curiamo al meglio la nostra reputazione.

Di come mantenere una buona reputazione online te ne ho parlato in questo articolo.

Ci sono due modi per stabilire la nostra reputazione: essere apprezzati dagli uomini onesti ed essere insultati dai mascalzoni. E’ meglio, comunque, garantirsi il primo, perché sarà invariabilmente accompagnato dal secondo.
(Charles Caleb Colton)

Se vuoi approfondire tutti questi aspetti, ascolta il mio podcast: ogni settimana parlo di un tema relativo al mondo della comunicazione digitale!

Puoi anche approfittare del mio video corso gratuito: ti racconto il mio metodo di lavoro che si basa sulla reputazione digitale

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Francesco Costanzini

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Vita da … social. Il fenomeno dell’odio online

Vita da … social. Il fenomeno dell’odio online

Perché le persone commentano e sono disinibite sui social?
Te lo sei mai chiesto?

Io sì, soprattutto ultimamente.
Se non hai mai avuto un’esperienza diretta prova a cercare ed analizzare un contenuto su temi sensibili (come possono essere la politica, ma anche lo sport o la religione) postato da un tuo contatto e leggi le reazioni.

Lo sdoganamento del qualunquismo e del fatto che chiunque abbia diritto di parola su tutto regna incontrastato.
Chiarisco subito un punto: io credo nella libertà di espressione, come ho anche scritto in precedenza.

Ma proviamo a ragionare: da che cosa deriva il desiderio delle persone di condividere sui social?
Forse partendo da lì riusciamo a capire cosa spinge qualcuno a comportarsi come se non avesse ricevuto una benché minima educazione primaria.

Vorrei seguire il ragionamento che fa Bryan Kramer nel suo libro “Condividere. Il potere di scambiarsi informazioni, storie ed emozioni” (Giunti Editore).

L’autore sostiene che gli esseri umani condividono risorse e conoscenze sin dai tempi preistorici e prima che esistesse il linguaggio parlato esplicito.

Ai tempi l’uomo condivideva per sopravvivere, oggi continuiamo a farlo anche se la sopravvivenza non è più rischio.

Il bisogno di condividere è basato sull’istinto umano non solo di sopravvivenza, ma dice Kramer anche per il bisogno di prosperare.

Le tecnologie digitali ci permettono di restare connessi con il resto del mondo, stanno trasformando il mondo. Anche se potenzialmente potremmo chiuderci in casa, avendo comunque tutto a disposizione di un clic, resta importante per tutti noi il bisogno di trovare una tribù, un’appartenenza, contribuendo a qualcosa più grande di noi ed essere riconosciuti per questo da un altro essere umano.

Dietro a tutte le motivazioni che le persone hanno nel condividere (aiutare, ridere, informare), la realtà è che si sente il bisogno di avere la “percezione di sé”.

Il giudizio che abbiamo di noi stessi significa molto per ciascuno di noi, perché rappresenta la nostra identità come persone. Ci preoccupiamo di quello che gli altri pensano di noi perché abbiamo bisogno di entrare in relazione con loro ed appartenere alla tribù ed allora dobbiamo allinearci con gli altri.

Quindi abbiamo trovato il motivo per cui sentiamo il desiderio di dire agli altri cosa facciamo, cosa mangiamo o magari quello che riteniamo valido ed in cui crediamo.

Perché però esplode la rabbia, la presunzione o la maleducazione?

Cosa ci spinge a liberare istinti così primordiali?

Personaggi pubblici presi di mira, ma non solo.
Anche persone comuni come me e te, che se in un qualche modo hanno l’ardire di esporsi su un argomento vengono immediatamente coperti di commenti, positivi ma anche negativi o peggio allucinanti alle volte.

Non si tratta solo dei cosiddetti “haters” ma anche amici, contatti pseudo tali o amici di amici che anche non conoscendoti bene, si permettono di giudicarti, attaccarti o accusarti di qualcosa che sembra andare contro i loro pensieri.

Ognuno è convinto di essere nel giusto e di difendere la causa (ogni tanto persa) che gli sta a cuore, spesso però basandosi su pregiudizi o non conoscenza dei fatti nello specifico, magari portando come prova bufale o fake news nel peggiore dei casi.

Uno studio pubblicato su Social Psychology ha preso in esame il fenomeno degli “haters” (gli odiatori) asserendo che si comporta così lo fa perché tendenzialmente è più infelice.

Gli autori (Justin Hepler – University of Illinois e Dolores Albarracín – University of Pennsylvania) hanno documentato che tra haters e likers (definiti come quelli rispettivamente che si dispongono in maniera negativa o positiva negli atteggiamenti) a cambiare non è tanto la quantità di tempo che essi impiegano nelle diverse attività durante la settimana, quanto piuttosto il numero stesso di attività svolte. In sostanza gli haters fanno meno cose ma per più tempo.

I problemi sono molteplici, ne banalizzo due:

  • che reputazione pensa di costruirsi chi dileggia o si crede superiore agli altri?
  • se si esagera si va incontro a problemi che possono essere risolti anche dall’autorità giudiziaria

Posso davvero convincere qualcuno della mia opinione se lo offendo e non entro in comunicazione vera con lui/lei?
No, lo capirebbe chiunque.

Quindi “il leone da tastiera” cosa ci guadagna?

  • Ammirazione di chi pensa che sia un comportamento corretto aggredire chiunque la pensi diversamente?
  • Oppure per un like siamo disposti ad essere etichettati, reputati, come disturbatori, odiatori o (peggio) violenti?
  • Pensiamo davvero che un nostro commento di sdegno, anche se può essere giustificato talvolta, sia educativo o possa smascherare eventuali truffatori e malintenzionati?
  • Perché, se tanto coraggiosi, questi personaggi molto spesso si “nascondono” dietro a dei profili falsi e non mostrano il loro nome e cognome?

Giovanni Ziccardi, nel suo libro “L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete”  distingue l’hate speech (originato da razza, religione e credo politico) dall’odio che chiama “interpersonale”, che sembra scaturire da cosa anche più banali. Il tratto comune è comunque la veemenza dell’insulto che si autoalimenta conversando, in cui si attua “l’effetto gregge”.

Forse a chi si comporta in questo modo talvolta sfugge che dietro allo scritto c’è una persona.
Tastiera, smartphone forse semplificano chi desidera sfogarsi senza avere troppo stress, perché mediati da uno schermo.

Alcune ricerche hanno evidenziato nella personalità degli haters dei tratti “sadici” che si esprimono online, poiché nella vita quotidiana non trovano spazio e sfogo.
Queste persone hanno bisogno di sentirsi potenti arrecando un danno agli altri. Non a caso, infatti, le vittime preferite sono quelle persone percepite come popolari, di successo o in qualche modo attraenti.
Facci caso, anche noi possiamo iniziare ad attirare l’attenzione di questi personaggi quando ci considerano “influenti” o una possibile minaccia, anche solo virtuale o del loro costrutto mentale.

Online Disinhibition Effect

La disinibizione online è un fenomeno che non da oggi viene studiato e con cui ciascuno di noi deve fare i conti. La tendenza è quella di esprimere noi stessi più liberamente perché pensiamo che ci sia uno schermo a proteggerci o un pubblico a sorreggerci.

Altro macro-problema è il fatto che spesso si pensa che democraticità del web significhi poter dire un qualcosa sempre e comunque e farlo in modo autorevole al pari di chi è effettivamente un leader in quel settore.
Siamo tutti commissari tecnici, chirurghi, teologi, scienziati, ingegneri, architetti, costituzionalisti, giornalisti solo perché abbiamo libertà di esprimerci pubblicamente.
Se la mia parola sulla medicina vale tanto quella di un medico, capisci che sorge un problema alquanto grave?

Ci sono soluzioni a questo problema?

Io credo di sì, ma sta a noi essere i primi a non cadere in trappola.
Cioè?

  • Pensiamo in primis all’importanza che riveste mantenere al TOP la nostra reputazione online, personale e professionale.
  • Se incontriamo odiatori/haters/persone in cerca di visibilità evitiamo di cadere nel tranello della risposta violenta anche solo verbale. Restiamo determinati nell’educazione e se necessario segnaliamo alle autorità competenti.
  • Evitiamo la ricerca di haters per rendere più visibile il nostro post (più è commentato e più l’algoritmo premia questa attività)
  • Limitiamoci a dare un parere onesto, serio sui temi che conosciamo e sui quali abbiamo competenza, altrimenti… non è obbligatorio dire la nostra opinione (magari non richiesta)
  • Verifichiamo le notizie prima di diffonderle o prima di presumerle vere, spacciandole anche in buona fede come tali (sia in difesa di una nostra opinione che per confutare tesi altrui)
  • La libertà d’opinione è un diritto inalienabile, ma non per questo qualcuno (tanto meno noi) abbiamo il potere di farla diventare un’arma tagliente ed affilatissima, oltre che mortale

Buone pratiche da attuare?

Bisogna fare cultura, creare consapevolezza e sta a ciascuno di noi il fatto di non sentirci esenti da ciò.
Ti voglio segnalare una campagna: #ILoveYouHater con cui Sprite ha provato recentemente a rispondere (con genialità a mio parere) a chi non trova niente di meglio che offendere sul web sulla base di pregiudizi etnici, religiosi, politici o persino legati alla forma fisica.

 

Se vuoi approfondire tutti questi aspetti, ascolta il mio podcast: ogni settimana parlo di un tema relativo al mondo della comunicazione digitale!

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