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Giornalismo e tifo

Giornalismo e tifo

Si può essere giornalisti e tifosi nello sport come in politica? E’ possibile mantenere l’oggettività raccontando cose che ci appassionano o in cui crediamo?

Era il 2002 e su Repubblica Maurizio Crosetti scriveva così: “Nella storia del giornalismo sportivo non mancano casi di firme illustri che hanno sempre saputo tenere separate passione (sportiva) e professione. Sandro Ciotti era laziale, come altre famose voci di “Tutto il calcio”, ad esempio Claudio Ferretti ed Ezio Luzzi, ma dalle loro radiocronache non si capiva di certo, e neppure si intuiva il cuore genoano di Enrico Ameri. E nessuno ha mai potuto rimproverare Roberto Beccantini di scarsa obiettività, pur essendo egli juventino nel profondo. All’epoca dello storico Novantesino Minuto condotto da Paolo Valenti (amava la Fiorentina) e Maurizio Barendson (lui era del Napoli), molti corrispondenti non nascondevano le loro passioni, dal napoletano Luigi Necco all’ascolano Tonino Carino, però sempre con eleganza: nessuno di loro avrebbe mai esultato contro qualcuno…

Ho nella mente l’immagine di Paolo Valenti alla conduzione di quel Novantesimo Minuto che in tanti di noi agognavano la domenica pomeriggio per riuscire a vedere le gesta dei propri idoli calcistici.
Oltre a questa immagine non è da oggi che rifletto sul tema (in cui la casistica sportiva è l’esemplificazione più semplice da portare).
Mi chiedo spesso come un giornalista debba utilizzare la penna nel modo più deontologico possibile lasciando da parte la propria soggettività o addirittura il proprio tifo o passione.

E dopo aver letto un’intervista di qualche anno fa di Paolo Bargiggia (che ringrazio)  su calciatori.com ho deciso di rivolgermi a dei colleghi (sicuramente illustri ed autorevoli rispetto al sottoscritto e che qui ringrazio sentitamente per avere espresso il loro pensiero) per farmi aiutare in questa riflessione.
Ho posto sinteticamente tre domande e vorrei riportare qui alcune delle loro risposte, arrivando poi ad alcune conclusioni personali.

1) E’ possibile mantenere una certa obiettività raccontando una passione?

Inizia Franco Montorro (direttore di Bolognain.info, ma ci ricordiamo bene le sue esperienze nel mondo della palla a spicchi e di Hurrà Juventus per citare qualche pillola del suo curriculum). “Deve essere obbligatorio. Io ho da anni nel cassetto un libro sul giornalismo sportivo intitolato “Il tifo è un cappotto”, da lasciare appeso in sala stampa e da rimettersi solo quando si è battuto l’ultimo tasto dell’articolo o pronunciata l’ultima frase della radio/telecronaca.”
Ivan Zazzaroni (già opinionista Rai) “La soggettività la esprimi nel preciso momento in cui parli e scrivi; l’obiettività, disse Elgozy, è il camuffamento della soggettività
Per Ivano Maiorella (capo ufficio stampa di Uisp nazionale) “deve essere possibile, prima si è giornalisti e poi tifosi. O meglio il giornalista sa osservare e raccontare la realtà, calcistica ed anche politica, usando gli strumenti del giornalismo. Sa incrociare le fonti, ascoltare e confrontare diversi punti di vita, cogliere i fatti e separarli da proprie opinioni personali.” Bruno Bartolozzi, capo redattore a Stadio nella sede bolognese, ne fa una riflessione interessante: “Raccontare le passioni è anche scienza: se ne occupa in ambito filosofico la morale, la psicologica e l’estetica. Questo non significa che chi faccia questo sforzo scientifico e critico non abbia passione o passioni. Sono gli argomenti, i contenuti e l’impianto logico con cui sono sostenuti a fare la differenza. E il giudizio di chi li esamina a giudicarli compromessi con alcune affezioni, ma anche se lo fossero resta come dire, una clausola di salvaguardia. Se un dispositivo argomentativo funziona mi interessa poco chi lo propone.. Questo vale anche per lo sport che, a mio avviso, è una speciale forma di spettacolo e quindi può essere assimilato a fenomeni di rilevanza estetica, ma anche politica. In definitiva, in astratto, l’obiettività nel raccontare fatti di sport è un falso problema. Interessa quello che si dice e come lo si dice. Poi posso prendere per buono o meno un certo ragionamento e riflettere su alcuni contenuti.
Prosegue in questa riflessione aperta anche Massimo Sampaolesi (giornalista e comunicatore) “Basta ricordare che raccontiamo, comunque, dei fenomeni, accadimenti. E li raccontiamo ad una platea eterogenea dove ogni individuo ha un proprio parere e una propria verità analitica. Ribalto la questione: da genitori, possiamo criticare positivamente o negativamente i nostri figli? Sì, perché è necessario e costruttivo. Dunque, posso raccontare obiettivamente una mia passione. Sì, perché è necessario e costruttivo.
Di diversa opinione Alberto Masu (giornalista de L’Unione Sarda): “Si può essere tifosi ma fuori dal lavoro. Nel momento in cui svolgo il mio lavoro la passione deve essere messa da parte per garantire l’obiettività. Altrimenti si fa altro
Pragmatico il giornalista e blogger Rudy Bandiera: “Senza dubbio no. Ma il bello delle passioni è questo, ovvero il fatto che ci si metta il cuore e non solo il cervello. Se poi per obiettività intendiamo il capire che una passione può essere tale, allora si.

2) In ambito sportivo ad esempio sente la mancanza di quei giornalisti che un tempo non sentivano il bisogno di manifestare (talvolta nascondendola appositamente) la propria fede calcistica?

Ecco la risposta di Alessio Bertini (giornalista del gruppo Italia 7 Gold): “Personalmente sí ma credo di essere quasi una mosca bianca. La saturazione d’informazione sportiva, dovuta in larga misura dalla segmentazione di contenuti agevolata da nuovi media e ICT, ha portato alla definizione di un pubblico estremamente tifoso, tanto ampio quanto redditizio: ovvio che i contenuti che si vogliono dedicare a questo tipo di utente siano giocoforza passionali e quindi “di parte”.
Daniele Garbo (già giornalista sportivo Mediaset) invece la pensa così: “Credo che molti giornalisti sportivi si avvicinino alla professione essendo tifosi. Poi la maggior parte riesce a essere distaccato, o a smettere di essere tifoso, mentre qualcuno non ce la fa a a essere equidistante.
Questa l’opinione di Silvestro Ramunno (già Caporedattore al Domani poi l’Informazione di Bologna): “Guardo molto sport, non vedo un’emergenza giornalisti-tifosi. Vedo piuttosto la tendenza del giornalista sportivo ad entrare in ambiti non suoi senza limitarsi al solo racconto. Inoltre vedo un eccessivo peso dato ai numeri, agli algoritmi, nei tecnicismi, nei moduli…..
Vincenzo Pricolo de il Giornale pensa che “il contesto mediatico attuale sia completamente diverso. Se uno riesce a nascondere la propria passione ok, ma poi deve essere molto attento a non farla trapelare dalle sue cronache o dalle sue interviste. Considerato tutto, forse è meglio dichiararla”.
E Alessandro Dall’Olio (già redattore di Repubblica): “Un poco. Anche se ci sono giornalisti, dotati di una capacità letteraria talmente alta, ai quali si perdonano certe “passionalità”. Ma non è cosa da tutti.

3) Un giornalista che scrive su Repubblica o su Libero (ad esempio) secondo Lei deve per forza assecondare la linea “politica” dell’editore? Non intravede in questo un problema deontologico? Quali possono essere i confini?

Per Michele Smargiassi (Repubblica) la “questione è vecchia come il giornalismo. Il rapporto fra la linea editoriale e il lavoro del singolo giornalista è un po’ più complicato e dialettico dell’ “assecondare”. Salvatore Vernazza (della Gazzetta) sottolinea come “non si è del tutto credibili se si è dichiaratamente schierati”.
Per Lorena Politi di Novara Today “il giornalista deve riportare la realtà per quella che è senza riportare opinioni che possano far intuire da quale parte politica stia”.
Stefano Agresti (Calciomercato.com) è decisamente di differente opinione: “Credo che un organo di informazione debba avere una propria linea politica, decisa dal direttore, e che i giornalisti della testata non possano discostarsi da questa. Se non se la sentono di assecondarla, hanno la possibilità di svolgere altri servizi all’interno del proprio giornale, della propria tv, del proprio sito. Ad esempio semplici articoli di cronaca, anche politica, evitando i commenti.”
Roberto Olivieri (Membro del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna) osserva: “I confini, come sappiamo se il giornalismo lo pratichiamo, non sono pochi, particolarmente nel nostro Paese. Non conosco altri antidoti che non siano la professionalità e l’onestà di intenti nei confronti del lettore.”
Per Emilio Buttaro (Cultura & Culture, tra le tante collaborazioni) “il giornalismo è cambiato nel corso degli anni e credo sia importante adeguarsi ai tempi. Sinceramente non sento la loro mancanza forse perché non segue testate fazione o monotematiche.
Questa l’opinione di Luca Anselmi (Il Secolo XIX): “Purtroppo molti sono obbligati dalle circostanze, ma devo dire che a me non è mai capitato. Ritengo che si debba scrivere oggettivamente al di là della linea politica dell’editore, altrimenti si sconfinerebbe in un sistema di informazione pilotata
Andrea Chiarini (Repubblica) risponde: “I confini sono la lealtà verso se stessi, andare a letto sapendo che si è fatto il possibile, alle condizoni date, per scrivere pensando al lettore e dimenticandosi di tutto ciò che ruota attorno all’informazione. Io dormo tranquillo.”
Emilio Marrese (Repubblica): “Al di là del voto nell’urna, credo sia onesto e auspicabile che si condividano i valori, i princìpi e gli obiettivi della linea editoriale (intesa come linea del giornale e del direttore, non del proprietario) perché i giornali pubblicano notizie ma anche opinioni, idee, e credo che il senso di appartenenza sia il segreto di qualsiasi azienda (dove ovviamente ai lavoratori venga data l’opportunità di sentirsi parte)
Dario Giordo (ex giornalista di Stadio, oggi lavora presso vari uffici stampa) osserva che “mancando editori puri non c’è altra soluzione che adeguarsi alla linea editoriale, anche se diversa rispetto al proprio credo politico. Unica soluzione: farsi destinare a settori che non implicano alcun coinvolgimento politico.
Secondo Gibi Puggioni (Unione Sarda) “la linea politica la decide l’editore e il direttore ne è il garante. Il giornalista deve scrivere quello di cui è stato testimone in modo fedele. Con onestà un giornalista può scrivere tutto, tenendo la schiena dritta.”
Per Patrizio Sanasi (Consulente) ciascuno “dovrebbe esser libero di scrivere secondo le proprie idee. I confini sono purtroppo labili, ci sono nelle redazioni dei ‘leader’ che purtroppo influenzano il gruppo.
Fabrizio Corgnati è del parere che il giornalista “deve assecondare la propria linea politica, cercando di strappare con le unghie quanti più spazi di libertà possibile laddove l’editore ha una linea diversa. Il confine è personalissimo e sta nella quantità di compromessi che il singolo giornalista è disposto ad accettare.”
Per Angela Galiberti (Olbia.it) “basta assumere giornalisti fortemente ideologizzati e il gioco è fatto. Ecco perché certi giornali sono così “monolitici” e tifosi rispetto a determinate tematiche. Il problema deontologico esiste, ma nessuno lo vede perché siamo un popolo sostanzialmente immaturo del tutto incapace di concepire un’informazione libera da qualsivoglia schieramenti. I confini stanno nella correttezza professionale: una caratteristica che varia da giornalista a giornalista.
Bruno Andolfatto (LaValsusa) “Meglio un giornale con una linea precisa ma che allo stesso tempo sappia contenere al suo interno e faccia esprimere all esterno opinioni diverse.”

Conclusioni personali

A dire il vero avevo qualche mese fa iniziato a riflettere a voce alta su queste tematiche  perché le ritengo dirimenti nella professione giornalistica.
Ogni volta che mi capita di leggere testate, giornali o che guardo trasmissioni o talk show penso molto spesso al concetto di “tifo”.
Senza voler connotare negativamente questa espressione ma guardandone l’etimologia (typhos = vapore) ossia “una condizione psico-emotiva di agitazione, di passione, di ardore a volte violento come se l’animo o meglio la ragione offuscasse la mente” sarebbe necessario provare a capire come sta cambiando il giornalismo e le possibilità reali che questa ambita quanto vituperata professione può produrre.
Il blogging e la nascita di testate sul web sicuramente aumentano la produzione editoriale di contenuti legati a certe tematiche.
Sport e politica sono probabilmente il core business di certi portali e all’ordine del giorno nei bar del nostro BelPaese.
Così sui social.
Una passione certo può diventare una professione ed è un auspicio che faccio mio e che in questo blog sono solito ripetermi e ripetere.
Quando la professione non è esercitata con passione certamente la qualità ne può risentire. Tuttavia la passione non può annebbiare i contenuti deontologici che la professione esige. A parte il rischio concreto di saturazione del mercato (di media che parlano di certi argomenti siamo “ricoperti”) non è pensabile che il mercato stesso debba imporre un giornalismo falsato e strumentale.
Eppure talvolta sembra che accada questo. Siamo fortemente condizionati dal cattivo o solamente presunto giornalismo da far fatica a capire quando realtà e mistificazione si incrociano o quando certi dubbi ci dovrebbero saltare all’occhio.
Proviamo a pensare all’assurdo cui riusciamo ad arrivare, cioè che solamente perché ci viene ripetuto un concetto esso alla lunga venga reputato vero, tanto addirittura da mettere in discussione le nostre convinzioni o i nostri valori.
Ecco perché probabilmente dobbiamo ripartire tutti dall’etica, sia chi è iscritto ad un ordine professionale, sia chi utilizza i prodotti forniti da questi professionisti. Gli uni dovrebbero incarnare con la penna ciò che viene citato e “ordinato”, gli altri esserne quantomeno messi a conoscenza.
A quel punto e giocando a carte scoperte, il giornalista sarà credibile anche se palesemente tifoso o magari editorialista di una determinata o poco indipendente testata, perché si presume che racconti il vero, che verifichi ciò che dice e che scinda responsabilmente opinioni personali dalla realtà che racconta, che metta il cuore nella penna ma lo rivolga ai propri lettori e non solo al proprio editore o alla propria passione.
O sbaglio?

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Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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