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Vita da … social. Il fenomeno dell’odio online

Vita da … social. Il fenomeno dell’odio online

Perché le persone commentano e sono disinibite sui social?
Te lo sei mai chiesto?

Io sì, soprattutto ultimamente.
Se non hai mai avuto un’esperienza diretta prova a cercare ed analizzare un contenuto su temi sensibili (come possono essere la politica, ma anche lo sport o la religione) postato da un tuo contatto e leggi le reazioni.

Lo sdoganamento del qualunquismo e del fatto che chiunque abbia diritto di parola su tutto regna incontrastato.
Chiarisco subito un punto: io credo nella libertà di espressione, come ho anche scritto in precedenza.

Ma proviamo a ragionare: da che cosa deriva il desiderio delle persone di condividere sui social?
Forse partendo da lì riusciamo a capire cosa spinge qualcuno a comportarsi come se non avesse ricevuto una benché minima educazione primaria.

Vorrei seguire il ragionamento che fa Bryan Kramer nel suo libro “Condividere. Il potere di scambiarsi informazioni, storie ed emozioni” (Giunti Editore).

L’autore sostiene che gli esseri umani condividono risorse e conoscenze sin dai tempi preistorici e prima che esistesse il linguaggio parlato esplicito.

Ai tempi l’uomo condivideva per sopravvivere, oggi continuiamo a farlo anche se la sopravvivenza non è più rischio.

Il bisogno di condividere è basato sull’istinto umano non solo di sopravvivenza, ma dice Kramer anche per il bisogno di prosperare.

Le tecnologie digitali ci permettono di restare connessi con il resto del mondo, stanno trasformando il mondo. Anche se potenzialmente potremmo chiuderci in casa, avendo comunque tutto a disposizione di un clic, resta importante per tutti noi il bisogno di trovare una tribù, un’appartenenza, contribuendo a qualcosa più grande di noi ed essere riconosciuti per questo da un altro essere umano.

Dietro a tutte le motivazioni che le persone hanno nel condividere (aiutare, ridere, informare), la realtà è che si sente il bisogno di avere la “percezione di sé”.

Il giudizio che abbiamo di noi stessi significa molto per ciascuno di noi, perché rappresenta la nostra identità come persone. Ci preoccupiamo di quello che gli altri pensano di noi perché abbiamo bisogno di entrare in relazione con loro ed appartenere alla tribù ed allora dobbiamo allinearci con gli altri.

Quindi abbiamo trovato il motivo per cui sentiamo il desiderio di dire agli altri cosa facciamo, cosa mangiamo o magari quello che riteniamo valido ed in cui crediamo.

Perché però esplode la rabbia, la presunzione o la maleducazione?

Cosa ci spinge a liberare istinti così primordiali?

Personaggi pubblici presi di mira, ma non solo.
Anche persone comuni come me e te, che se in un qualche modo hanno l’ardire di esporsi su un argomento vengono immediatamente coperti di commenti, positivi ma anche negativi o peggio allucinanti alle volte.

Non si tratta solo dei cosiddetti “haters” ma anche amici, contatti pseudo tali o amici di amici che anche non conoscendoti bene, si permettono di giudicarti, attaccarti o accusarti di qualcosa che sembra andare contro i loro pensieri.

Ognuno è convinto di essere nel giusto e di difendere la causa (ogni tanto persa) che gli sta a cuore, spesso però basandosi su pregiudizi o non conoscenza dei fatti nello specifico, magari portando come prova bufale o fake news nel peggiore dei casi.

Uno studio pubblicato su Social Psychology ha preso in esame il fenomeno degli “haters” (gli odiatori) asserendo che si comporta così lo fa perché tendenzialmente è più infelice.

Gli autori (Justin Hepler – University of Illinois e Dolores Albarracín – University of Pennsylvania) hanno documentato che tra haters e likers (definiti come quelli rispettivamente che si dispongono in maniera negativa o positiva negli atteggiamenti) a cambiare non è tanto la quantità di tempo che essi impiegano nelle diverse attività durante la settimana, quanto piuttosto il numero stesso di attività svolte. In sostanza gli haters fanno meno cose ma per più tempo.

I problemi sono molteplici, ne banalizzo due:

  • che reputazione pensa di costruirsi chi dileggia o si crede superiore agli altri?
  • se si esagera si va incontro a problemi che possono essere risolti anche dall’autorità giudiziaria

Posso davvero convincere qualcuno della mia opinione se lo offendo e non entro in comunicazione vera con lui/lei?
No, lo capirebbe chiunque.

Quindi “il leone da tastiera” cosa ci guadagna?

  • Ammirazione di chi pensa che sia un comportamento corretto aggredire chiunque la pensi diversamente?
  • Oppure per un like siamo disposti ad essere etichettati, reputati, come disturbatori, odiatori o (peggio) violenti?
  • Pensiamo davvero che un nostro commento di sdegno, anche se può essere giustificato talvolta, sia educativo o possa smascherare eventuali truffatori e malintenzionati?
  • Perché, se tanto coraggiosi, questi personaggi molto spesso si “nascondono” dietro a dei profili falsi e non mostrano il loro nome e cognome?

Giovanni Ziccardi, nel suo libro “L’odio online. Violenza verbale e ossessioni in rete”  distingue l’hate speech (originato da razza, religione e credo politico) dall’odio che chiama “interpersonale”, che sembra scaturire da cosa anche più banali. Il tratto comune è comunque la veemenza dell’insulto che si autoalimenta conversando, in cui si attua “l’effetto gregge”.

Forse a chi si comporta in questo modo talvolta sfugge che dietro allo scritto c’è una persona.
Tastiera, smartphone forse semplificano chi desidera sfogarsi senza avere troppo stress, perché mediati da uno schermo.

Alcune ricerche hanno evidenziato nella personalità degli haters dei tratti “sadici” che si esprimono online, poiché nella vita quotidiana non trovano spazio e sfogo.
Queste persone hanno bisogno di sentirsi potenti arrecando un danno agli altri. Non a caso, infatti, le vittime preferite sono quelle persone percepite come popolari, di successo o in qualche modo attraenti.
Facci caso, anche noi possiamo iniziare ad attirare l’attenzione di questi personaggi quando ci considerano “influenti” o una possibile minaccia, anche solo virtuale o del loro costrutto mentale.

Online Disinhibition Effect

La disinibizione online è un fenomeno che non da oggi viene studiato e con cui ciascuno di noi deve fare i conti. La tendenza è quella di esprimere noi stessi più liberamente perché pensiamo che ci sia uno schermo a proteggerci o un pubblico a sorreggerci.

Altro macro-problema è il fatto che spesso si pensa che democraticità del web significhi poter dire un qualcosa sempre e comunque e farlo in modo autorevole al pari di chi è effettivamente un leader in quel settore.
Siamo tutti commissari tecnici, chirurghi, teologi, scienziati, ingegneri, architetti, costituzionalisti, giornalisti solo perché abbiamo libertà di esprimerci pubblicamente.
Se la mia parola sulla medicina vale tanto quella di un medico, capisci che sorge un problema alquanto grave?

Ci sono soluzioni a questo problema?

Io credo di sì, ma sta a noi essere i primi a non cadere in trappola.
Cioè?

  • Pensiamo in primis all’importanza che riveste mantenere al TOP la nostra reputazione online, personale e professionale.
  • Se incontriamo odiatori/haters/persone in cerca di visibilità evitiamo di cadere nel tranello della risposta violenta anche solo verbale. Restiamo determinati nell’educazione e se necessario segnaliamo alle autorità competenti.
  • Evitiamo la ricerca di haters per rendere più visibile il nostro post (più è commentato e più l’algoritmo premia questa attività)
  • Limitiamoci a dare un parere onesto, serio sui temi che conosciamo e sui quali abbiamo competenza, altrimenti… non è obbligatorio dire la nostra opinione (magari non richiesta)
  • Verifichiamo le notizie prima di diffonderle o prima di presumerle vere, spacciandole anche in buona fede come tali (sia in difesa di una nostra opinione che per confutare tesi altrui)
  • La libertà d’opinione è un diritto inalienabile, ma non per questo qualcuno (tanto meno noi) abbiamo il potere di farla diventare un’arma tagliente ed affilatissima, oltre che mortale

Buone pratiche da attuare?

Bisogna fare cultura, creare consapevolezza e sta a ciascuno di noi il fatto di non sentirci esenti da ciò.
Ti voglio segnalare una campagna: #ILoveYouHater con cui Sprite ha provato recentemente a rispondere (con genialità a mio parere) a chi non trova niente di meglio che offendere sul web sulla base di pregiudizi etnici, religiosi, politici o persino legati alla forma fisica.

 

Se vuoi approfondire tutti questi aspetti, ascolta il mio podcast: ogni settimana parlo di un tema relativo al mondo della comunicazione digitale!

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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Analfabetismo funzionale: un problema da risolvere

Analfabetismo funzionale: un problema da risolvere

Ti è mai capitato di non capire un testo letto sul web ma di emettere un giudizio lo stesso?
E’ quello che succede di frequente e che è davvero un grande problema.
Quante volte avrai verificato anche tu di persone che hanno condiviso sui social, commentato o “mipiacciato” contenuti senza averli mai letti o realmente compresi…
Esiste più di una risposta a questo fenomeno.
Quello su cui vorrei riflettere oggi è il cosiddetto “analfabetismo funzionale“.

Una persona è funzionalmente alfabetizzata se può essere coinvolta in tutte quelle attività nelle quali l’alfabetizzazione è richiesta per il buon funzionamento del suo gruppo e della sua comunità e per permetterle di continuare a usare la lettura, la scrittura e la computazione per lo sviluppo proprio e della sua comunità”. (Unesco)

 

In Italia il 47 per cento degli individui è analfabeta funzionale.
Lo rivela l’OCSE in un report (Human development) del 2009.

Non ti sembra pazzesco?

Interessante un articolo comparso su TPI in cui viene fatta un’analisi molto dettagliata.

Mi colpisce davvero moltissimo questo problema, ritengo che sia davvero una piaga sociale.

Il Sole 24 Ore ha riportato qualche giorno fa i risultati dei test Pisa di OCSE (che misurano la competenza di lettura al fine di raggiungere i propri obiettivi, sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità e svolgere un ruolo attivo nella società).

Ti ricordi quando a scuola ci parlavano di “comprensione del testo”?
Non ti sembra che sia un qualcosa di assolutamente necessario anche oggi?

Il fatto è che il problema non coinvolge solo le nuove generazioni.

L’Espresso riportando un’indagine Piaac  li descrive come persone con più di 55 anni, poco istruiti e svolgono professioni non qualificate, oppure giovanissimi che stanno a casa dei genitori senza lavorare né studiare o provengono da famiglie dove sono presenti meno di 25 libri.

Mi appassiona il tema dell’educazione digitale e credo che si debba prendere molta consapevolezza di ciò che lega a questo problema e quali sono i meccanismi che possono essere amplificati.

Beh l’analfabetismo funzionale è il meccanismo che reputo tra i più pericolosi, perché si rischia davvero di ricadere in un incubo pazzesco.
Le ripercussioni e le risultanze di tutto questo sono alquanto evidenti.
Il proliferarsi delle fake news, di meccanismi manipolatori subdoli, macchine del consenso…

Ne va di tutti noi e dobbiamo, senza voler essere catastrofisti, collaborare per migliorare questo trend.
Il mondo della scuola deve sentirsi responsabile, ma come fare con adulti che hanno il vizio (che non reputano tale) di non comprendere ciò che leggono ma di pensare di poter ugualmente dare un parere?

Se il 75% delle informazioni apprese viene dimenticato se non se ne fa immediatamente uso, se siamo continuamente disturbati da ciò che ci circonda, dalle notifiche degli smartphone che controlliamo centinaia di volte al giorno, difficilmente risolveremo il problema.

La prima questione che dobbiamo risolvere è convincere noi stessi ad abbandonare quando non necessaria la dipendenza da notifiche (che può sforare nel patologico).

Poi ci sono dei test specifici che possono essere fatti per verificare il grado di analfabetismo, ma il problema di base è che questo fenomeno è sicuramente sempre esistito: i social lo hanno solo amplificato allargando la possibilità di (potenzialmente) tutti di poter accedere a tante informazioni e dare voce anche a chi non l’avrebbe o non l’ha mai avuta.

è sempre una questione di … consapevolezza.

Più siamo consapevoli meno diventiamo amplificatori di problemi.

Ecco perché l’educazione digitale ha bisogno di essere promossa nella Scuola, ma anche nel mondo del lavoro, nei centri ricreativi, sportivi, sociali, nelle parrocchie o altri luoghi di culto.

Deve diventare un problema di cui deve occuparsi la cosa pubblica, compartecipando insieme al tessuto sociale di un Terzo Settore che nel nostro Paese vi è da esserne orgogliosi e di tanti professionisti che (sono sicuro) si potrebbero rendere disponibili.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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Reputazione online: come mantenere un buon livello

Reputazione online: come mantenere un buon livello

Reputazione online o reputazione digitale: di cosa stiamo parlando?

La reputazione online oggi è un parametro decisamente importante, da non sottovalutare.

Sempre più recruiter, potenziali clienti/fornitori, manager nel campo delle risorse umane misurano e valutano la nostra reputazione digitale.

Cioè?
Hai mai provato a cercare su Google il tuo nome?

Ciò che otterrai analizzando i risultati della ricerca e mettendo insieme le informazioni, sono la tua reputazione online, a cui poi andranno aggiunti chiaramente gli studi sui profili social e le conversazioni in cui siamo coinvolti.

Potrai capire, dunque, quanto sia importante fare sin da subito un’ottima impressione a chi non ci conosce a fondo, perché molto probabilmente questa persona valuterà la nostra persona da quanto leggerà e scoprirà nella sua indagine digitale.

Come gestire la reputazione online al meglio e mantenere un buon livello?

Ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla. Se pensi a questo, farai le cose in modo diverso.” (Warren Buffet)

Ecco alcuni consigli utili per mantenere un buon comportamento “sociale” ed essere considerati bene sul web.
Buone pratiche da utilizzare sui social network, con particolare riferimento a Facebook, ma non solo.

  • Usa un linguaggio chiaro, attenzione all’ironia.
  • Sii credibile pubblicando notizie attendibili (attenzione alle bufale e fake news)
  • Non sottolineare gli errori di scrittura altrui
  • Pensaci prima di caricare una tua foto se in un futuro potrebbe imbarazzarti vederla
  • Chiedi il consenso prima di pubblicare foto che ritraggono altre persone
  • Evita l’invio di messaggi a X persone contemporaneamente promuovendo un qualcosa che interessa probabilmente solo a te
  • Ricorda che essere educati “richiama” l’educazione
  • Non invitare nessuno al giochino che tanto appassiona. Non tutti amano giocare.
  • Non aggiungere nessuno a un nuovo gruppo senza prima chiedere il permesso. Ed è comunque sempre meglio limitarsi al semplice invito.
  • Se richiedi l’amicizia/contato a qualcuno che non hai mai incontrato di persona, invia un messaggio spiegando perché vuoi essere suo amico/a.
  • E’ buona educazione apprezzare con un like i saluti o i commenti gentili che ti riguardano.
    Non è valutato positivamente iscriversi ad un social senza interagire con la comunità. Non fare il “guardone”, rispetta le regole del “gioco”
  • Non fare mai il leone da tastiera pensando (erroneamente) che essendo su un social si possa dire quello che passa per la testa. Non scrivere mai cose che non diresti anche di persona….e se sono cose volgari o offensive…lascia perdere!
  • Condividi i contenuti che ti appassionano, senza tediare

Ricordati che se le opinioni sociali non vengono confermate da atteggiamenti “in real life” coerenti, tutti gli sforzi digitali saranno vani.

 

Se vuoi approfondire tutti questi aspetti, ascolta il mio podcast su Itunes, Spotify o Apple Podcast: ogni settimana parlo di un tema relativo al mondo della comunicazione digitale!

Francesco Costanzini

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Il dilemma delle fake news

Il dilemma delle fake news

La diffusione di fake news e bufale è un allarme sociale e politico che anche nel nostro Paese si sta rivelando dirimente e sul quale si sta discutendo. Ecco come la penso.

David Duente e Paolo Attivissimo hanno pubblicato nel Dicembre 2016 una interessantissima inchiesta scoprendo chi si cela dietro alcuni siti che fanno disinformazione svelando il meccanismo che sta dietro questo network.

Il fenomeno è sulla bocca di tanti oggi.

Persino Google e Facebook stanno correndo ai ripari.

Ecco cosa ne pensa una parte del mondo delle istituzioni:

Internet è stata, e continua a essere, una grande rivoluzione democratica, che va preservata e difesa da chi vorrebbe trasformarla in un ring permanente, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi.” (Sergio Mattarella)

 

Facebook non può essere più considerato un semplice veicolo di contenuti” (Andrea Orlando, ai tempi Ministro della Giustizia)

 

Anche se è assai difficile stabilire se le fake news abbiano influenzato recenti consultazioni popolari in varie parti del mondo, è però arduo sostenere che la diffusione di notizie false sia un bene per la democrazia. Le bugie in Rete non sono un bene per la libertà di informazione, che ha sempre due volti. Da un lato c’è il diritto di informare ma, dall’altro lato, c’è il diritto ad essere informati correttamente e a non essere ingannati.“ (Giovanni Pitruzzella, presidente Antitrust)

 

I milioni di cittadini che tutti i giorni usano Facebook o Youtube sanno benissimo come funzionano Facebook o Youtube e non credo accetterebbero l’idea che qualcuno preventivamente decidesse cosa pubblicare e cosa censurare”. (Antonello Giacomelli, già sottosegretario alle Comunicazioni)

 

Ho concentrato il mio impegno nella battaglia contro il discorso di odio, la disinformazione e le bufale. È ormai evidente che si tratta di problemi da affrontare con urgenza, tanto a livello nazionale che mondiale“. (Laura Boldrini)

E c’è chi (al contrario dei demonizzatori del web più tradizionali, soliti additare i social come responsabile dei mali del mondo) addirittura ha incolpato i media tradizionali.

I giornali e i tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene. Sono le loro notizie che devono essere controllate. Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa.” (Beppe Grillo)

A queste illazioni (accuse) non sono mancate le reazioni del mondo del giornalismo e delle istituzioni:

L’Ordine nazionale dei Giornalisti ricorda che esiste già un ordinamento che tutela chi si ritiene danneggiato dagli organi di informazione. Inoltre l’OdG rammenta che giace in quarta lettura dal 23 giugno 2015 in Senato la nuova legge sulla diffamazione. […] L’unico Tribunale riconosciuto dall’OdG è quello dell’ordinamento giudiziario ferma restando la singola responsabilità dei giornalisti che non rispettano le regole deontologiche e che vengono sanzionati dai Consigli di Disciplina.” (Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti)

Ma il fenomeno bufale e notizie fake non esiste solo da oggi.

Di questi tempi il problema è (banalmente) amplificato.

Il 4 Dicembre 2016 il New York Times ha pubblicato un interessante articolo che ricorda come “in passato, i governi, le istituzioni tradizionali e giornali manipolato notizie e informazioni. Oggi, chiunque abbia un account Facebook può farlo. Al posto della notizia falsa accuratamente organizzata di un tempo, vi è ora un deflusso anarchico di bugie. Ciò che è cambiato è che i gatekeepers di notizie hanno perso il loro potere

Sono tra chi rivendica la libertà di informazione e la libera espressione (qui l’ho voluto dire chiaramente ed argomentare) come principi base di democrazia, ma è altrettanto vero che si debbano creare degli anticorpi.
Fermo restando che esiste un codice deontologico giornalistico a cui tutti gli esercitanti tale professione debbono attenersi e che esiste un Ordine professionale che sovrintende sono altrettanto convinto che debba aumentare la consapevolezza del lettore e si debba applicare un metodo di verifica di ciò che si sta leggendo.

Rudy Bandiera qui lo spiega molto bene e penso che sia bene formare le coscienze degli utenti aiutandoli a comprendere.

Il popolo bue è una definizione (usata se non erro da Mussolini nel 1925) che spesso viene ripresa ma che ogni volta mi fa rabbrividire.

Io non mi voglio rassegnare al fatto che l’opinione pubblica possa essere facilmente condizionata.
Giovanna Cosenza in un post del 2011 cita il fatto che “le persone credono di più a ciò che hanno già sentito ripetere più volte. Alcuni studi hanno addirittura verificato quante volte un messaggio debba essere ripetuto per ottenere la massima credibilità: non troppe – pare fra le 3 e le 5 – perché altrimenti si corre il rischio di ottenere l’effetto contrario (vedi The Illusion of Truth).

Ecco perché punto sull’autodeterminazione degli utenti e sulla loro consapevolezza (da formare).

Siccome dotarsi di censori sarebbe come limitare la libertà di informazione è altrettanto vero che il web è difficile da fermare. E poi questi censori dovrebbero censurare cosa? Si aprirebbe un problema enorme di soggettività e di valutazioni che scadrebbero nell’ideologico.

E siamo sicuri che poi i cittadini avrebbero capacità corrette di giudizio?

Il problema sta nel svolgere in modo etico una professione e dall’altra parte nell’essere quel minimo preparati ad annusare quando si è in presenza o meno di bufale.
Io ho fiducia che tutto ciò sia possibile.

(Credits fotografico: fonte newyorker.com)

Francesco Costanzini

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L’esperienza diventa un background

L’esperienza diventa un background

Tu chiamale se vuoi…emozioni

Negli scorsi giorni stavo guardando uno dei video di Marco Montemagno  e una sua constatazione mi ha portato a dedicarci una riflessione.

Rifacendosi alla foto che ho messo come copertina dell’articolo, Montemagno la commenta così: “L’esperienza diventa un background”.
L’esempio è calzante. Gente che si fa il selfie con sullo sfondo Hillary Clinton.
L’immagine, scattata ad Orlando dalla fotografa ufficiale della campagna della Clinton Barbara KinneyIl è stata postata su Twitter il 25 Settembre 2016 dal fotografo e designer Victor Ng, che lavora nello staff della candidata democratica alle presidenziali USA..

Come scrive l’Huffington Post

i sostenitori di Hillary Clinton preferiscono trovare l’angolazione perfetta per una foto, piuttosto che guardare in faccia quella che potrebbe diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti. Meglio osservarla attraverso lo schermo, magari con qualche filtro, che rispondere al suo saluto.”

Lasciando da parte la politica, prendo spunto da questo evento per riflettere sul come davvero tutti i punti di vista si possano ribaltare quando la mediazione dei social network diventa l’esperienza e quello che stiamo vivendo realmente solo lo sfondo.

Dipendenza da smartphone o meno valutiamo quanto pensiamo a immortalare/immortalarci durante eventi o momenti particolari della nostra esistenza, piuttosto che a viverli intensamente per quel che sono. Sembra quasi più importate testimoniare la propria presenza e catturare il like o l’invidia altrui, che raccontarla a posteriori.

Mi ha colpito molto qualche tempo fa Kate Bush (che ad essere sincero non seguo troppo come artista) quando ha rivolto alle persone che avrebbero assistito al suo concerto un appello a non dedicare il loro tempo allo scattare foto o a fare video con “iPhone, iPad o fotocamere”. Sostanzialmente, il messaggio chiede (pur ammettendo di “stare chiedendo tantissimo”), di partecipare per vivere un’esperienza intensa insieme, creando un collegamento non filtrato; il consiglio è quello di esserci per vivere e non per “documentare”.

Nella società dell’apparire più che dell’essere (osservazione che viene fatta dai più nostalgici sui tempi attuali) questi segnali di controtendenza sono perle abbastanza rare.
Non sono certo io un detrattore della tecnologia, tuttavia credo che la consapevolezza che tanto mi piace predicare agli altri, sia fondamentale applicarla in primis su me stesso.

E probabilmente in futuro prima di mettere dita alla camera sullo smartphone mi chiederò se sto vivendo e godendo appieno dell’attimo che sta passando e che non tornerà uguale mai più per una regola inequivocabile e valida per tutti.

E se potrò sopravvivere senza che in diretta i miei amici sappiano che la sto vivendo.

E’ molto semplice razionalizzare questi concetti e scriverli in modo analitico adesso, bisognerà mettersi alla prova dei fatti.

Voler apparire a tutti i costi è un problema di egocentrismo, di insoddisfazione o di insicurezza?

I like aumentano le endorfine?

Sono quesiti che almeno una volta nella nostra esistenza online dobbiamo chiederci.

Vedi, scrivere è una possibile soluzione.

Una soluzione quantomeno intermedia.

Vivo l’attimo, se posso l’immortalo per quello che è, poi quando ho incamerato le emozioni e il vissuto ci scrivo sopra e lo racconto.

Si tratta di scrivere non in “real time” o di fare “live blogging”, quanto invece di utilizzare la scrittura per far riemergere il nostro vissuto e condividerlo con altri. E i guru della comunicazione insegnano come in realtà tutto questo non sia affatto passato di moda.

Il blog è uno strumento che diventa importantissimo.

“da una intuizione individuale si passa ad una idea discussa e da una semplice osservazione personale si passa a un argomento pubblicamente dibattuto”  (Francis Jaurèguiberry)

In questo modo non rinunciamo al nostro apparire online e restiamo comunque testimoni di un qualcosa accaduto e vissuto.

Poi nessuno nega la possibilità di immortalare l’esperienza “live”, ma considerando realmente quello che sta accadendo e non facendo diventare il contesto l’esperienza vera ma, restituendo alle parole il loro significato, lasciare quel background davvero come retro, sfondo e non attore primario.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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