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Regolamento europeo privacy: facciamo chiarezza?

Regolamento europeo privacy: facciamo chiarezza?

Il regolamento europeo privacy: di cosa stiamo parlando

Di regolamento europeo privacy se ne sente parlare ovunque, c’è un grande fermento e una grande confusione probabilmente.

Personalmente sento la necessità di un chiarimento, così ho chiesto ad un professionista del settore (dott. Giampietro Peghetti) di aiutarmi in questo.

Giampietro Peghetti GDPRPartiamo dal principio. Giampietro aiutaci ad inquadrare il tema.

L’Unione Europea (UE) ha modificato le norme sulla protezione dei dati. Le modifiche sono ora legge ed entreranno in vigore in tutta l’UE il 25 maggio 2018.

Le nuove norme sono denominate Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR, General Data Protection Regulation) e si applicano a tutti, dalle autorità pubbliche alle piccole e medie imprese.

Tali modifiche influenzeranno il modo in cui operiamo nel nostro business.

Cos’è la protezione dei dati per l’Unione Europea?

Nell’UE sono in vigore norme giuridiche per la raccolta e il trattamento dei dati personali. Chiunque raccolga o tratti dati personali deve proteggerli da qualsivoglia uso improprio e rispettare una serie di disposizioni legislative. Il GDPR aggiorna le norme oggi in vigore.

Cosa accadrà esattamente? Cosa prevede il regolamento europeo privacy?

Immaginiamo di ritrovarci il 26 maggio 2018 tranquillamente in ufficio, quando all’improvviso bussa alla porta il Nucleo Speciale Privacy della Guardia di Finanza.

Sono venuti perché un cittadino europeo si è rivolto al suo Garante, oppure anche solo per un semplice controllo, e richiedono se i processi aziendali sono conformi al GDPR, ovvero se il trattamento dei dati personali presenta dei rischi per i diritti e le libertà delle persone fisiche.

Le strade sono due: o si è pronti, oppure —oltre a procedere all’adeguamento— occorrerà mettere mano alla cassa e procedere a pagare le sanzioni amministrative pecuniarie previste dal Regolamento Generale sulla Protezione dei dati (Regolamento UE 2016/679), il cosiddetto GDPR.

Tali sanzioni sono «effettive, proporzionate e dissuasive» (art. 84), «fino a 20 milioni di euro, o per le imprese, fino al 4% del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente, se superiore» (art. 83).

Non si scherza, quindi. Cosa è necessario fare?

E’ necessario proteggere tutti i dati personali, ovvero «qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile»: «il nome, un numero di identificazione, dati relativi all’ubicazione, un identificativo online o a uno o più elementi caratteristici della sua identità fisica, fisiologica, genetica, psichica, economica, culturale o sociale» (art. 4). Dunque non basta più porre attenzione ai soli dati sensibili.

Il dato diventa un bene che va tutelato (è un asset aziendale), e il titolare diventa il solo responsabile dei trattamenti (principio di accountability): deve dimostrare di di aver valutato i rischi connessi al trattamento dei dati e di aver adottato tutte le misure idonee a garantirne la tutela. Tenendo conto degli strumenti tecnologici a disposizione, dei costi di attuazione e dei rischi, il titolare deve mettere in atto misure tecniche e organizzative adeguate a garantire la protezione dei dati (trattare solo i dati necessari alle proprie finalità e limitarne l’accesso alle sole persone autorizzate). Non è sufficiente avere nel cassetto dei documenti redatti anni prima, oppure affidarsi ad una serie di “caselle da spuntare” come poteva avvenire in precedenza, né può bastare avere password di 8 caratteri per proteggere i propri computer, oppure mettere un allarme, una videocamera e far firmare un plico di fogli ai nuovi dipendenti: occorre che l’intero processo di gestione dei dati (dalla raccolta alla distruzione) sia lecito, trasparente, sicuro, ovvero mantenga le informazioni riservate, integre, disponibili, e a disposizione dell’interessato (che può chiederne la consegna e/o la cancellazione).

Chi si deve sentire coinvolto?

si applica al trattamento dei dati personali effettuato nell’ambito delle attività di uno stabilimento da parte di un titolare del trattamento o di un responsabile del trattamento nell’Unione, indipendentemente dal fatto che il trattamento sia effettuato o meno nell’Unione. (art.3)

Cosa suggerisci a questi soggetti?

Per non incorrere in sanzioni, può essere utile rivolgersi ad un consulente esterno: tale figura provvederà a effettuare un’indagine su quali siano le attività di trattamento, analizzerà i rischi ad esse connessi (risk- assessment), verificherà le violazioni (data breach) che si possono subire o che stanno già avvenendo senza alcuna consapevolezza, e supporterà il Titolare nell’implementazione di adeguate misure tecniche e organizzative di protezione.

Il consulente esterno, in qualità di Responsabile della protezione dei dati (DPO), potrà essere utile anche nella redazione delle Informative, dei Consensi, dei Registri dei trattamenti, della Valutazione d’impatto (DPIA), e di tutti gli altri documenti necessari a dimostrare che il titolare sta agendo —responsabilmente— con la diligenza del buon padre di famiglia; potrà inoltre «sorvegliare l’osservanza del Regolamento» e «fungere da punto di contatto per l’autorità di controllo per questioni connesse al trattamento» (art. 39).

In altri termini, il consulente aiuterà a fare in modo che il 26 maggio 2018 sia, per alcuni versi, un giorno come tutti gli altri.

Grazie Giampietro.

Per avere maggiori dettagli è possibile scaricare gratuitamente un breve compendio, suggeritoci dal dott. Peghetti – Consulente Regolamento UE 2016/679 (GDPR) e Socio Membro FederPrivacy (Iscrizione n. FP-8498).

Compila il form per completare il download:




Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Il web sommerso

Il web sommerso

Deepweb, darknet, ma di cosa si tratta?

Avete mai sentito parlare di siti “nascosti” ossia che non si trovano facendo delle normali ricerche in Google e che possono essere visitati solo sfruttando reti di che rendono il più possibile “anonima” la navigazione?
Si tratta del deep web e delle darknet, si tratta (attenzione!) del 96% della rete Internet.
Google non può indicizzare tutto ciò che è protetto da password, la posta elettronica, molti dei social….così nella rete più profonda si possono trovare rapporti scientifici, cartelle cliniche, estratti conto, banche dati, documenti legali ma anche materiale illegale e potenzialmente pericoloso.

Come si accede?

Con pochi clic si riesce a navigare questi mondi. Tramite browser che rendono complessa la tracciabilità, come ad esempio Tor.

Ma cosa succede entrando in questi meandri?

E’ possibile approcciare subculture discutibili e accedere a materiale di varia natura.
Sono spesso substrati in cui non vi sono particolari remore valoriali, inibizioni, talvolta in essi si riscrive il linguaggio, “diluendo” la parte inaccettabile con una terminologia edulcorata, convincendosi che tutto in fine dei conti sia lecito o comunque possibile.
Proviamo a pensare ad un ragazzo ancora in crescita che approccia a contenuti razzisti, a subculture che incitano all’anoressia, alla prostituzione via etere, all’autolesionismo, al suicidio.

Da Facebook alle chat

Gli adolescenti oggi sono iscritti a Facebook ma non lo utilizzano fino in fondo, il loro interesse si è spostato su Instagram, Snapchat, WeChat, Tango o Hike.

Il perchè è facile da intuire.

Su Facebook ci sono i propri genitori che oltretutto sono attivissimi e sempre connessi, pronti a farsi i fatti altrui e figuriamoci se non quelli dei propri pargoli.

All’adolescente medio non conviene spingersi oltre su Facebook.

Magari utilizzando Messenger, ma non propriamente bombardando di contenuti la propria timeline.

Emulazione, this is the problem

La dottoressa Rosalba Trabalzini (psichiatra) su guidagenitori.it spiega molto bene la necessità di emulazione che vive l’adolescente medio.
Se guardiamo in quest’ottica i fatti di cronaca, probabilmente riusciamo a capire come i condizionamenti dell’uso malsano del web (magari nascosto) possono indurrei ragazzi a commettere sciocchezze, o peggio, reati o efferatezze.
Ma è un problema anche per gli adulti. Pensiamo a quanti in età ormai anche avanzata hanno preso spunto da atti criminali e li hanno riproposti.
Ma a maggior ragione è necessario capire e in qualche modo proteggere chi ancora sta maturando il suo io e rischia di avere debolezze per cui può essere condizionato facilmente da mondi oscuri.
La soluzione non è la censura o il divieto, ma il tutto parte dalla consapevolezza di cui abbiamo parlato anche nei post precedenti, oltre che da un monitoraggio di ciò che accade ai nostri figli o delle loro reazioni agli eventi.

Privacy

Tutti la reclamiamo. Non ci piace essere spiati o rintracciati.
Eppure sbandieriamo a chiunque i nostri gusti, la nostra posizione, i nostri acquisti, le nostre disavventure…
Poi, quando l’anonimicità diventa un rischio (vedi chi si approccia al web per commettere reati) avremmo la pretesa che le autorità facessero il loro mestiere quasi in tempo reale.
Insomma, abbiamo tutti le idee un po’ confuse su questo tema.
E portiamo avanti il vizio un po’ italico e qualunquista che le regole debbano sempre valere più per gli altri che per noi stessi.
Chi scrive non è un fautore della censura, tuttavia ritengo che il controllo del rispetto delle norme universali della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo andrebbero tutelati, ma anche questo è sicuramente un altro tema e in conclusione vi propongo il pensiero di Rudy Bandiera.

 

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Profili o schiavi, è tutta una questione di privacy?

Profili o schiavi, è tutta una questione di privacy?

Ho iniziato ad usare Facebook nel 2006. Da allora ad oggi le evoluzioni chiaramente sono state tantissime. E continuano ad esserci.

Ultimamente ha fatto molto parlare l’acquisizione di Whatsapp da parte dell’aziendona di Zuckerberg. Si susseguono catene in cui si denunciano gravi problemi di privacy o ci si scandalizza per lo scambio di dati di profilazione pubblicitaria.

Senza voler emulare pareri autorevoli dati da altri suggerirei la visione di un video in cui, in modo leggero ma con la competenza di chi sa di che cosa sta parlando, Rudy Bandiera ci racconta le 98 cose che Facebook sa di noi.
https://www.facebook.com/rudybandieracom/videos/10150717080189984/

Reaction, dirette streaming, video di compleanno preconfezionati, algoritmo dei feed … sono alcuni dei più importanti aggiornamenti degli ultimi mesi.

Ammetto di essere un fanatico (quasi compulsivo) degli upgrade…quando compare una notifica di aggiornamento di un software faccio molta fatica a non installarlo subito. Quindi debbo dire che le continue evoluzioni di Facebook mi stuzzicano anche se “costringono” ad andare di pari passo e sperimentare sempre di più. E a non credere che in questo campo vi siano mai dei dogmi. Prima o poi crollano.

O meglio, si evolvono anch’essi.

Pensando sempre ad un utilizzo professionale del mezzo, per promuovere un logo, un’azienda, un prodotto di qualsiasi genere o la nostra libera professione ricordo bene come fino ad alcuni mesi fa valevano logiche che grazie a tutto ciò che sta avvenendo si stanno superando.

Come abbiamo fatto a stare tanto tempo senza le dirette dalla macchina o dalla spiaggia dei nostri amici? Ci siamo strappati i capelli senza ricevere i cuori a like dei nostri post?

Scherzi a parte proviamo a guardare tutto questo nell’ottica di marketing. Provate sulla vostra fan page a pubblicare un video (interessante) di un evento e valutatene i risultati.
Oppure iniziamo a considerare e “misurare” come i nostri fan misurano i nostri post attraverso non solo i commenti ma con le reaction, fino a quando i sistemisti di casa FB non decideranno di “pesarli” e di correlarli alla visibilità del post o negli insights.

Insomma tutto scorre e trovo sempre brutto il vizietto molto italico di conservare, sospettare sempre il nuovo, temere il cambiamento.
Avere sempre la sensazione che qualcuno o qualcosa ci stia “fregando” è causa di stress e ci condiziona il giudizio.

Se ci approcciamo a Facebook e lo utilizziamo, in modo gratuito come sempre lo sarà, stiamo alle regole del gioco. Un gioco che non ha scopi filantropici e che non deve scandalizzare visto che ne siamo talmente assuefatti da non valutare possibili rischi o abusandone.
Quindi il fatto che ci muoviamo nei meandri di FacciaLibro dovrebbe renderci consapevoli che mentre noi lavoriamo o ci sfoghiamo, il social cattura da noi informazioni dirette ed indirette per profilarci.

profilare guardiamo la Treccani e leggiamo: verbo transitivo b. In senso figurativo, descrivere succintamente, delineare nei tratti essenziali.
Ecco. Per Facebook siamo profili. Per il mondo del marketing siamo oro puro. L’importante è saperlo. E’ sapere che per lo staff californiano non è particolarmente interessato alle nostre consuetudini per scopi malevoli (come potrebbero esserlo terzi che ci spiano tramite Facebook, ma questa è un’altra storia) ma sapere che acquistiamo un prodotto col tablet e che poi ci tagghiamo mentre corriamo nel parco o al cinema sono informazioni alquanto preziose per le aziende che pagano inserzioni.

Ecco, questo è Facebook.
E’ come lo viviamo e come lo usiamo che fa la differenza.
L’importante è saperlo!

(Fonte immagine: flickr.com/photos/mkhmarketing)

Francesco Costanzini

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Prevenire consapevolmente

Prevenire consapevolmente

Prevenire è meglio

Quante volte ci hanno detto “non accettare caramelle dagli sconosciuti”? Quante volte lo abbiamo ripetuto noi ad altri?

Bhè è esattamente questa la prima regola da insegnare ai minori che si approcciano ai social.

E’ facile nascondere la propria e reale identità sul web, quindi non è detto che chi si presenta con un nome, un’età ed una foto sia realmente chi dice di essere.

Nel dubbio: non accettiamo amicizie. E verifichiamo le identità in qualche modo.

Questo il primo approccio.

Poi venendo al lato più tecnico ….

Innanzitutto dobbiamo sapere che Facebook è vietato ai minori di anni 13.

Posto il fatto che suggeriamo dei comportamenti virtuosi e sicuri ad un teenager di questa fascia di età questi gli step necessari:

  • impostazioni privacy (facciamo vedere i contenuti a chi desideriamo realmente li vedano)
  • liste di amici reali
  • sensibilizzare al NON dare mai a nessuno i propri dati sensibili (indirizzo, telefono) nè più di tanto promuovere i propri spostamenti
  • non pubblicare fotografie ambigue o succinte, in generale (se possibile) limitarsi ad un uso consapevole di selfie e foto che sia attento al fatto che in queste foto venga ripreso qualcun altro e che sia importante averne il pieno consenso ferme restando le restrizioni di cui sopra

Detto questo è importante che il/la ragazzo/a si senta a suo agio e che segnali ad un adulto (ed anche a Facebook) bloccando i contatti che dovessero arrecare disturbo o non far percepire serenità.

E se a dar fastidio fosse un/una coetaneo/a realmente esistente?

Anche in questo caso è sempre bene segnalare il disagio ad altri e non cercare vendette personali.

Si possono creare meccanismi di cyberbullismo anche micro, ma se abituiamo i ragazzi a parlarne con noi (genitori o figure di riferimento altre) sicuramente potremmo prendere il problema per tempo prima che degeneri.

Una ventina di anni fa avrei suggerito di non tenere la postazione del pc nella camera da letto dell’adolescente, oggi con smartphone e device mobili questa conditio non è più facilmente applicabile, pertanto deve aumentare consapevolezza e sensibilizzazione del mondo adulto agli eventuali segnali che si dovessero percepire.

E’ facile dire sulla carta che è importante avere un dialogo aperto coi ragazzi, ma sappiamo bene che anche in contesti non particolarmente problematici gli adolescenti attraversano fasi in cui fanno fatica a confidarsi con il mondo adulto. E che certe situazioni mettono in imbarazzo e fanno provare vergogna anche se inconsapevole.

Pertanto è responsabilità fortissima del mondo adulto cercare di sorvegliare certi comportamenti ed abitudini in modo da scoprire l’emergenza di problemi attraverso i segnali indiretti che magari vengono forniti.

Detto di Facebook comportamenti simili si possono e si debbono promuovere anche nell’utilizzo di altri social o della posta elettronica o messaggistica istantanea.

E’ bene anche evidenziare che filmare terze persone senza il loro consenso non è consentito dalla Legge nè tantomeno pubblicarne i filmati realizzati.  Se vi fossero persone o coetanei che utilizzassero questi sistemi in luoghi poco consoni (ad esempio i bagni) potrebbero esserci dei problemi anche molto gravi.

Siamo tutti messi nelle condizioni di comunicare e pubblicare senza limiti tecnologici il più delle volte, ma dobbiamo imparare noi stessi e poi trasmettere i limiti imposti dalla lealtà, del pudore, dall’amicizia e dal vivere comune, oltre che quelli legislativi.

Poi è possibile agire anche in modo più diretto:

  • non è detto che si debba dotare di uno smartphone anche il bambino
  • “proteggere” i browser condivisi da un certo tipo di contenuti e verificarne la cronologia periodicamente
  • utilizzare insieme lo strumento e discutere di eventuali situazioni che si dovessero incontrare
  • dotare eventuali smartphone di crediti di telefonia e navigazione ricaricabili e controllarne i consumi

Insomma la prudenza non è mai troppa. Non dobbiamo cedere all’allarmismo o alla guerra dei divieti, tuttavia la consapevolezza sarà l’arma che avremo per dominare certi fenomeni.

Se noi adulti sappiamo e conosciamo i sistemi e i possibili rischi (oltre che i vantaggi) allora sapremo indirizzare meglio le generazioni a venire.

Sono fermo sostenitore che il problema oggi non sia lo strumento, ma la non consapevolezza del suo utilizzo.

Mi fa piacere che anche (e più autorevoli di me) esperti del settore la pensino così: qui Rudy Bandiera intervistato da Sky Tg 24.

In questi giorni è arrivata la notizia dell’approvazione della Camera dei Deputati alla legge di contrasto al cyberbullismo. Interessanti le analisi che ne fa Valerio Porcu sull’Ansa (https://www.tomshw.it/la-camera-approva-la-legge-pasticcio-sul-cyberbullismo-80170). Ma questa è tutta un’altra storia e non ho competenze giuridiche per valutare, tuttavia credo che se la norma possa essere un passo avanti, forse si rischia di ampliare “l’inganno” del famoso detto….

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Perchè non pubblico le foto dei miei figli

Perchè non pubblico le foto dei miei figli

Foto del primo giorno di scuola (magari inquadrando anche altri), foto del primo bagno al mare, foto del primo gol o del saggio, foto con vestiti o acconciature ridicole, scatti di feste o ricorrenze, selfie e quanto di più la nostra mente possa immaginare.

Proviamo a pensare cosa  diranno tra quindici anni i protagonisti di queste inquadrature. Proviamo a pensare che queste immagini potrebbero essere prese da persone terze per scopi commerciali o (peggio) per fotomontaggi infami. Proviamo ad immaginare che menti malate potrebbero interessarsi a questi protagonisti in modo morboso ed iniziare a seguire certi spostamenti grazie ai dettagli ai quali i fotografi non pensano ma che ci sono e che non si nascondono facilmente.

Certo, è possibile impostare la privacy per permettere solo ad un certo pubblico la visione di certe immagini, ma se tra quel pubblico ci fosse qualcuno in malafede? O in buonissima fede che si permette di condividere ingenuamente il nostro contenuto così prezioso?

Sono un padre e come tanti altri sono orgoglioso. Ma prevale in me questa consapevolezza. Sarò allarmista? Non penso, tuttavia sono questi i motivi per cui evito di mettere online le foto dei miei adorati figli e i motivi per cui suggerisco ad altri di evitare di farlo.

Certo questo modus operandi ogni tanto non fa contenti i nonni, ma grazie alla messaggistica privata è facile farli sorridere quando sono in astinenza da nipoti.

Sarebbe bello poter essere tranquilli e liberi di agire senza dover pensare ai tranelli e sotterfugi, ma è anche vero il primo postulato: quanto mio figlio quando sarà adolescente o adulto sarà entusiasta di vedersi conciato da “cretinetti” o immortalato in momenti magari intimi o privati?

Io non lo sarei affatto.

Ma l’appello non è solo a noi genitori, ma a zii, nonni, educatori, insegnanti, istruttori, allenatori….

Sapete che all’articolo 23, il testo unico sulla privacy dice che il trattamento di dati personali è ammesso soltanto con il consenso espresso dell’interessato e che chi li diffonde senza autorizzazione è punito con la reclusione fino a due anni (articolo 167)? “Le foto sono ovviamente un dato personale perché rendono identificabile un individuo” (fonte: La Stampa )

Subentra come possiamo intuire un problema normativo e allargando il ragionamento di “diritto all’oblio“, ossia il “diritto spettante ad ogni cittadino di richiedere la cancellazione o l’aggiornamento di una notizia che lo riguardi in prima persona. Esso viene posto tra i diritti inviolabili dalla costituzione e sancisce il diritto di ogni individuo ad essere dimenticato e a non essere più ricordato per quei fatti che siano stati oggetto di cronaca in passato, destinati a ritornare nella sua sfera privata.” (Fonte: TestMagazine)

E’ possibile quindi ricorrere a ciò e provare a far rimuovere contenuti che riteniamo possano ledere o essere nocivi (se di nostra provenienza/proprietà) o se violano le normative vigenti, magari otterremo che tali contenuti non siano rintracciabili tramite le ricerche, tuttavia se qualcuno fosse in possesso degli “url di provenienza” (non è scontato che vengano rimossi) di questi contenuti poi se ne potrebbe appropriare qualcun altro.

E a parte ciò se pensiamo ai social (oggi pratica più diffusa in assoluto), quando postiamo una foto scattata da noi e che quindi in teoria è di nostra assoluta proprietà, siamo così certi che questo copyright poi rimanga? Se andiamo a leggere le informative sui regolamenti ad esempio di Facebook il dubbio rimane.

L’utente è in effetti il proprietario di tutti i contenuti e le informazioni pubblicate sul social di Zuckerberg ed ha la possibilità di controllare le modalità di condivisione mediante le impostazioni sulla privacy.
Relativamente ai contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale, ad esempio foto e video, che il social network suole chiamare “Contenuti IP”, si legge nel Regolamento che l’utente concede a Facebook una licenza non esclusiva (Licenza IP), trasferibile, valida in tutto il mondo, per l’utilizzo di qualsiasi Contenuto IP pubblicato sul social. Tale licenza termina nel momento in cui l’utente decide di cancellare il proprio account o i contenuti stessi, a meno che però (e non è così inusuale) tali contenuti non siano stati condivisi con terzi e che questi li abbiano conservati.

Facebook, inoltre, consente all’utente di condividere i propri contenuti usando l’impostazione “Pubblica”: in questo modo l’utente permette a tutti, anche alle persone non iscritte al social network, di conoscere le informazioni “postate” e di associarle al suo profilo.

Non so se sono riuscito ad argomentare la scelta (consapevole) per cui non pubblico foto che ritraggono i miei figli sui social e non autorizzo altri a farlo (se non in casi assolutamente eccezionali e rari che possono essere magari accaduti in passato). Tuttavia a mio parere non ne vale davvero la pena.

I like e gli apprezzamenti possiamo conquistali anche in altro modo, o no?

p.s. non sono un giurista e non pretendo di esserlo, se vi fossero professionisti del settore che trovassero inesattezze me le segnalino e rettificherò quanto scritto. Il blog contiene citazioni e mie riflessioni, che hanno portato a compiere scelte che condivido con altri.

LA CONSAPEVOLEZZA E' IMPORTANTE

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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