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Cosa significa reputazione

Cosa significa reputazione

Reputazione

stima, considerazione in cui si è tenuti dagli altri: avere una buona, una cattiva reputazione; godere di un’ottima, di una pessima reputazione

Ecco come il dizionario Garzanti definisce il termine reputazione.

Quando ci approcciamo alle persone che ci circondano, mostriamo loro in modo consapevole o meno quello che siamo.

Ci presentiamo con il nostro modo di essere, il nostro abbigliamento, la nostra postura, la nostra inflessione dialettale, la nostra voce, il nostro linguaggio, il nostro odore.

Tutti questi aspetti determinano l’opinione che i nostri interlocutori si fanno di noi, in primis in modo superficiale e poi in maniera più approfondita quando subentrano elementi conoscitivi più approfonditi: le nostre opinioni, i nostri valori, le nostre attitudini e conoscenze, il nostro sapere….

Le persone che entreranno in relazione con noi, quindi, emetteranno un loro giudizio soggettivo apprezzando o meno gli aspetti che avranno avuto modo di valutare, ricordandosi di noi per alcuni di essi che li avranno colpiti in relazione alla soggettività e alla sensibilità individuale.

Questo è quello che abitualmente accade.

Ci sono casistiche differenti per cui, in modo anche più superficiale, le persone emettono su di noi un verdetto (definitivo o no), senza avere tutti gli elementi necessari per capire chi siamo e se corrispondiamo all’idea che si sono fatti.

Prova a pensare a quando qualcuno parla di noi in un determinato modo o ci etichetta solo per aver letto un nostro contenuto postato su un social network.

Ti sto dicendo qualcosa di strano?

La tua reputazione è nelle mani di altri. Ecco cos’è una reputazione. È fuori dal tuo controllo. La sola cosa che puoi controllare è il tuo carattere.
(Wayne Dyer)

Costruirci una buona reputazione non è così difficile se ne meritiamo una, ho letto in un articolo scritto da Vladimiro Barocco (consulente marketing).

In fine dei conti se siamo persone oneste, vere e non abbiamo nulla da nascondere abbiamo poco da temere.
Se non fare attenzione a non cadere nelle facili tentazioni che spesso il mondo dei social ci mette di fronte.

Probabilmente non piaceremo a tutti e questo è normale oltre che accettabile.

Avremo magari qualche detrattore, qualche invidioso che spargerà veleno sulla nostra persona, ma basterà che le persone ci conoscano, parlino con noi o leggano i nostri contenuti perché le idee possano cambiare se effettivamente meritiamo una buona reputazione.

Non avere detrattori risulta difficile quando in un qualche modo ci esponiamo.

Ma per comunicare dobbiamo farlo.

Quindi stiamo alle regole del gioco.

Il valore di una buona reputazione

Etichettare le persone è un vizio che ci accomuna.

Spesso semplifichiamo, sintetizziamo secondo i nostri schemi valoriali e mentali, pertanto diamo alle persone una etichetta specifica che ci faciliti in un qual modo la relazione o che ci difenda da fatiche eventuali.

Ai tempi della scuola avevi (o eri tu?) il/la monello/a della classe?

Quel personaggio che tutti (insegnanti, compagni e genitori) storicamente definivano così e che guarda caso alla fine risultava incarnare perfettamente il ruolo.

Hai mai pensato come si potesse sentire quel/la bambino/a ragazzino/a?

E’ mai capitato che quasi in automatico la colpa dei fatti più negativi che accadevano, ricadessero su di lui senza neanche una minima indagine o un dubbio?

Essere reputati come i “Gianburrasca” faceva sì che le persone si atteggiassero nei suoi confronti con una sorta di giudizio aprioristico.

Ho usato un esempio per rafforzare il concetto e farti comprendere l’importanza che riveste la reputazione nella nostra vita.

Non dobbiamo esserne condizionati, non dobbiamo minare la nostra autostima per questo, ma sapere che una ingenuità pubblica può rovinarci forse ci aiuta a mantenere alta la consapevolezza.

Se moltitudini di persone sono pronte ad accanirsi contro perfetti estranei solamente perchè esprimono pareri/valori diversi dai propri, è bene porre attenzione a come ci muoviamo pubblicamente.

Dovremmo curarci dell’opinione che di noi hanno le persone a cui teniamo, certo.

Ho già scritto anche prima che non si può (e si deve) piacere a tutti.

Ma pensiamo alla nostra vita professionale e proviamo a pensare che un commento fuori luogo possa minare la nostra credibilità… ne vale la pena?

Curiamo al meglio la nostra reputazione.

Di come mantenere una buona reputazione online te ne ho parlato in questo articolo.

Ci sono due modi per stabilire la nostra reputazione: essere apprezzati dagli uomini onesti ed essere insultati dai mascalzoni. E’ meglio, comunque, garantirsi il primo, perché sarà invariabilmente accompagnato dal secondo.
(Charles Caleb Colton)

Se vuoi approfondire tutti questi aspetti, ascolta il mio podcast: ogni settimana parlo di un tema relativo al mondo della comunicazione digitale!

Puoi anche approfittare del mio video corso gratuito: ti racconto il mio metodo di lavoro che si basa sulla reputazione digitale

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Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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Vita da … social. Il fenomeno dell’odio online

Vita da … social. Il fenomeno dell’odio online

Perché le persone commentano e sono disinibite sui social?
Te lo sei mai chiesto?

Io sì, soprattutto ultimamente.
Se non hai mai avuto un’esperienza diretta prova a cercare ed analizzare un contenuto su temi sensibili (come possono essere la politica, ma anche lo sport o la religione) postato da un tuo contatto e leggi le reazioni.

Lo sdoganamento del qualunquismo e del fatto che chiunque abbia diritto di parola su tutto regna incontrastato.
Chiarisco subito un punto: io credo nella libertà di espressione, come ho anche scritto in precedenza.

Ma proviamo a ragionare: da che cosa deriva il desiderio delle persone di condividere sui social?
Forse partendo da lì riusciamo a capire cosa spinge qualcuno a comportarsi come se non avesse ricevuto una benché minima educazione primaria.

Vorrei seguire il ragionamento che fa Bryan Kramer nel suo libro “Condividere. Il potere di scambiarsi informazioni, storie ed emozioni” (Giunti Editore).

L’autore sostiene che gli esseri umani condividono risorse e conoscenze sin dai tempi preistorici e prima che esistesse il linguaggio parlato esplicito.

Ai tempi l’uomo condivideva per sopravvivere, oggi continuiamo a farlo anche se la sopravvivenza non è più rischio.

Il bisogno di condividere è basato sull’istinto umano non solo di sopravvivenza, ma dice Kramer anche per il bisogno di prosperare.

Le tecnologie digitali ci permettono di restare connessi con il resto del mondo, stanno trasformando il mondo. Anche se potenzialmente potremmo chiuderci in casa, avendo comunque tutto a disposizione di un clic, resta importante per tutti noi il bisogno di trovare una tribù, un’appartenenza, contribuendo a qualcosa più grande di noi ed essere riconosciuti per questo da un altro essere umano.

Dietro a tutte le motivazioni che le persone hanno nel condividere (aiutare, ridere, informare), la realtà è che si sente il bisogno di avere la “percezione di sé”.

Il giudizio che abbiamo di noi stessi significa molto per ciascuno di noi, perché rappresenta la nostra identità come persone. Ci preoccupiamo di quello che gli altri pensano di noi perché abbiamo bisogno di entrare in relazione con loro ed appartenere alla tribù ed allora dobbiamo allinearci con gli altri.

Quindi abbiamo trovato il motivo per cui sentiamo il desiderio di dire agli altri cosa facciamo, cosa mangiamo o magari quello che riteniamo valido ed in cui crediamo.

Perché però esplode la rabbia, la presunzione o la maleducazione?

Cosa ci spinge a liberare istinti così primordiali?

Personaggi pubblici presi di mira, ma non solo.
Anche persone comuni come me e te, che se in un qualche modo hanno l’ardire di esporsi su un argomento vengono immediatamente coperti di commenti, positivi ma anche negativi o peggio allucinanti alle volte.

Non si tratta solo dei cosiddetti “haters” ma anche amici, contatti pseudo tali o amici di amici che anche non conoscendoti bene, si permettono di giudicarti, attaccarti o accusarti di qualcosa che sembra andare contro i loro pensieri.

Ognuno è convinto di essere nel giusto e di difendere la causa (ogni tanto persa) che gli sta a cuore, spesso però basandosi su pregiudizi o non conoscenza dei fatti nello specifico, magari portando come prova bufale o fake news nel peggiore dei casi.

Uno studio pubblicato su Social Psychology ha preso in esame il fenomeno degli “haters” (gli odiatori) asserendo che si comporta così lo fa perché tendenzialmente è più infelice.

Gli autori (Justin Hepler – University of Illinois e Dolores Albarracín – University of Pennsylvania) hanno documentato che tra haters e likers (definiti come quelli rispettivamente che si dispongono in maniera negativa o positiva negli atteggiamenti) a cambiare non è tanto la quantità di tempo che essi impiegano nelle diverse attività durante la settimana, quanto piuttosto il numero stesso di attività svolte. In sostanza gli haters fanno meno cose ma per più tempo.

I problemi sono molteplici, ne banalizzo due:

  • che reputazione pensa di costruirsi chi dileggia o si crede superiore agli altri?
  • se si esagera si va incontro a problemi che possono essere risolti anche dall’autorità giudiziaria

Posso davvero convincere qualcuno della mia opinione se lo offendo e non entro in comunicazione vera con lui/lei?
No, lo capirebbe chiunque.

Quindi “il leone da tastiera” cosa ci guadagna?

  • Ammirazione di chi pensa che sia un comportamento corretto aggredire chiunque la pensi diversamente?
  • Oppure per un like siamo disposti ad essere etichettati, reputati, come disturbatori, odiatori o (peggio) violenti?
  • Pensiamo davvero che un nostro commento di sdegno, anche se può essere giustificato talvolta, sia educativo o possa smascherare eventuali truffatori e malintenzionati?
  • Perché, se tanto coraggiosi, questi personaggi molto spesso si “nascondono” dietro a dei profili falsi e non mostrano il loro nome e cognome?

Giovanni Ziccardi, nel suo libro “L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete”  distingue l’hate speech (originato da razza, religione e credo politico) dall’odio che chiama “interpersonale”, che sembra scaturire da cosa anche più banali. Il tratto comune è comunque la veemenza dell’insulto che si autoalimenta conversando, in cui si attua “l’effetto gregge”.

Forse a chi si comporta in questo modo talvolta sfugge che dietro allo scritto c’è una persona.
Tastiera, smartphone forse semplificano chi desidera sfogarsi senza avere troppo stress, perché mediati da uno schermo.

Alcune ricerche hanno evidenziato nella personalità degli haters dei tratti “sadici” che si esprimono online, poiché nella vita quotidiana non trovano spazio e sfogo.
Queste persone hanno bisogno di sentirsi potenti arrecando un danno agli altri. Non a caso, infatti, le vittime preferite sono quelle persone percepite come popolari, di successo o in qualche modo attraenti.
Facci caso, anche noi possiamo iniziare ad attirare l’attenzione di questi personaggi quando ci considerano “influenti” o una possibile minaccia, anche solo virtuale o del loro costrutto mentale.

Online Disinhibition Effect

La disinibizione online è un fenomeno che non da oggi viene studiato e con cui ciascuno di noi deve fare i conti. La tendenza è quella di esprimere noi stessi più liberamente perché pensiamo che ci sia uno schermo a proteggerci o un pubblico a sorreggerci.

Altro macro-problema è il fatto che spesso si pensa che democraticità del web significhi poter dire un qualcosa sempre e comunque e farlo in modo autorevole al pari di chi è effettivamente un leader in quel settore.
Siamo tutti commissari tecnici, chirurghi, teologi, scienziati, ingegneri, architetti, costituzionalisti, giornalisti solo perché abbiamo libertà di esprimerci pubblicamente.
Se la mia parola sulla medicina vale tanto quella di un medico, capisci che sorge un problema alquanto grave?

Ci sono soluzioni a questo problema?

Io credo di sì, ma sta a noi essere i primi a non cadere in trappola.
Cioè?

  • Pensiamo in primis all’importanza che riveste mantenere al TOP la nostra reputazione online, personale e professionale.
  • Se incontriamo odiatori/haters/persone in cerca di visibilità evitiamo di cadere nel tranello della risposta violenta anche solo verbale. Restiamo determinati nell’educazione e se necessario segnaliamo alle autorità competenti.
  • Evitiamo la ricerca di haters per rendere più visibile il nostro post (più è commentato e più l’algoritmo premia questa attività)
  • Limitiamoci a dare un parere onesto, serio sui temi che conosciamo e sui quali abbiamo competenza, altrimenti… non è obbligatorio dire la nostra opinione (magari non richiesta)
  • Verifichiamo le notizie prima di diffonderle o prima di presumerle vere, spacciandole anche in buona fede come tali (sia in difesa di una nostra opinione che per confutare tesi altrui)
  • La libertà d’opinione è un diritto inalienabile, ma non per questo qualcuno (tanto meno noi) abbiamo il potere di farla diventare un’arma tagliente ed affilatissima, oltre che mortale

Buone pratiche da attuare?

Bisogna fare cultura, creare consapevolezza e sta a ciascuno di noi il fatto di non sentirci esenti da ciò.
Ti voglio segnalare una campagna: #ILoveYouHater con cui Sprite ha provato recentemente a rispondere (con genialità a mio parere) a chi non trova niente di meglio che offendere sul web sulla base di pregiudizi etnici, religiosi, politici o persino legati alla forma fisica.

 

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Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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Analfabetismo funzionale: un problema da risolvere

Analfabetismo funzionale: un problema da risolvere

Ti è mai capitato di non capire un testo letto sul web ma di emettere un giudizio lo stesso?
E’ quello che succede di frequente e che è davvero un grande problema.
Quante volte avrai verificato anche tu di persone che hanno condiviso sui social, commentato o “mipiacciato” contenuti senza averli mai letti o realmente compresi…
Esiste più di una risposta a questo fenomeno.
Quello su cui vorrei riflettere oggi è il cosiddetto “analfabetismo funzionale“.

Una persona è funzionalmente alfabetizzata se può essere coinvolta in tutte quelle attività nelle quali l’alfabetizzazione è richiesta per il buon funzionamento del suo gruppo e della sua comunità e per permetterle di continuare a usare la lettura, la scrittura e la computazione per lo sviluppo proprio e della sua comunità”. (Unesco)

 

In Italia il 47 per cento degli individui è analfabeta funzionale.
Lo rivela l’OCSE in un report (Human development) del 2009.

Non ti sembra pazzesco?

Interessante un articolo comparso su TPI in cui viene fatta un’analisi molto dettagliata.

Mi colpisce davvero moltissimo questo problema, ritengo che sia davvero una piaga sociale.

Il Sole 24 Ore ha riportato qualche giorno fa i risultati dei test Pisa di OCSE (che misurano la competenza di lettura al fine di raggiungere i propri obiettivi, sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità e svolgere un ruolo attivo nella società).

Ti ricordi quando a scuola ci parlavano di “comprensione del testo”?
Non ti sembra che sia un qualcosa di assolutamente necessario anche oggi?

Il fatto è che il problema non coinvolge solo le nuove generazioni.

L’Espresso riportando un’indagine Piaac  li descrive come persone con più di 55 anni, poco istruiti e svolgono professioni non qualificate, oppure giovanissimi che stanno a casa dei genitori senza lavorare né studiare o provengono da famiglie dove sono presenti meno di 25 libri.

Mi appassiona il tema dell’educazione digitale e credo che si debba prendere molta consapevolezza di ciò che lega a questo problema e quali sono i meccanismi che possono essere amplificati.

Beh l’analfabetismo funzionale è il meccanismo che reputo tra i più pericolosi, perché si rischia davvero di ricadere in un incubo pazzesco.
Le ripercussioni e le risultanze di tutto questo sono alquanto evidenti.
Il proliferarsi delle fake news, di meccanismi manipolatori subdoli, macchine del consenso…

Ne va di tutti noi e dobbiamo, senza voler essere catastrofisti, collaborare per migliorare questo trend.
Il mondo della scuola deve sentirsi responsabile, ma come fare con adulti che hanno il vizio (che non reputano tale) di non comprendere ciò che leggono ma di pensare di poter ugualmente dare un parere?

Se il 75% delle informazioni apprese viene dimenticato se non se ne fa immediatamente uso, se siamo continuamente disturbati da ciò che ci circonda, dalle notifiche degli smartphone che controlliamo centinaia di volte al giorno, difficilmente risolveremo il problema.

La prima questione che dobbiamo risolvere è convincere noi stessi ad abbandonare quando non necessaria la dipendenza da notifiche (che può sforare nel patologico).

Poi ci sono dei test specifici che possono essere fatti per verificare il grado di analfabetismo, ma il problema di base è che questo fenomeno è sicuramente sempre esistito: i social lo hanno solo amplificato allargando la possibilità di (potenzialmente) tutti di poter accedere a tante informazioni e dare voce anche a chi non l’avrebbe o non l’ha mai avuta.

è sempre una questione di … consapevolezza.

Più siamo consapevoli meno diventiamo amplificatori di problemi.

Ecco perché l’educazione digitale ha bisogno di essere promossa nella Scuola, ma anche nel mondo del lavoro, nei centri ricreativi, sportivi, sociali, nelle parrocchie o altri luoghi di culto.

Deve diventare un problema di cui deve occuparsi la cosa pubblica, compartecipando insieme al tessuto sociale di un Terzo Settore che nel nostro Paese vi è da esserne orgogliosi e di tanti professionisti che (sono sicuro) si potrebbero rendere disponibili.

Francesco Costanzini

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Reputazione online: come mantenere un buon livello

Reputazione online: come mantenere un buon livello

Reputazione online o web reputation: di cosa stiamo parlando?

La reputazione è un parametro importante, da non sottovalutare.

La si misura cercando di capire osa gli altri pensano e dicono di noi rispetto a:

  • Aspetto estetico ed olfattivo
  • Come parliamo? (linguaggio, tono, gestualità)
  • Come ci vestiamo
  • Cosa diciamo? (contenuti/valori)
  • Cosa trasmettiamo agli altri
  • Quali competenze abbiamo
  • Pregi
  • Difetti

E sul web?

Tutti noi in qualche modo siamo “giudicati” per ciò che facciamo anche nella nostra vita digitale.

Recruiter, potenziali clienti/fornitori, manager, imprenditori, misurano e valutano la nostra reputazione digitale prima di incontrarci e conoscerci, oltre che anche in un secondo momento, a volte.

Hai mai provato a cercare su Google il tuo nome?

Ciò che otterrai analizzando i risultati della ricerca e mettendo insieme le informazioni, sono la tua reputazione online, a cui poi andranno aggiunti chiaramente gli studi sui profili social e le conversazioni in cui siamo coinvolti.

Potrai capire, dunque, quanto sia importante fare sin da subito un’ottima impressione a chi non ci conosce a fondo, perché molto probabilmente questa persona valuterà la nostra persona da quanto leggerà e scoprirà nella sua indagine digitale.

Come gestire la reputazione online al meglio e mantenere un buon livello?

Ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla. Se pensi a questo, farai le cose in modo diverso.” (Warren Buffet)

Ecco alcuni consigli utili per mantenere un buon comportamento “sociale” ed essere considerati bene sul web.

Buone pratiche da utilizzare sui social network, con particolare riferimento a Facebook, ma non solo.

  • Usa un linguaggio chiaro, attenzione all’ironia.
  • Sii credibile pubblicando notizie attendibili (attenzione alle bufale e fake news)
  • Non sottolineare gli errori di scrittura altrui
  • Pensaci prima di caricare una tua foto se in un futuro potrebbe imbarazzarti vederla
  • Chiedi il consenso prima di pubblicare foto che ritraggono altre persone
  • Evita l’invio di messaggi a X persone contemporaneamente promuovendo un qualcosa che interessa probabilmente solo a te
  • Ricorda che essere educati “richiama” l’educazione
  • Non invitare nessuno al giochino che tanto appassiona. Non tutti amano giocare.
  • Non aggiungere nessuno a un nuovo gruppo senza prima chiedere il permesso. Ed è comunque sempre meglio limitarsi al semplice invito.
  • Se richiedi l’amicizia/contato a qualcuno che non hai mai incontrato di persona, invia un messaggio spiegando perché vuoi essere suo amico/a.
  • E’ buona educazione apprezzare con un like i saluti o i commenti gentili che ti riguardano.
    Non è valutato positivamente iscriversi ad un social senza interagire con la comunità. Non fare il “guardone”, rispetta le regole del “gioco”
  • Non fare mai il leone da tastiera pensando (erroneamente) che essendo su un social si possa dire quello che passa per la testa. Non scrivere mai cose che non diresti anche di persona….e se sono cose volgari o offensive…lascia perdere!
  • Condividi i contenuti che ti appassionano, senza tediare

Ricordati che se le opinioni sociali non vengono confermate da atteggiamenti OFFLINE coerenti, tutti gli sforzi digitali saranno vani.

 

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A cosa servono le competenze digitali

A cosa servono le competenze digitali

Competenze digitali: perchè?

Ce lo dice l’Europa.
Le competenze digitali diventano “competenze chiave” per il Consiglio dell’Unione Europea che lo scorso 23 maggio ha pubblicato le raccomandazioni, dodici anni dopo le prime.

“È necessario innalzare il livello di padronanza delle competenze di base (alfabetiche, matematiche e digitali) e sostenere lo sviluppo della capacità di imparare a imparare quale presupposto costantemente migliore per apprendere e partecipare alla società in una prospettiva di apprendimento permanente”.

Quindi avere competenze digitali potrebbe significare trovare maggiormente lavoro?

E’ esattamente questo il punto.
Su quali competenze digitali ha senso investire per avere un futuro professionale richiesto e ben remunerato?
Vediamo i risultati di uno studio condotto da Idc per conto di Cisco.

1. Data management/analytics

Questa macroarea comprende la business intelligence analyst, business intelligence architect/developer, data engineer, data scientist e database architect. Il tema dei big data è uno di quei temi che sicuramente devono essere approfonditi.
Sempre più università ed enti di formazione dovranno ampliare un’offerta su questi temi.

2. Cyber Security

La sicurezza informatica è uno dei settori chiave per il futuro e il profilo del security management specialist, in particolare, è al vertice nella classifica delle figure professionali ritenute strategiche dagli esperti di tecnologia, sia a livello mondiale che nello specifico del contesto europeo.

3. Infrastrutture IT

L’area delle infrastrutture informatiche rappresenta un’altra scelta. Network engineer/architect, network/systems administrator, systems analyst, social media tech manager/administrator e computer support specialist i profili più interessanti.

4. Sviluppatori di software e app per mobile

Ecco un’area su cui da un po’ di tempo è possibile costruirsi competenze e di cui si sente parlare.

5. Digital Transformation

Si arriva alle figure professionali che dovranno traghettare le aziende verso il futuro in chiave 4.0, che tuttavia, secondo l’analisi di cui sopra, non hanno un tasso di offerte di lavoro attuali e di crescita a lungo termine paragonabile a quello delle altre quattro aree professionali.

“Riteniamo che la digital transformation permetta di guidare un’innovazione agile, trovare modi migliori di lavorare, adottare nuovi modelli di business e offrire una migliore esperienza ai clienti”. (Luca Zerminiani, senior manager, Systems Engineering, di VMware Italy)

Molto preoccupante la situazione nel nostro Paese, analizzata su Industria Italiana 

In un altro articolo viene intervistato Marco Gay presidente di Anitec-Assinform, l’Associazione delle Aziende di Information Technology e dell’Elettronica di Consumo, aderente a Confindustria, che dichiara:

“non è più sufficiente preoccuparsi di cosa serve alle aziende in termini di nuovi specialisti ITC, ma bisogna estendere l’attenzione alle professioni tradizionali. In tutte esiste, più o meno, la necessità di avere skill digitali.”

Il problema è che il gap negativo tra capacità dei lavoratori e necessità del mercato va colmato perchè si sta vivendo una insoddisfazione di una domanda importante di futuro.

Ecco uno dei motivi per cui demonizzare e parlare solamente di rischi in ambito digitale non è corretto.

E’ necessaria una conoscenza, una consapevolezza ed un’offerta formativa ampia, di qualità e facilmente accessibile in tutta la nostra penisola.

Non lo dice solo l’Europa, lo dice il mercato del lavoro.

Vi sembra poco?

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Social Warning

Social Warning

Nasce il Movimento Etico Digitale anche a Bologna

“We have a dream”: due ore a settimana in tutte le scuole per parlare di Educazione Civico Digitale.
Con questo incipit la scorsa settimana ci siamo presentati.
Ma chi siamo e cosa vogliamo fare ed anche NON fare?
Siamo un team composto da una trentina di giovani professionisti e appassionati della tastiera di tutta Italia,  che grazie ad un ideatore giovane e competente (Davide Dal Maso)  si è unito attorno a un obiettivo: quello di diffondere consapevolezza tra giovani e adulti, studenti e insegnanti, figli e genitori, del valore e della necessità di un’educazione civica digitale.

Reale e digitale

Pensare che la vita reale sia il social e pensare che il social sia cosa diversa dalla vita reale.
Ecco uno dei primi nodi da comprendere e far comprendere.
Il nostro atteggiamento sui social non può e non deve essere diverso da quello che abbiamo nella nostra vita solo perchè è mediato da una tastiera.
Le ripercussioni di ciò che diciamo o che facciamo online si riverberano sulla vita di tutti i giorni. Ma è anche vero che corriamo il rischio di costruirci opinioni a seconda di come la nostra newsfeed di un social viene composta minuto dopo minuto.

Orientare per comprendere

L’approccio dei colleghi del Movimento, che ho sposato e che condivido, è quello di non demonizzare. Non si vuole fare terrorismo, incutere terrore.
E’ piuttosto necessario fare educazione. Comprendere.
La consapevolezza di ciascuno di noi è la parola chiave.

La scuola

La scuola è l’agenzia educativa alla portata dei ragazzi e che i ragazzi vivono comunitariamente tanti giorni all’anno e per tante ore.
Ecco perchè vorremmo che fosse la scuola il nostro punto di partenza.
Per parlare con i ragazzi, con gli insegnanti, gli educatori e le famiglie.
E’ necessario costruire insieme, capire insieme, conoscere insieme, condividere insieme.
Per questo l’obiettivo ambizioso è quello di creare momenti curricolari di educazione digitale e non solo legati a sensibilità di alcuni dirigenti o insegnanti.

Conoscere

La conoscenza è alla base. La non conoscenza produce molto spesso il pregiudizio, la paura.
La responsabilità è in capo al mondo adulto, che sta consegnando tutto ciò alle generazioni successive e se manca in seno al mondo dei “grandi” una conoscenza di quelle che sono potenzialità del web e come evitare i rischi, come possiamo pretendere che i nostri figli imparino visto che hanno in mano un potenziale enorme senza un libretto di istruzioni?

Ecco, questa è la vision mia e di tanti professionisti che si sono uniti e messi a disposizione per creare cultura digitale diffusa.

 

Se sei interessato/a al progetto contattami

Francesco Costanzini

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