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Io credo nell’Inbound marketing

Io credo nell’Inbound marketing

Cos’è l’inbound marketing?

“Al contrario dei vecchi metodi di outbound marketing come acquistare annunci, comprare mailing list, e pregare per i contatti, l’Inbound Marketing si concentra sulla creazione di contenuti di qualità che attirano le persone verso la tua azienda e prodotto, dove essi spontaneamente vogliono essere. Allineando i contenuti che pubblichi con gli interessi del cliente, è naturale attirare traffico in entrata che è possibile convertire, chiudere e deliziare nel tempo.” (Hubspot)

La definizione di Hubspot (azienda che produce software per il marketing e che ha coniato il termine) è esaustiva.

Eppure…

Eppure ci ostiniamo a fare marketing intrusivo, o meglio a fare solamente quella forma di marketing che è la pubblicità, la promozione.

Perchè pensiamo che se non andiamo noi dai clienti, dagli utenti non saranno certo loro a venire da noi.

Abbiamo per caso un prodotto, un servizio, un’idea, un corso, un libro, una consulenza che fa così schifo che pensiamo di non riuscire ad attrarre nessuno?

Sottostimiamo così tanto noi stessi o quello per cui promuoviamo?

O forse sappiamo che in fin dei conti stiamo vendendo un po’ di fumo, abbiamo ingigantito un po’ le nostre competenze o i vantaggi dei nostri prodotti che abbiamo bisogno di “truccare le carte” e azionare opere di convincimento del prossimo?

Semplicemente dobbiamo arrivare a fine mese e stando con le mani in mano non facciamo la spesa.

Con molta probabilità ti sarai dato delle risposte che assomigliano a quelle che ho ipotizzato qui sopra.

Non discuto le tue ragioni e le rispetto.

Ma forse stai sbagliando prospettiva perchè ti sei fatto/a un’idea sbagliata del marketing e delle sue potenzialità.

“L’obiettivo del marketing è quello di rendere superflua l’attività di vendita. L’obiettivo del marketing è quello di conoscere e comprendere il cliente così bene che il prodotto e il servizio si adattano e si vendono da sé. Idealmente, il marketing dovrebbe portare a un cliente pronto all’acquisto.” (Peter Drucker)

Iniziamo da quanto dice Peter Drucker, autore di opere sulle teorie di gestione aziendale, oltre che docente di management alla Graduate School di New York.

Vendere è superfluo se facciamo marketing in modo corretto.

In effetti se conoscessimo bene il nostro cliente/utente finale sapremmo riconoscere i suoi bisogni, avremmo coscienza dei suoi problemi, conosceremmo il suo linguaggio e le domande che ha in testa. In questo modo potremmo comunicare con lui in modo corretto, attirando la sua attenzione.

Invece talvolta facciamo l’esatto contrario.

Crediamo di conoscere e generalizziamo troppo, pensando di perdere delle opportunità restringendo il campo.

Poi abbiamo anche la convinzione che usare un linguaggio troppo semplice sia dequalificante e che offendiamo l’intelligenza di qualcuno a banalizzare troppo i concetti.

Ragioniamo con la nostra testa, vediamo le cose solo con il nostro sguardo. Facciamo ciò che vorremmo fosse fatto a noi. O neanche quello, talvolta.

Ci diciamo “empatici”, in ascolto delle esigenze del cliente e poi nei fatti siamo tutto tranne che quello.

Se non conosciamo i nostri interlocutori come potremmo empatizzare con loro?

Pensiamo che applicando due o tre trucchi da esperti venditori di ghiaccio agli eschimesi, abbindoleremo chiunque e che questo sarà pronto a seguirci.

Allora arriva Seth Godin e ci dice:

“È sempre meglio vendere a persone che vogliono ascoltare ciò che hai da dire”

Rafforzando il concetto della personalizzazione e del nostro sguardo rivolto a persone che hanno orecchi per ascoltarci davvero.

Ma nel concetto di “inbound marketing” come si arriva alla vendita?

Ti sto cercando di dissuadere dall’applicare il marketing ossessivo, cioè quello che chiamerei “interruttivo” come direbbe Godin.

Quello a cui ci hanno abituato gli spot televisivi che ci hanno indotto allo zapping per evitare di subirlo.

Quel marketing della telefonata dell’operatore X che senza preavviso ci interrompe oppure la strategia dei “Testimoni di Geova” che nel weekend ti suonavano alla porta per convertirti.

Cosa ottieni con queste forme di promozione?

Ecco che allora entra in gioco l’unica strategia possibile e che è il cuore di tutto il processo.

I contenuti sono il fulcro di una strategia di inbound marketing.Click To Tweet

Perché saranno quelli ad “attrarre” gli utenti giusti, perché rispondenti alle loro domande.

Non si tratta di una strategia alla cieca o di marketing della speranza, quindi non andremo a bussare alla porta, ad interrompere le persone, ma ci faremo trovare.

Saranno loro a lasciarci il contatto ed a quel punto dovremo curare la relazione per poi portarla alla “conversione” finale.

Realizzare l‘inbound marketing significa dar vita a una strategia coordinata e sinergica, monitorando e analizzando l’andamento e aggiustando il tiro se le cose non funzionassero a dovere.

Ti ho parlato già di content marketing su questo blog: si tratta proprio di applicare tutto ciò di cui ti sto accennando adesso.

Come fare inbound marketing: gli strumenti

Chiediti sempre chi sono le persone a cui vuoi rivolgerti e come puoi farti trovare da loro.

Trova i contenuti e sviluppa un piano editoriale.

Usa poi gli strumenti che il web ti mette a disposizione e che sono più consoni per il tuo utente target.

Ad esempio apri un blog se vuoi lavorare con i contenuti indicizzandoli sui motori di ricerca, su LinkedIn puoi utilizzare i contenuti per farti seguire da persone potenzialmente interessate a quel che fai.

Puoi creare un video-corso, un podcast, un webinar, un e-book …

Dovrai curare le relazioni per ottenere dei risultati e continuare nella produzione dei contenuti senza temere di perdere tempo: ti stai costruendo il futuro!

 

Se vuoi approfondire tutti questi aspetti, ascolta il mio podcast: ogni settimana parlo di un tema relativo al mondo della comunicazione digitale!

Puoi anche approfittare del mio video corso gratuito: ti racconto il mio metodo di lavoro che si basa sulla reputazione digitale

(Foto Credits: https://www.seofreelancer.pt)

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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Il linguaggio che non comunica

Il linguaggio che non comunica

Non si tratta di un ossimoro, o forse sì…

cos’è un linguaggio che non comunica?

La riflessione che vorrei fare parte da lontano.

Sin dai tempi della scuola (di ogni ordine e grado) infatti, ci hanno abituati ad un linguaggio formale, direi istituzionale.

La scrittura doveva essere la più verbosa possibile, ricca, ridondante.
Magari con tante forme passive ed avverbi talvolta “ammorbanti”.

Mi ricordo che il “dono della sintesi” è sempre stata una mia caratteristica, così gli/le insegnanti di turno mi sollecitavano ad aumentare il numero delle parole, sostenendo periodi lunghi piuttosto che troppo brevi, imparando l’uso di aggettivi ed avverbi adatti allo scopo.

Ho cercato di imparare, affascinato dal mondo della scrittura, trovando modalità di esprimere concetti abbondando con le parole per fare contenti Caio e Sempronio.

Così, quando ho iniziato a scrivere per lavoro ho utilizzato uno standard formale, corretto ma formale.

Non sarà quindi capitato solo a me pensare come estremamente naturale il linguaggio istituzionale, politico ed aziendale.

C’è un’abitudine talmente connaturale (oserei dire) che pensiamo che saper scrivere sia mettere in pratica tutto questo, ergo così facendo siamo in grado di comunicare.

Quando ho approcciato il mondo giornalistico c’è voluto un veloce sguardo a ciò che facevano i colleghi per capire in effetti che quel linguaggio a cui mi ero abituato non era efficace per quel mondo.

Così ho tramutato formalità in elementi essenziali.

Ma intanto mi dilettavo a scrivere contenuti per il web, osando nel mondo dei social che si stavano affacciando sulla scena.

Mi sono reso conto che la comunicazione efficace volesse un altro gergo ancora: più vicino a quello giornalistico che istituzionale (pensa alle 5 W ed alla comunicazione piramidale, ad esempio) ma che sicuramente non basta.

Eppure…

Se mi guardo in giro, se leggo testi di siti aziendali o associativi, zeppi di terminologia specifica e formale, trovo che si somiglino incredibilmente tutti, nonostante appartengano a settori completamente diversi.

Ad un certo punto (ed ancora oggi in molti casi è così) si è pensato che comunicare sul web volesse dire trasportare il linguaggio promozionale, pubblicitario ed istituzionale allo stesso tempo.

Contenuti zeppi di autoreferenzialità, di aspetti “gonfiati”, di elementi poco utili se non all’ego del proprietario del sito.

Trovo tutto questo una conseguenza di quanto ho descritto, ad esempio sulla mia persona.

Ci hanno abituati a questo.

Fai attenzione, però.

Non vorrei che ora tu pensassi che slang, volgarità, emoticons siano essenziali per questo “nuovo” (?) modo di comunicare.

Non è così.

Comunicare significa utilizzare un linguaggio comprensibile a coloro i quali stiamo parlando.

Un linguaggio quindi che si deve differenziare, che deve colpire nel cuore, nell’emotività dei nostri interlocutori, ma anche alla loro pancia, al loro portafoglio a volte.

Mi perdoneranno autorevoli professionisti ma non credo nelle specializzazioni di copywriting che oggi sembrano filiare a manbassa.

Credo che esistano tanti tipi di linguaggio che comunicano e che si possono adattare ai vari contesti, ma la valutazione che ne faccio è nei risultati: sono diretti, utili a chi ci dovrebbe ascoltare?

Oggi si definisce copywriting l’arte della scrittura efficace e del convincimento.

Secondo il Cambridge Dictionary chi fa questo lavoro è “Someone who writes the words for advertisements”.

Un “pubblicitario”.

Saper scrivere significa saper comunicare o saper vendere?

Per quanto mi riguarda comunicare può significare anche vendere, non c’è nulla di cui vergognarsi.

Ma non solo.

Se tenessimo solo questa accezione significherebbe che la scrittura persuasiva appresa dalla PNL o da altre scuole di pensiero sia l’unica possibile.

E che quindi anche la manipolazione truffaldina faccia parte di questo mondo.

Io non credo a questo assioma.

Penso, invece, che si debba comprendere tutto ciò che NON comunica, per poi cercare di ottenere i risultati percorrendo altre strade.

Siamo convinti che le persone, ad esempio, oggi non leggano e che i tempi di attenzione sul web siano quelli che avrebbe un pesce rosso.

Non discuto che possa essere così.

Faccio una riflessione, però.

Siamo circondati da testi lunghi, corposi e abbiamo capito che persino Google non penalizza il testo ampio.

Perchè?

Allora, quali sono le conditio sine qua non?

Le riassumerei in tre caratteristiche principali:

  • Qualità
  • Focalizzazione sui temi che interessano all’interlocutore
  • Linguaggio comprensibile, agile e coerente a seconda del formato e dello strumento

Se un testo è breve e scritto male o non adatto a chi lo legge è perdente in partenza, se è lungo ma attinente e di qualità comunica nel modo giusto.

Ma ci sono regole universali su lunghezza, formato, tipologia?

No, dipende dai contesti.

Quando la nostra comunicazione è di qualità, quando rispondiamo alle domande latenti o dirette dei nostri lettori/utenti/clienti e lasciamo loro qualcosa di interessante o utile allora non dobbiamo preoccuparci troppo della lunghezza o delle pseudo regole che trovi da chi ama le facili ricette adatte a tutti e tutte.

Io ad esempio faccio così: mi lascio trasportare dalla scrittura, cercando di avere in testa l’obiettivo e adattando quello che voglio dire al mio potenziale interlocutore.

Più lo conosco, più so come coinvolgerlo.

Non mi ritengo un copywriter della categoria X o Y (mal digerisco le tendenze che assegnano una specializzazione in questo campo), sono un giornalista ma più che altro cerco di comunicare, adattando forme e contenuti all’obiettivo, alla forma, al contesto ed all’interlocutore.

Forse per qualcuno scriverò in modo troppo “parlato”: ebbene è una scelta.

Se dovessi scrivere un romanzo o una monografia probabilmente non opterei per questa tipologia di scrittura, ma quando si vuole comunicare è necessario arrivare a concretizzare l’obiettivo.

Non scrivo per vendere, ma provo a scrivere per “coinvolgere“.


 

Se vuoi approfondire tutti questi aspetti, ascolta il mio podcast: ogni settimana parlo di un tema relativo al mondo della comunicazione digitale!

Puoi anche approfittare del mio video corso gratuito: ti racconto il mio metodo di lavoro che si basa sulla reputazione digitale

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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Ci vuole coraggio a fare content marketing

Ci vuole coraggio a fare content marketing

“Il content marketing è un approccio di marketing strategico incentrato sulla creazione e distribuzione di contenuti preziosi, pertinenti e coerenti per attirare e trattenere un pubblico chiaramente definito e, in definitiva, per guidare l’azione proficua dei clienti.” (Content Marketing Institute)

Mi sto concentrando molto sul marketing di contenuti.
Ti ho elencato i vantaggi che puoi avere nell’applicarlo, ho cercato di darti alcuni spunti operativi e ti ho parlato di cosa significhi dare valore ai nostri interlocutori.

Mi soffermo ora sull’approccio che è necessario avere.

Il Content Marketing non è per tutti.

Non perché ci vogliano qualità straordinarie o vi sia fondamentalmente una elite o lobby in cui rientrare o meno.

Non è per tutti perché il requisito fondamentale per poter pensare di fare marketing dei contenuti è possedere una dote: il coraggio.

Ci vuole coraggio per comunicare davvero.

Bisogna innanzitutto essere predisposti al cambiamento, quindi abbandonare logiche che non appartengono a questo mondo e mettersi in discussione. Niente di più difficile.

Dobbiamo rinunciare ai famosi “abbiamo sempre fatto così” e intraprendere una strada che percorre direzioni possibili ma che per uno strano retaggio che ci trasciniamo diventa quasi una “chimera”.

E’ necessario mettersi in gioco in prima persona.
Quindi far cadere le nostre maschere, superare le paure iniziali.

  • La repulsione per la propria voce, la fobia della telecamera, l’idiosincrasia per i testi scritti oppure toglierci dalla testa che il marketing lo faccia qualcun altro al nostro posto e che a noi spetti solo il giudizio finale e l’emissione delle fatture.

 

 

  • Una scusa che ci diamo è la mancanza di tempo, per cui siamo impossibilitati a comportarci diversamente.
    Quasi come se chi invece faccia contenuti in realtà sia nullafacente o al contrario non dorma la notte.
    Abbiamo paura del tempo forse perché non sappiamo bene come gestirlo e non diamo l’importanza dovuta alla comunicazione, vedendola come un accessorio, non come una opportunità gigantesca che ci faccia sopravvivere e poi magari anche vivere bene.

 

  • Ho sentito tante volte dire “Non fa per me”, “Nel mio settore non funziona”, frasi dette probabilmente per paura di intraprendere il cammino. Superare le diffidenze è come scalare l’Everest, me ne rendo conto.

 

  • Pensare di non avere dei contenuti è infine un’altra delle affermazioni che sento ripetere. Ne ho parlato riferendomi al mondo del Terzo Settore, ma concetti simili sono riportabili anche nel mondo delle aziende e delle professioni.
    Certo se guardiamo il dito, non vediamo la luna.
    Mi è piaciuto molto questo esempio di Fulvio Julita, ospite del podcast di Barbara Reverberi.
    Parlando di un produttore di chiodi diceva che fossilizzandosi solo sul prodotto, non si pensa al quadro meraviglioso che si potrebbe appendere grazie a quel chiodo: cioè che bisogna spostare il focus sui bisogni, sulle esigenze che grazie al prodotto/servizio si risolvono.

Anche per fare questi ragionamenti, sradicando la mentalità che ci appartiene in modo quasi “naturale” ci vuole in fondo coraggio: per cambiare dobbiamo formarci, ascoltare, leggere, sbagliare ma anche fidarci di qualcuno/qualcosa.

Senza voler esagerare ho pensato a questo pezzo di Antonello Venditti per infondermi (e spero che faccia lo stesso effetto anche a te) la giusta spinta che serve nella quotidianità per scegliere una forma di comunicazione che richiede costanza, pazienza ma che alla fine è quella che mi vedo cucito addosso.

Ho scelto di comunicare con i contenuti: in questo, sì, credo di aver avuto coraggio!

 

Se vuoi approfondire tutti questi aspetti, ascolta il mio podcast: ogni settimana parlo di un tema relativo al mondo della comunicazione digitale!

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Aiuto Terzo Settore, imprese e professionisti a comunicare grazie ad un metodo che si basa sulla "reputazione digitale"

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I vantaggi del content marketing

I vantaggi del content marketing

Content Marketing

Il marketing dei contenuti è un’ottima strategia che ti suggerisco di iniziare a prendere in considerazione se vuoi davvero comunicare attraverso gli strumenti del digitale.

I perché io l’ho scelta li ho spiegati in alcuni post di approfondimento, come ad esempio qui e qui.

In questo articolo, invece, ti parlo dei vantaggi del content marketing, per te associazione, azienda o professionista.

Cerco di spiegarti perché potresti e dovresti anche tu affidarti al marketing dei contenuti, che è un qualcosa che ben si distingue dal marketing della cosiddetta speranza.

Si tratta, quindi, di comunicare in modo efficace e di far sì che siano le persone a trovarci, a cercarci ed a mantenere i contatti con noi.

Cosa ben diversa da quanto siamo abituati a sentire.

Ho individuato 5 vantaggi specifici del content marketing e te li riassumo qui sotto.

Indicazioni per l’uso: tutto questo non fa per te se non sei pronto/a a metterti in gioco e se sei convinto/a che sia tutto fumo quel che ti sto dicendo.
Ultima nota: tutto ciò che ti dirò vale per il mondo offline come per quello online.

1) Una buona reputazione

Il content marketing è la migliore strategia per posizionarci al meglio nella testa e nel cuore dei nostri interlocutori, indipendentemente da chi essi siano.
Creare buoni contenuti e metterli a disposizione fa sì che chi ne sarà attirato e chi ne diventerà “consumatore” percepisca il nostro valore e si farà una buona opinione di noi.

Inizierà a conoscerci incasellandoci tra le persone “positive”.
Questo vale anche per i già nostri utenti/clienti o per i nostri amici/colleghi.
Inizieranno a capire che “facciamo sul serio” e magari scopriranno dote nascoste che non ci attribuivano in precedenza.

Godere di una buona reputazione è fondamentale per ispirare fiducia, fare avvicinare le persone ed iniziare ad instaurare rapporti sani e corretti.

2) Un legame più forte con gli utenti e con i clienti

Non so se ti sia mai capitato di ascoltare con assiduità un podcast o di seguire una persona che pubblica costantemente dei video, ad esempio.
Non ti sembra di conoscerlo/a anche se non lo hai mai visto prima?
Non ti verrebbe di “dargli del tu” una volta che lo dovessi vedere dal vivo?
Capita anche con gli artisti del cinema o del settore musicale: li seguiamo e ci sembra di conoscerli da tempo.
Con il content marketing magari non diventi una “rockstar” ma inizi a “fidelizzare” persone: potenziali clienti/soci o già clienti/soci ad esempio. Anche a distanza.

Generando contenuti e distribuendoli nel modo corretto farai sì che siano i tuoi interlocutori a sceglierti dopo averti conosciuto, attraverso tutto quello che di utile gli/le avrai donato.

E’ un grande antidoto contro le persone/clienti/utenti/soci “velenosi” e “negativi”, che guardano solo agli zeri della tua offerta e che credono di poterti “comandare a bacchetta” solo per il fatto di “pagarti”.

Instauri un legame che discende dai tuoi contenuti, con cui mostri professionalità, conoscenza e con cui dai delle risposte ad interrogativi che le persone spesso sarebbero disposte a pagare.

Fai attenzione però, non ti sto dicendo che tutto deve essere gratis e che la vendita sia vietata, ma che in un percorso corretto ci devono essere entrambe le cose: sta a te scegliere la ta strategia e di scrivere le regole come meglio credi.

Un esempio per farmi comprendere meglio: supponiamo tu sia un grande estimatore del dottor Tito Bordino (ortodonzista di Torino).
Lo segui, ascolti, guardi i suoi video, leggi i suoi contenuti … e dopo un po’ di tempo ti accorgi che avresti bisogno della sua professionalità per risolvere un tuo problema.
Ti approcci a lui come faresti con qualsiasi altro ortodontista trovato tramite una ricerca su Google?
Oppure inconsciamente assumi un tono diverso?
Gli chiedi “la qualunque” o seguendolo sai già cosa può aiutarti a fare e cosa no?

Il content marketing ti aiuta a comunicare, ad abbattere le barriere, a fortificare la tua immagine, la tua professionalità ed allontana i “perditempo”.

Inoltre il contenuto non è (percepito) come una pubblicità che spesso è fastidiosa, invasiva e su cui magari abbiamo preconcetti.
Ti presenti facendo parlare per te delle risposte a dei bisogni concreti.
Non ti pare che sia più sostenibile e maggiormente funzionale?

3) Presidio di un mezzo/strumento

Che tu crei una rivista, una newsletter, un podcast, una serie di video, un blog … presidi un mezzo e cerchi tramite quello di posizionarti affinché chi avesse bisogno di te ti trovi.

I casi sono molteplici, le forme dei contenuti e i mezzi di distribuzione tantissimi e variano a seconda di chi sei tu, del tuo progetto, dei tuoi interlocutori….

Ma mettiamo ad esempio che tu scelga di aprire un blog.

Facendolo andresti ad aiutare i motori di ricerca a farti trovare dagli utenti, il tuo contenuto (se utile e ben costruito) infatti inizierebbe ad essere “macinato” dall’algoritmo di Google ad esempio e ad essere mostrato.

Magari hai un sito vetrina, istituzionale.

Ma aggiungendo dei contenuti periodici, utili e di valore, aiuteresti il tuo sito a crescere di visitatori e inizieresti a far sì che questi visitatori poi potenzialmente si possano trasformare in qualcosa di più.

Il mio consiglio è di fare quello che è più utile per i tuoi utenti/clienti/soci nel modo più fruibile a loro, sulla base del tuo essere, del tuo posizionamento e del tuo budget.

Ma una cosa che vale per tutti te la dico: lavora con alla base una tua “proprietà”, una “tua casa” dove puoi fare tu le regole e dove non sei costretto/a a scendere a compromessi con algoritmi o con le mode del momento, oltre che legarti solo ad aziende fortissime ma che se un domani cambiassero idea ti vedrebbero perdere tutto ciò che hai fatto.
Banalmente … un sito è tuo, Facebook no.
Questo non vuol dire escludere tutto ciò che non è nostro, ma inglobare nella nostra strategia qualcosa di nostro da cui partire e a cui appoggiarci sempre.

4) Dura nel tempo

Una puntata del podcast vale anche mesi dopo che tu l’hai pubblicata.
A meno che tu non parli di un qualcosa di assolutamente “obsolescente” (penso ad esempio ad un articolo su un modello di smartphone, che dopo poco potrebbe essere già vecchio), il contenuto lavora per te nel tempo ed anche (e soprattutto) nella lunga distanza.

Se apri un blog oggi, vedrai i primi risultati tra alcuni mesi.

Il “tempo” è una variabile importante e molto potente, che spesso tifa per noi.

Uno spot radiofonico vale fino a scadenza contrattuale, un cartellone pubblicitario pure.

Il tuo miglior articolo sul tuo blog è potenzialmente “immortale”.

Potresti scoprire due anni dopo averlo scritto che qualcuno ti ha trovato tramite quello e poi ha approfondito al tua conoscenza (a tua insaputa).

Quindi facciamo attenzione a quello che pubblichiamo, trattiamo con cura i contenuti, riprendiamoli ed aggiorniamoli se serve, consideriamoli immortali (potenzialmente).

Una postilla: questo non ci deve distogliere dalla convinzione che la produzione di contenuti debba essere continua e costante nel tempo e che non basta lavorarci sei mesi e poi sospendere.

Viene premiata la continuità, sempre.

5) Investimento accettabile

Parliamo delle nostre tasche.
Quanto ci costa produrre un contenuto e distribuirlo?
Attenzione perchè le variabili in gioco sono tantissime.

Non credere che puoi delegare il content marketing in toto a consulenti come me o a web agency.
Sei tu il protagonista ed il detentore dei contenuti, se hai un team sei fortunato perchè siete in tanti con diverse competenze e specificità ad essere coloro che creano valore.

Le persone vogliono vedere il tuo volto, quello di chi sta con te, non il tuo marchio.

Consulenti come me ti aiutano certo, si siedono a tavolino, studiano con te la strategia e possono coordinare il lavoro di produzione dei contenuti e poi di pubblicazione.

Ma non possono sostituirti a te.

Quindi il primo investimento è in tempo da dedicare: devi necessariamente ritagliarti un po’ di tempo per i contenuti ed eventualmente farlo ritagliare anche ad altri.

Creare e distribuire contenuti oggi non è un problema: i costi non sono elevatissimi.

Non servono infrastrutture tecniche particolari. Certo piccoli investimenti vanno compiuti, ma si tratta di qualcosa che è alla portata.

Non hai delle vere e proprie spese: sono investimenti e non a fondo perduto.

Ne trarrai solo benefici. Non subito, non ci sono trucchi e miracoli.

 

Ma avrai investito tempo e denaro per crescere e per far crescere ciò in cui credi e ciò a cui stai dedicando la vita (o quasi).

 

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La vendita vecchia maniera funziona ancora?

La vendita vecchia maniera funziona ancora?

Suonare campanelli, fare telefonate, inviare pubblicità cartacea, fare inserzioni pubblicitarie sui quotidiani funziona ancora?

I “commerciali” vecchio stampo fino ad una ventina di anni fa si muovevano in questo modo: scarpe consumate, chilometri in macchina, pantaloni sgualciti a causa del sedile dell’auto, cravatte allargate, strette di mano decise, battuta pronta e sorrisi stampati.

Suonavano in ufficio o previo appuntamento telefonico ti si palesavano davanti personaggi che oscillavano tra l’essere bravi, aggressivi, incapaci o originali.

Ti presentavano il loro meraviglioso prodotto e non se ne andavano fino a quando non ottenevano una risposta.

Oggi funziona ancora così?

Il web ha introdotto anni fa la possibilità di far visionare banner pubblicitari agli utenti, sui siti che li ospitano.
Ma quanto rende una pubblicità del genere, oggi?

Nell’era della TV fai da te e dei social ha senso investire in spot pubblicitari in televisione, radio e cinema?

Mi faccio spesso tutte queste domande.
Ho a che fare realtà (variegate) che utilizzano o hanno utilizzato tutto ciò.

Ed io cosa offro loro?

Parlo di fare marketing che non sembra marketing, di offrire gratuitamente contenuti, di non invadere gli spazi in modo pedante, di non ossessionare, di farsi trovare e di non andare alla ricerca ossessiva del cliente.

C’è chi mi guarda con gli occhi sbarrati e quando non lo dice direttamente pensa che tutto quello che propongo sia “fumo”: inutile e inefficace.

In fin dei conti il mercato va aggredito, nessuno regala nulla e il web è … effimero, virtuale.

Dico tutto questo con malcelata ironia.

Smontiamo i luoghi comuni che si nascondono dietro a tutte queste illazioni, fatte da chi è fondamentalmente spaventato/a e non ha capito che le cose non sono immutabili.

1) Il web non è un mondo virtuale, innanzitutto.

Non stiamo giocando a Fortnite, ma stiamo parlando di comunicazione.
Di intercettare i bisogni reali degli utenti (che popolano a milioni web e social, per tante ore al giorno, tutti i giorni) e di comunicare con loro in modo positivo, efficace e vero.

2) Tempo al tempo.

Se ti interrompo mentre stai facendo qualcosa e di certo non stavi pensando a me o al mio prodotto/servizio che percezione avrai?
Se hai installato Trucaller sul tuo smartphone sai benissimo di quello di cui sto parlando.

Le telefonate dei call center rompono…

Godi quando il tuo film, partita, concerto, spettacolo si interrompe per dare spazio alla “reclame”?

Ti interessa vedere quegli spot? Birra quando sei astemio, pannolini quando non hai figli o nipoti, assorbenti quando sei in menopausa?

Bene.

Il “fumoso mondo digitale” riesce a parlare alle persone realmente interessate, a non interromperle ed anzi a farsi trovare quando le persone hanno bisogno proprio di quella cosa.

3) Fiducia e fidelizzazione.

Se circuisco un tale e gli riesco a vendere qualcosa, quanto questa persona alla lunga ne sarà soddisfatta?
Che ricordo avrà di me, poi?
Cosa dirà in giro del mio “brand”?
Quanti venditori poco bravi hanno rovinato la percezione del marchio agli utenti?
E quanti, invece, hanno fatto il contrario?

Se instauro un rapporto onesto, trasparente (cosa ho da nascondere?), utile, cosa accadrà con molta probabilità?

Che la persona avrà iniziato a conoscermi attraverso i miei contenuti (utili, di valore) e avrà misurato il mio carattere e temperamento a seconda di come mi sono rivolto alla persona X o Y che ha commentato il post… e man mano capirà con chi avrà a che fare.

Con particolare riferimento al punto 2 prova a pensare: quando le persone sono pronte all’acquisto di qualcosa?
Quando lo dici tu o quando lo dicono loro?
Cosa succede oggi?

Molto probabilmente le persone che sanno di avere un bisogno fanno ricerche e Google/Youtube diventano strategici per loro, per raggiungere dei risultati.

Se vuoi accompagnare le persone nel loro processo di scelta allora non puoi importi o fare pressing psicologico se vuoi ottenere risultati ottimali, sani e duraturi.

Ti faccio un’altra confessione: seppure io segua e sia convinto che il Terzo Settore sia un mondo straordinario e che vada aiutato e sostenuto, sono indignato quando vedo rispettabilissime organizzazioni avere dei banchetti in strada in cui ragazzi/e ti approcciano in modi discutibili chiedendoti una donazione e provando a giocare sul senso di colpa. Me lo sono ripromesso: una volta che mi accadrà di nuovo e avrò cinque minuti di tempo e lucidità mi fermo e racconto loro quando sia controproducente il loro lavoro su persone come me.
Si parla di disgrazie, ingiustizie sociali, disagi profondi e mi sento profondamente indignato al pensiero che al pari del venditore di enciclopedie mi si propini una vendita che dovrebbe essere una donazione consapevole e volontaria, magari giocando sul senso di colpa e con un approccio che oserei definirei “violento”, quasi di sberleffo e poco educato.

In conclusione credo sia opportuno ricredersi sui luoghi comuni e fare una profonda riflessione sul nostro atteggiamento nei confronti del marketing e della comunicazione.

Farsi scegliere è sicuramente più vantaggioso che supplicare, convincere, rincorrere, o no?

E’ possibile farlo, attraverso una strategia di marketing che si basi sui contenuti.

Non è un percorso immediato e semplice, non ti dirò mai il contrario, ma che porta benefici e risultati.

Dobbiamo smettere di interrompere ciò a cui le persone sono interessate ed essere ciò a cui le persone sono interessate (Craig Davis)

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