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Viviamo in una bolla

Viviamo in una bolla

Mi sono sempre piaciute le bolle di sapone.

Ancora oggi soffiare dentro a quel cerchietto e vederle fluttuare mi fa sognare.

Ma non avrei mai pensato di vivere in una bolla.

Eppure…

Hai mai sentito parlare della bolla dei filtri?

Eli Parisier la definisce come “quel personale ecosistema di informazioni che viene soddisfatto da alcuni algoritmi”.

Hai mai notato come i risultati di una tua ricerca su Google sono diversi da quelli di un’altra persona che effettua la tua stessa medesima domanda al motore?

È solo un esempio, ma fatto sta che se sommiamo questo alla nostra consultazione ed uso dei social il risultato che ne consegue è abbiamo la sensazione che il resto del mondo la pensi come noi, vivendo un contesto ovattato in cui trovano posto opinioni solo simili alla nostra.

Questo non fa altro che polarizzare le nostre convinzioni, il nostro credo, oltre che renderci dipendenti da quanto costantemente emerge dalle notifiche che ci vengono proposte.

Se il prodotto siamo noi, la conseguenza peggiore è che la nostra volontà viene plasmata attraverso pubblicità targettizzate, a causa di algoritmi che spiano e registrano qualunque cosa si faccia.

Ne parla Jaron Lanier nel suo libro “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social

“Internet non è il male, ma va ripensato profondamente. Compi un gesto che spinga le tech company a cambiare, non resterai tagliato fuori dal mondo. Riprenditi il controllo della tua vita. Cancella subito tutti i tuoi account social.”

Questo il pensiero di Lanier (informatico della Silicon Valley) che punta il focus sul potere manipolativo a cui siamo sottoposti restando nella “bolla”.

Perché succede questo?

Il modello di business di questi colossi consiste nel vendere spazi pubblicitari agli inserzionisti che cercano di catturare la nostra attenzione ed il nostro tempo.

Le ripercussioni di tutto questo non possono non preoccupare.

Sfuggire alle manipolazioni non è cosa semplice e credo che nessuno di noi ne sia completamente esente.
Percepire una realtà che viene costruita dall’intelligenza artificiale che sempre più studia i nostri comportamenti, cercando di anticiparli e di condizionare le nostre scelte, è un qualcosa che sembra più fantascienza che altro, eppure è un dato di fatto.

Ma un algoritmo può discernere l’etica valoriale di ciò che ci propone?

I dubbi sorgono eccome, basti constatare tutto quello che sta accadendo nel mondo.

Complottismi, negazionismi, terrapiattisti … sono solo alcuni esempi di come l’esposizione a certi contenuti possano diventare macchina di propaganda.

L’aumento di divisioni ed il fatto che qualsiasi opinione sia legittima portano a conseguenze deleterie per la nostra società.

Molto interessante il docu-film “The Social Dilemma”  che è disponibile su Netflix.

Oggi abbiamo bisogno di prendere coscienza della bolla in cui siamo finiti e cercare di limitare l’esposizione, le notifiche e, come viene suggerito nel documentario, utilizzare anche soluzioni tecniche per arginare le previsioni algoritmiche.

Non basta, ma può essere un inizio…

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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Comprare online: alcuni consigli per non farti ingannare

Comprare online: alcuni consigli per non farti ingannare

Effettui acquisti online?
Oppure temi la truffa e non compri nulla sul web?
Sei un cliente Amazon o di altri colossi ma diffidi di altri siti che vendono online?
Compri oggetti da altri utenti privati su piattaforme specifiche?

Se vuoi iniziare (o continuare) a fare shopping senza troppi rischi, è necessario porre attenzione ad alcuni aspetti (dettagli) che nel mondo del web ci sembrano scontati oppure, al contrario, ci spaventano.

Ecco, allora, sette consigli che dovresti tenere presente e che possono orientare le tue scelte quando decidi di comprare online.

 

1) DATI FISCALI E RAGIONE SOCIALE

Un sito e-commerce (che effettua commercio elettronico, quindi) deve avere gli stessi riferimenti di un negozio fisico.

Cerca sempre:

  • numero di Partiva Iva
  • indirizzo di una sede fisica (diffida di caselle postali)
  • numero di telefono (se c’è un telefono fisso è preferibile)
  • dati per contattare l’azienda

In assenza di uno o più di questi elementi fatti delle domande.

Forse ti è anche utile sapere che i dati fiscali (italiani) sono verificabili sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

 

2) CERCA LE RECENSIONI E INDAGA SUI SOCIAL

Fai una ricerca su un motore (es. Google) con il nome del dominio del sito seguito dal
termine opinioni oppure recensioni (es. nomedelsito.com opinioni o nomedelsito.eu recensioni)

Inoltre, fai una ricerca su uno o più social network con il nome dell’azienda venditrice e prova a vedere se ci sono commenti ed altro.

L’obiettivo è capire se altri utenti prima di te hanno avuto esperienze di acquisto con quell’azienda e come sono andate.

Se non riesci a reperire delle opinioni sul sito stesso, puoi utilizza degli appositi strumenti, come ad esempio Trustpilot, che offrono gratuitamente la possibilità di conoscere la reputazione che ha il sito in questione eventualmente anche leggendo le opinioni di chi ha già acquistato su quel sito in precedenza.

Infine, puoi anche fare un ulteriore controllo: il sito del venditore è un sito che i browser riconoscono come sicuro perché utilizza il protocollo di sicurezza https?

Se non sai come fare può esserti utile consultare questo articolo.

 

3) PREZZI STRACCIATI

Fai attenzione.
Se il sito che hai trovato vende un iPhone a 9,99 € non è un buon segnale.

Ti ho fatto solo un esempio estremo, ma potrebbero essercene altri.

Diffida di offerte impossibili.
Accertati che non ci sia una differenza spropositata tra i prezzi proposti online e quelli di mercato.

Puoi farlo anche online confrontando le varie offerte presenti (ad esempio) su kelkoo, trovaprezzi ed altri portali.

 

4) ATTENZIONE A CHI FORNISCI I TUOI DATI

Non fornire mai direttamente i dati di carta di credito e documenti se il venditore non ti sembra davvero affidabile.

Ricordati che data di nascita, coordinate bancarie e codice fiscale sono informazioni utili per i truffatori.

Se stai acquistando qualcosa su Ebay, ad esempio, diffida da chi chiede di essere contattato al di fuori della stessa piattaforma di vendita, per esempio su mail alternative e da chi ha molta fretta di concludere l’affare proponendo soluzioni non sicure.

Utilizzare le piattaforme non è un riparo assoluto da eventuali truffe, ma ove vi fossero possono essere verificate anche dal servizio stesso, che si può interporre anche a livello di sicurezza dei dati tra te ed il venditore fraudolento.

 

5) METODI DI PAGAMENTO

Scegli solo metodi di pagamento tracciati.

Bonifici bancari, o servizi come Paypal sono da preferire ad altri.

Oppure da preferire una carta di credito ricaricabile prepagata su cui hai inserito un importo basso o al massimo alla cifra che dovresti al commerciante con cui stai effettuando la transazione.

Se fosse indicata anche la modalità contrassegno, è da preferire, anche se comportasse una commissione aggiuntiva.

Se non è indicata non è detto che si è incappati in un commerciante poco serio, anche gli stessi esercenti si tutelano come possono.

Comunque, evita metodi di pagamento come ricariche su carte prepagate altrui, vaglia postali o metodi di trasferimento di denaro (Western Union ed altri).

 

6) ATTENZIONE AGLI ANNUNCI

Innanzitutto, è consigliabile acquistare nel territorio italiano, in quanto la tutela legale è completa.

In secondo luogo leggi bene l’annuncio di vendita e se fornisse poche informazioni, chiedi maggiori dettagli al venditore.

Informati bene sull’oggetto che vuoi acquistare.

Se ci sono foto dell’oggetto del desiderio che sembrano troppo belle per essere vere puoi provare a caricarle su Google immagini (ti può consentire di capire se gli scatti non sono originali).

 

7) DIRITTO DI RECESSO

Informati sulle regole per il diritto di recesso poiché quasi tutti i siti di e-commerce permettono di restituire i prodotti acquistati.

Non sei su Amazon, quindi ti suggerisco di controllare anticipatamente quali siano queste modalità.

Ricordati che le vendite di prodotti via Internet sono disciplinate dal codice del consumo (decreto legislativo numero 206 del 2005 e relativi aggiornamenti).

 

Infine, ti propongo un video che riassume alcuni aspetti e che ci porta a riflettere sulla conseguenza di eventuali azioni che possiamo ingenuamente commettere.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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I rapporti umani non finiscono con il digitale

I rapporti umani non finiscono con il digitale

Human to human” si dice.

Siamo portati a pensare che le relazioni trasposte e mediate da uno schermo ci costringano in qualche modo ad alienarci.

Io non sono pienamente d’accordo.

La realtà virtuale non sono i social network, le video conferenze, i webinar …

 

Significato di virtuale

Il dizionario ci spiega che, in fisica, virtuale viene contrapposto a reale, effettivo.

Ma quando ha senso parlare di virtuale, oggi? In quale contesto?

Quando si effettuano simulazioni, ci dice Wikipedia.

Quando dall’altra parte dello schermo abbiamo una persona in carne ed ossa non c’è nulla di virtuale.

E, pertanto, valgono lo stesse regole comportamentali che siamo soliti adottare nella nostra vita sociale.

Piuttosto può cambiare qualcosa rispetto ai tempi, all’istantaneità, al fatto che comunque si è fisicamente distanti e non è poco tutto questo.

Ma dobbiamo sgombrare la mente dal fatto che per il solo fatto di non avere una persona a fianco o che la nostra comunicazione sia “mediata”, sia necessario mutare il nostro linguaggio, rendendolo meno empatico, meno coinvolgente e meramente istituzionale.

È necessario fare un distinguo.

 

Strumenti di comunicazione diretti o mediati da algoritmi

Se utilizzo uno strumento di video/audio/testo che mette in comunicazione due o più persone, non avrò limiti particolari se non il fatto di non essere in presenza.

Certamente dovrò in qualche modo organizzare una conversazione affinchè sia efficace, magari farò più fatica a risultare coinvolgente e a trasmettere il mio essere, tuttavia non avrò intermediari e potrò comunicare in modo diretto.

Se invece uso un social network, che mi permette una comunicazione uno-molti, ma che mi fa passare da un “algoritmo” avrò limiti ed esigenze diverse.

Cioè devo sapere per certo che non raggiungerò esattamente tutte le persone che avrei voluto raggiungere, ma che il mio testo/audio/video sarà mostrato ad un pubblico che il social stesso avrà identificato per me.

Tuttavia, chi riceverà il contenuto finale non sarà una macchina, un algoritmo, ma una persona in carne ed ossa come me, che quindi interpreterà o cercherà di interpretare il mio messaggio.

Motivo per cui il mio messaggio dovrà essere molto esplicito, molto chiaro, molto coinvolgente, di interesse e di valore per lui/lei/loro.

Non potrebbe esserlo una comunicazione asettica, valida per un robot o un’intelligenza artificiale poco sofisticata.

In tutti i casi continuiamo a parlare a delle persone.

 

.. e su Google?

Anche quando vorremmo scalare le classifiche di Google con il nostro sito, abbiamo forse la tentazione di pensare alla mera tecnica ed ai trucchetti.

Ma anche in questo caso la differenza la fanno gli umani dall’altra parte dello schermo, che si soffermeranno sul mio contenuto se soddisferemo le loro esigenze.

A quel punto lo stesso algoritmo si accorgerà che l’uomo in carne ed ossa ha avuto soddisfazione e/o risposta al suo bisogno e inizierà a valutare positivamente quel contenuto.

Sei ancora convinto/a che il digitale annienti i rapporti umani?

Non ti voglio convincere che un aperitivo a distanza o che una call possa sostituire un abbraccio, ma farti riflettere sul fatto che è necessario che manteniamo il livello di comunicazione sul piano “umano”.

La virtualità è altra cosa.

 

Sul mio canale Telegram ogni mattina alle ore 8 mi impegno a condividere qualcosa di utile per aiutarti a comunicare. Non ti offro formule magiche, ma aspetti su cui riflettere. Ti aspetto!

 

(Credits: Foto di Andrea Piacquadio da Pexels)

Francesco Costanzini

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Ciò che scrivi parla di te e per te

Ciò che scrivi parla di te e per te

Il concetto di reputazione è un cardine per quanto riguarda la comunicazione.

Un pilastro da cui partire.

Te ne ho già parlato.

Così, quando ho sentito da una professionista pronunciare la frase “Dimmi cosa pubblichi e ti dirò chi sei e di cosa ti occupi” durante un webinar, ho subito ripreso questa perla di saggezza di Maria Letizia Russo per uno dei “meme” sulla mia pagina Facebook in cui cerco di offrire alcuni spunti sulla reputazione.

Questa frase in effetti contiene una duplice verità:

  • i contenuti che pubblichiamo parlano per noi (e quindi facciamo molta attenzione a cosa postiamo)
  • ciò che scriviamo parla di noi e parla per noi

Se sul primo aspetto ho cercato di farti riflettere in altre occasioni, vorrei porre l’accento sulla seconda accezione (che ovviamente è intrinsecamente legata all’altra).

Da ciò che pubblichiamo (che sia testo, immagine, audio, video o una combinazione di essi) gli altri infatti si fanno un’opinione di noi.

Quindi anche senza leggere la nostra “bio” (chiamiamola così perché cambia da piattaforma a piattaforma) le persone che incrociano un nostro contenuto avranno modo di capire ad esempio che professione svolgiamo, cosa ci appassiona, di cosa siamo esperti.

Beh, è pur vero che accade non di rado che alcune persone si spaccino per tuttologi o per esperti di un settore basandosi solamente su loro supposizioni, credenze, luoghi comuni, percezioni errate della realtà…. ma lasciando perdere questa fenomenologia, accade davvero che ad esempio su LinkedIn ciò che pubblichiamo parli di noi e del nostro essere, oltre che del nostro modo di essere.

Il tono, l’utilizzo di alcuni vocaboli rispetto ad altri, la terminologia … farà sì che il lettore proietti nella sua mente un’immagine di noi.

Se, come sostiene Oscar Wilde “non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione” bisogna che poniamo molta attenzione.

Il tutto, certamente, dipende da:

  • il nostro obiettivo/scopo
  • la piattaforma che utilizziamo per lo scopo che ci siamo dati

Come capirai, se sei sul tuo profilo personale di Facebook e ti poni come obiettivo con un post di condividere un brano musicale che ti appassiona, la riflessione che sto compiendo non fa per te in quella determinata circostanza.

Ma se ad esempio scrivi un post su LinkedIn (do per scontato che il tuo essere lì sopra significhi che hai come obiettivo comunque un qualcosa legato alla tua professione) le persone che non ti conoscono, cosa presumono di te?

Fatti questa domanda, ogni tanto.

Può fare la differenza.

Se ti abitui a scrivere non dando per scontato che chiunque sappia chi sei, oppure cercando di “compiacere” qualche algoritmo o cercando trucchetti/stratagemmi … sicuramente sortirai un altro effetto sulle persone.

Quando scriviamo per gli altri, gli altri se ne accorgono!

 

Sul mio canale Telegram ogni mattina alle ore 8 mi impegno a condividere qualcosa di utile per aiutarti a comunicare. Non ti offro formule magiche, ma aspetti su cui riflettere.

Francesco Costanzini

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Protagonisti con una grande responsabilità

Protagonisti con una grande responsabilità

Dove risiede la differenza tra un social ed un media tradizionale?

Siamo sempre noi utenti i protagonisti della piattaforma: non potrebbe essere altrimenti.

Essendo noi utenti il prodotto, ci viene data la possibilità di diventare, sin dal primo istante, creatori di contenuti, abbandonando il concetto di fruitori passivi.

Se in televisione, in radio, su un giornale esiste un direttore (ed un editore) a cui spetta l’ultima parola in termini di pubblicazione o meno di un contenuto, effettuando dunque un controllo a monte (si presume), su un social chiunque può contribuire ad arricchire (o meno) la comunità degli iscritti.

Molto interessante una grafica che ho visto sul sito PensieroCritico e che mi ha fatto molto riflettere.

Tra le varie differenze tra media tradizionali e social viene indicata questa: i nuovi strumenti “controllano i singoli riceventi e non i contenuti pubblicati” al contrario di quello che fanno giornali, radio e televisioni.

Se ci pensi è proprio così.

Essendo un social, un media aperto a chi ha desiderio di comunicare qualcosa, subentra un concetto a cui tutti noi dovremmo richiamarci.

Non è complicato diffondere una notizia falsa o commettere un illecito (anche in modo inconsapevole), al pari di trasmettere invece contenuti utili o interessanti, curiosi o simpatici.

Siamo noi utenti i protagonisti responsabili di ciò che accade (algoritmi a parte) e il confine tra usare bene o male il mezzo è molto labile e risiede… nelle nostre “dita”.

Ecco perché dovrebbe subentrare il senso di responsabilità in ciascuno di noi.

Ogni utente ha in un qualche modo in capo a sé la responsabilità di ciò che pubblica o commenta o condivide.

Le altre persone si faranno un’idea, un’opinione di quello che siamo anche attraverso queste azioni.

Se sei un diffusore compulsivo di notizie false (semplicemente perché non le verifichi, non controlli la fonte oppure presumi che sia vera basandoti su chi te l’ha segnalata), ti rendi complice di coloro i quali per primi le mettono in circolazione.

E man mano che i tuoi contatti/amici/collegamenti lo verificheranno cosa capiterà? Rischi (anche se lo fai in buona fede) di venire ignorato nel migliore dei casi…

E come ben sappiamo, di fake news ne siamo circondati e questo rende il nostro mondo molto meno bello di quello che potrebbe essere.
Spesso si addossa la colpa al mezzo, allo strumento.

Come se alcuni reati nascessero e morissero con i social.

Non è così.

Sono le persone (guarda caso) a fare la differenza.

Ma tutto parte anche da noi.

Io mi debbo sentire responsabile per gli altri, per i miei amici, la mia famiglia, per la comunità degli utenti.

Ciò non significa che non posso più utilizzare il mezzo per sorridere, condividere passioni, ma solamente che con il mio atteggiamento e con quel briciolo di consapevolezza in più posso rendere migliore l’ecosistema social con atteggiamenti più virtuosi, che aiuteranno di conseguenza gli altri ma al contempo anche la mia reputazione.

Penserai che da addetto ai lavori io semplifichi troppo il concetto ed in qualche modo io sia obbligato ad agire in questo modo.

Non è del tutto vero.

Certo, è necessario che io abbia conoscenza e consapevolezza degli strumenti, se con questi ci lavoro.

Ma dovrei sentirmi comunque in dovere di assumere un atteggiamento corretto al di là del mestiere che faccio.

Diventare un leone da tastiera, diffondere bufale, istigare all’odio o tentare di vendicarmi di qualcuno non sono atteggiamenti consentiti e che non mi renderebbero onore nella comunità degli utenti e, quindi, mi renderebbero un cittadino da evitare anche nella realtà.

Eh già perché Facebook, Instagram, Tik Tok non sono ambienti virtuali.

Sono popolati di persone in carne ed ossa (lascia stare i profili fake, ma che comunque vedono dietro le maschere comunque delle persone che li hanno creati).

Se litighi su Facebook con un amico e poi lo incontri per strada?

Si parla di “social”.

Che il dizionario definisce come

sito Internet tramite il quale un gruppo di utenti può scambiare messaggi o condividere testi, immagini, video, ecc.

Prova a riflettere la prossima volta che posti qualcosa, pensa almeno alla tua reputazione e se non conosci un argomento, non è obbligatorio esporsi.

Se agirai così sicuramente ne trarrai un sicuro beneficio, dimostrando anche ad altri che è possibile rendere anche quella che erroneamente è considerata una piazza senza regole, diventi un mezzo, uno strumento per relazionarsi e condividere.

 

Prima di postare…pensa!

Sul mio canale Telegram ogni mattina alle ore 8 mi impegno a condividere qualcosa di utile per aiutarti a comunicare responsabilmente. Ti aspetto!

Francesco Costanzini

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Cosa saremo noi oggi senza il digitale?

Cosa saremo noi oggi senza il digitale?

CI sto riflettendo in questi giorni.

Sembrerà banale ma è un pensiero che ho e che vorrei condividere.

Io con il digitale ci lavoro, quindi la mia routine lavorativa prevede che io sia attaccato ad un computer/smartphone parecchie ore al giorno.

Eppure in questi giorni, talvolta, ne ho un po’ la nausea.

A parte questo, però, ho chiesto qualche giorno fa a mia moglie: come avremmo fatto anche solo quindici anni fa con questa pandemia senza la tecnologia di oggi?

Non vorrei sembrare retorico.

Non è il mio obiettivo, ma non posso negare (ad esempio) che chi fino a quando non è stato costretto alla reclusione, avesse una sorta di repulsione per il digitale, sottolineandolo quasi come un vanto, oggi sta un po’ rivalutando la questione.

Prova a pensarti con in mano un semplice telefono cellulare, non smartphone.

Con in casa una connessione a 56K o ISDN, ADSL solo se tra coloro che avevano voglia di spendere un po’ per scaricarsi musica o film.

Non è detto che nel 2005 tu avessi un computer in casa, certo non si tratta dell’età della pietra ma una generazione sicuramente non lo avrebbe avuto, come non lo ha tutt’ora (con la differenza che grazie al telefono riesce a fare ciò che non avrebbe mai pensato di fare).

Un rapporto Eurosat faceva emergere come l’Italia degli internauti occupasse gli ultimi posti nell’Unione Europea in quanto a utilizzo della rete.
Era solo del 31% infatti la percentuale di persone nel nostro paese che avevano utilizzato nel primo trimestre 2005 la connessione ad Internet.
Secondo una ricerca del Censis dell’epoca solo il 30 % degli italiani dai 14 anni in su usava internet e un risicato 10 % con la cadenza “tutti i giorni o quasi”.

Adesso prova a pensarti in quel periodo, cosa faresti se fossi costretto a rimanere in casa?

Non passeresti il tempo su Facebook, non avresti le chat di Whatsapp.

Lo smart working sarebbe possibile, probabilmente, ma in modo differente.

Forse solo per i più tecnologicamente avanzati sarebbero state possibili “call” con NetMeeting.

Probabilmente scaricheresti compulsivamente film su Megaupload o tramite eMule.

Non sapresti di certo cosa è Twitter e Youtube sarebbe agli albori (nato nell’Aprile del 2005).

Forse avresti un Blackberry che ti permetterebbe di gestire la posta elettronica del lavoro anche in mobilità, il tuo Nokia di certo non avrebbe problemi di carica.

Se tu fossi un’insegnante avresti difficoltà ad imporre alle famiglie Skype (che nel 2005 stava implementando a livello di test le videochiamate), forse i ragazzi più grandi li riusciresti a coinvolgere con MSN, il sistema di messaggistica Windows Live, all’epoca usato dagli adolescenti più “smart” in alcune parti del Paese.

In realtà piattaforme di e-learning esistevano già, ma il mondo dell’istruzione pubblica non era (come dire) del tutto pronto.

Ad inizio degli Anni Duemila in Italia ancora la televisione aveva la meglio su altre forme di passatempo casalingo, quindi sarebbe decisamente accesa nelle case di tanti parecchie ore al giorno.

Non sto qui a ricordare eventi socio-politici di quegli anni, che avrebbero comunque fatto vivere la pandemia in modo sicuramente diverso da ora.

Ma a parte ciò, forse possiamo ritenerci fortunati, oggi.

Possiamo restare in contatto con le altre persone, anche se mediato, ma mai come ora si sente l’esigenza di chiamarsi, video chiamarsi e scambiarsi battute in chat.

Le cose scontate, ora non sembrano più tali.

Se fino a qualche mese fa ci sentivamo quasi importunati dal web e temevamo per la nostra privacy, oggi ne abusiamo compulsivamente quasi per sopravvivere.

Eravamo indietro e anche oggi esiste un digital divide importante, diciamo però che l’emergenza ha costretto tanti ad adeguarsi e a “formarsi” in un qualche modo.

Se oggi la scuola dichiara di essere pronta ad affrontare anche un nuovo anno scolastico a distanza, vuol dire che qualcosa di grande è accaduto.

Se il digitale ha abbattuto alcune barriere, preconcetti e paure di salti nel buio in vari ambiti, ha avvicinato in un qual modo anche le persone alle Istituzioni.

Le dirette dei Sindaci, degli assessori regionali, del Presidente del Consiglio sono seguitissime … si attendono notizie e si sta imparando giorno dopo giorno che le fake news sono sempre dietro l’angolo e che è importante la verifica delle fonti ufficiali.

Non è che i social stiano migliorando la vita di tutti noi, tuttavia sto riscontrando che la forzata digitalizzazione sta facendo nascere un po’ più di domanda di consapevolezza e questo mi consola.

Il livello che si stava raggiungendo era davvero pericoloso.

Il Corona virus non ha spazzato via le bufale, le stupidaggini, gli haters o i tuttologi laureati su Facebook, però ha permesso che si creasse qualche “anticorpo” in più.

Il digitale ha donato e sta donando tanto a tanti di noi: passatempi (anche intelligenti), possibilità di informazione, approfondimento e studio, accesso libero a dati e servizi, agevolazioni …

Quindici anni fa sarebbe stata la stessa cosa?

 

Sul mio canale Telegram ogni mattina alle ore 8 mi impegno a condividere qualcosa di utile per aiutarti a comunicare. Se vuoi, unisciti!

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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