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L’ha detto Internet

L’ha detto Internet

“C’è l’eclissi di luna stasera, l’ha detto Internet”.

Ecco cosa mi è capitato di sentire l’altra sera durante una passeggiata serale (in bicicletta) passando vicino ad una panchina dove alcune signore chiacchieravano amabilmente.

Le signore avevano perfettamente ragione: l’eclissi lunare era prevista effettivamente per quella sera, solo che rispetto alla fonte hanno fatto un po’ confusione.

Come la facciamo tutti.

Pertanto vorrei fare chiarezza.
Perchè tanti di noi sono soliti citare Internet, Google come sorgenti a cui attingere come se fossero effettivamente fonti dirette di informazioni.

Oppure lo si chiama generalmente web e forse si fa la cosa migliore.

Vediamo il perchè.

Internet è in realtà l’infrastruttura dove viaggiano i dati.

Il web (o meglio il Wordl Wide Web) è uno dei servizi di internet (banalmente la navigazione tramite browser che siamo abituati a fare).

Entrambi hanno una storia diversa, anche solo temporale.

Vi rimando ad un articolo scritto molto bene e che ho trovato su Wired a firma di Arturo Di Corinto e che narra la nascita del sopracitato Internet.

Facciamoci guidare dal buon Marco Camisani Calzolari che ci spiega in modo molto chiaro dove sta la confusione tra Internet e il web

Nel rapporto Assinform 2017 si evince chiaramente l’aumento della digitalizzazione della popolazione italiana, così come quella mondiale.

Tuttavia rimane il problema che è alla base della questione: ci danno in mano la tecnologia senza alcun libretto di istruzioni.

Avere consapevolezza di ciò che manipoliamo centinaia di volte al giorno sarebbe un grandissimo passo in avanti e risolverebbe non tanto il problema delle succitate signore, ma quello di una popolazione di nativi digital, Millennials e agee che tante volte incontra problemi ben più seri di una errata citazione di fonte.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Generazione di Millennials

Generazione di Millennials

Generazione Y, Nativi Digitali, Millennials, Echo Boomers, Next Generation.

Sono tante le definizioni che si possono trovare di questi “giovini”.
Ma di chi parliamo?

Chi sono i Millennials

I Millennials sono gli utenti nati tra il 1980 ed il 2000.
Generazione di fenomeni cantavano gli Stadio negli Anni 90, chissà se si riferivano a coloro che “nell’età adulta presentano dimestichezza con la tecnologia digitale conoscendone spontaneamente i codici comunicativi” (questa una delle definizioni più ufficiali che si possono trovare).
Per il Timesono ragazzini pigri e narcisisti che vivono ancora con la propria famiglia” ma non sono la Generazione Z, come definita anche da Riccardo Coni su TSW.it e che corrisponde ai giovanissimi del XXI secolo.
Se facciamo un rapido calcolo possiamo capire a quale fascia di età appartengono queste categorie.

(Fonte: Corriere.it)

Non mi entusiasma dividere le persone in classi di appartenenza tuttavia è interessante fare delle considerazioni.

Il blog marketo.com rel=”nofollow” in un grafico spiega la differenza tra le due ultime generation.


Differenze che possono sembrare sottili, ma in realtà paiono “evolutive” del sistema.
Avete mai fatto caso (se avete bambini piccoli) di come siano attratti dagli smartphone o tablet e da come sembrino a loro agio nello scroll?

Cosa sanno fare i Millennials

Possono essere youtuber, fashion blogger, instagrammer, li definiscono anche consumatori 2.0 (Amazon è il loro regno).
Divertente l’immagine che strogoff.it pubblica in un post in cui inquadra bene i nativi digitali come utilizzatori di smartphone (e status symbol relativi) e ironizzando sulle case madri degli stessi.

brand a confronto

Lo stesso blog poi riporta anche un’infografica (a cura di Assogestioni e Demia) di sintesi.

Sempre per approfondire il tema e la vera natura di questi coetanei (sono un classe ’78 me lo concedete?) segnalo che l’Huffington Post poco meno di un anno fa ha fatto qualche intervista incrociata da cui si desumono altre caratteristiche:

Cosa non sanno fare i Millenials

Lo avevo già citato qualche settimana fa parlando nello specifico del tema delle fake news e bufale, ma mercoledì scorso ho letto su Repubblica un articolo di Federico Rampini (L’insospettabile ingenuità dei nativi digitali) che mi ha nuovamente acceso una lampadina.
Le stesse riflessioni poi le ho condivise anche con un discente di un corso che nella stessa mattinata ho condotto per un ente di formazione con cui collaboro.

“L’allarme – scrive Rampini – viene dalla Graduate School of Education di Stanford, al termine di una lunga ricerca sul campo, un’indagine che ha coinvolto studenti della secondaria, dei licei, e dell’università […] lo studio condotto dallo Stanford History Education Group (Sheg, consultabile su questo link) ebbe inizio nel Gennaio 2015”.

Il risultato di questo studio mostra una incapacità sconcertante da parte degli studenti di ragionare sulle informazioni che vedono sul web.
Eppure sono proprio loro coloro i quali utilizzano i social e il web da tempo.
Ma non distinguere contenuti pubblicitari dagli “organici”, non sapere identificare le fonti è sintomo di un problema che va al di là delle categorie e dei gusti dei Millennials.
Nei prossimi mesi, non vediamo l’ora di condividere le nostre valutazioni e lavorare con gli educatori per creare materiali che aiuteranno i giovani a comprendere il mare di disinformazione che incontrano on-line.”, queste le conclusioni di uno degli professori-autori della ricerca.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi subito a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”,

queste le parole di Umberto Eco risuonate e tanto discusse a suo tempo ma che ancora oggi ritornano quando si parla di certi argomenti e che anche l’articolo di Repubblica riporta testualmente a commento e paragone dei risultati statunitensi.

L’impreparazione degli studenti è palese, mi domando però: se facessimo lo stesso test a genitori e insegnanti degli stessi ragazzi cosa ne salterebbe fuori?
Beh lo Sheg (si legge nell’articolo) ha elaborato una sorta di prontuario per i professori.

Cosa si può fare per i Millennials?

La tecnologia ci ha consegnato alcuni mezzi, dimenticandosi però un libretto per le istruzioni. Ecco perchè probabilmente menti più conformi all’utilizzo di strumentazione “smart” si sono impadroniti di essa nell’uso quotidiano senza fare troppi sforzi intellettivi.
Tuttavia questo ha fatto sì che tanti mr Y pensino di essere perfettamente padroni del mezzo per il solo fatto di maneggiarlo.
Qui l’errore che stiamo pagando.
Nessuno ci aiuta ad aumentare la nostra consapevolezza, le diffidenze di generazioni precedenti ai Millennials in alcuni casi consentono (forse) alle persone di avere più timore nel chiedersi se effettivamente è tutto oro quel che luccica.
La paura non è mai una soluzione, tuttavia dovrebbe crescere in chiunque di noi, qualsiasi età abbiamo, quella giusta percentuale di curiosità mista al senso di responsabilità collettiva che dovremmo mostrare nell’approcciarci a strumenti che hanno un potenziale di coinvolgimento nostro e di altri molto alto.
E se tutto questo forse non può essere “innato” allora ben venga l’idea nata a Stanford di dotarsi di strumenti e formare all’uso e comprensione di ciò che si legge e si fa.

Perchè non è questione di tecnicismi, ma di coscienza e di intelletto.

(photo Credits: flickr.com/photos/statefarm)

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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25 anni di Internaut

25 anni di Internaut

Buon compleanno Internaut

Il 23 Agosto il world wide web ha compiuto 25 anni. Un quarto di secolo fa infatti, si registrò il primo accesso “esterno” alla rete che Sir Bernerd-Lee aveva creato poco tempo prima: un sistema cioè per collegare i computer dei centri di ricerca al fine di condividere le informazioni.

Oggi 3419 bilioni di utenti (dati WeAreSocial) usano Internet. Ma a che punto siamo?

La potenzialità e lo sviluppo tecnologico parlano da sè, tuttavia siamo ancora indietro rispetto all’accessibilità. Restano ancora 4,4 miliardi di persone che non hanno ancora accesso a Internet, di cui il 90% sono nei paesi in via di sviluppo.

Se pensiamo alla banda larga i miglioramenti sono lenti, basti pensare al nostro Paese. Secondo l’ultimo rapporto del Digital Economy and Society Index (Desi), l’Italia è al 25esimo posto sui 28 Paesi dell’Unione europea per diffusione.
Come ricorda un articolo di Vincenzo Scagliarini sul Corriere del 14 Aprile scorso l’Italia a fine anni Ottanta era all’avanguardia. E fino al decennio successivo pure nelle connessioni a fibra ottica. Ora siamo in coda a tutte le classifiche.

La settimana prima Carmine Fotina su Il Sole 24 Ore citava l’impegno del Premier Renzi da qui al 2020 di coprire il 100% del territorio a 30 mega bps e arrivare al 50% di abbonamenti a 100 mega bps con il Progetto Banda Ultra Larga. Secondo l’Istat, gli utenti di Internet nel nostro paese sono il 60,2% (circa 34 milioni 500mila persone), ma solo il 40,3% si connette quotidianamente.

Se pensiamo che circa 7 connessioni su 10 avvengono in mobilità (dati WeAreSocial) e se guardiamo alle abitudini di ciascuno di noi possiamo comprendere come sia un problema economico di non poco conto avere sempre a disposizione una connessione veloce a proprie spese.

Enti pubblici ed esercizi commerciali si stanno lentamente attivando per dotare i propri utenti di un wi-fi (dignitoso o meno questo lo lascerei valutare caso per caso) ma se vogliamo garantirci una connettività dobbiamo mettere mano al nostro portafoglio con costi che a fine mese incidono parecchio sul budget.

Appurato ciò quel che mi chiedo se possiamo considerare Internet uno “strumento” davvero democratico e la risposta che mi viene da dare è no. Ha un potenziale democratico ma nei fatti non è accessibile a tutti.

Se pensiamo ai refrattari o ai non utilizzatori li pensiamo casi isolati e quasi marziani. Eppure esiste una fascia di popolazione (che si sta restringendo a livello generazionale, perchè, attenzione, non è vero l’assioma Internet = giovani) veramente over che non conosce questo mondo o non vi accede per impossibilità di vario genere, ma penso anche a tutti coloro i quali non possono accedervi se non in determinati contesti o condizioni.

Per noi che ne facciamo uso (e talvolta abuso) abbiamo la possibilità da 25 anni di accedere ad una miriade di informazioni, di comunicare a distanza in pochi istanti, possiamo lavorare dovunque siamo, ci possiamo rilassare o passare il tempo.

Eppure (scusate non vorrei sembrare retorico) davanti ad un #terremoto tutto questo può crollare. La nostra presunta invincibilità va in frantumi quando Madre Natura decide diversamente. Di fronte ad un device capita spesso di sentirsi molto potenti, capaci di comunicare e di amplificare un messaggio, ma basta poco per farci mettere i piedi ben ancorati a terra.

Internet è fatto per l’uomo, per aiutare l’uomo. Non deve diventare l’unico scopo della vita, anche se in 25 anni la vita ce l’ha migliorata eccome. Pensate all’home banking, al sapere che i nostri parenti stanno bene con il tocco delicato del nostro indice, alla possibilità di approfondire dei contenuti, di superare certe disabilità…

Senza tornare al tema (a me molto caro come constaterete su questo blog) della consapevolezza del nostro approccio al mezzo utilizzato, concludo con la fervida speranza che sia data a tutti (nessuno escluso, se non per propria irrinunciabile volontà) la possibilità di utilizzare il www (come dicevano i Gazosa all’ inizio del XXI secolo) e renderlo davvero democratico.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Un po’ di storia

Un po’ di storia

Ho trovato un articolo che fa una sintesi molto interessante sulla genesi dei Social Network e l’evoluzione del web.

Lo vorrei condividere, è apprezzabile per la capacità di elencare i maggiori eventi scatenanti e nonostante sia un po’ datato (2011) mi sembra un buon punto di partenza ed analisi per chi studia o lavora con questi strumenti.

Lo condivido, la fonte è attendibilissima…. 😉

Storia ed evoluzione dei Social Media.

Francesco Costanzini

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La rete e la democrazia

La rete e la democrazia

Quante volte abbiamo sentito parlare di democrazia del web, del potere di assicurare un governo dal basso.

Ma quanto sono corrispondenti al vero queste definizioni?

Reputo molto attuale questo continuo dibattito che mi pare sia ancora determinante per stabilire la veridicità di ciò che viene detto, scritto o pronunciato anche e soprattutto dal mondo politico ed istituzionale.

“Non è facile giungere al cuore di Internet e coglierne la realtà vera, bisogna liberarsi con pazienza di molta retorica, superare diffidenze, evitare trappole ideologiche, non restare abbagliati da quella che è stata chiamata la Internet Trinity, una trinità fatta dalla tecnologia del mezzo, dalla distribuzione geografica dei suoi utenti, dalla natura dei suoi contenuti.” (Stefano Rodotà, 1998)

Internet (la rete) è davvero uno strumento oltre che un’opportunità e chi scrive ne è pienamente convinto.

Mi piace questa descrizione, che prendo da Tecnoteca.it : la rete, Internet, è per definizione uno strumento di delocalizzazione, in cui cadono i limiti dello spazio e del tempo e dove tutti i cittadini possono riunirsi, discutere e deliberare, come nella vecchia Agorà ateniese.”

Se dovessi spiegare cosa è la rete delle reti userei tre keywords: delocalizzazione in primis.

Poi proseguirei con un successivo approfondimento, che chiedo in prestito al portale “Educazione & scuola”: non esiste un proprietario di Internet. Per sua natura Internet è una struttura che vede tanti proprietari, piccoli e grandi che mettono in comune le loro risorse, in modo non gerarchico e paritetico, rendendo di fatto impossibile controllare contenuti informativi e messaggi scambiati in rete. Tutto ciò è dovuto alla lungimiranza di tantissimi piccoli service provider, che hanno investito in proprio per creare un punto di accesso ad internet, avendo di fatto le stesse possibilità e potenzialità di grandi strutture economiche o addirittura di Stati nazionali. Quindi la potenza della rete è proprio la sua libertà intrinseca e la sua mancanza di vincoli gerarchici con grandi organizzazioni, permettendo al singolo individuo di partecipare ad armi pari con le grandissime potenze economiche e sociali.

Scelgo come seconda parola chiave il termine popolare.

Declinato in questi termini. Internet è di tutti e di nessuno. Tralasciando che in termini tecnici questo assioma è facilmente contestabile, il concetto che mi preme sottolineare è l’assoluta libertà di cui gode il web perché difficilmente controllabile.

Si potrebbe aprire un’ampia parentesi sulla questione dell’accessibilità (che non è di certo garantita a tutti ancora) ma dei cui risvolti non intendo parlare qui ed ora.

Rosanna De Rosa (Docente Università di Napoli) nel 2002 in un articolo osserva che “la rete diventa una nuova metafora di democrazia: da un lato si allargano le possibilità di realizzare una democrazia del popolo, con l’opportunità di realizzare procedure di decisione popolare; dall’altro si costata la presenza di una serie concreta di rischi e limiti, come la difficoltà di riorganizzare le comunità umane o come la resistenza culturale e politica a legittimare la rete come strumento di nuova partecipazione politica”.

La terza ed ultima keyword è strumento sociale.

Internet quindi come strumento (sociale) delocalizzato popolare.

Come questo si integri con il concetto di democrazia è un passaggio abbastanza obbligato.

Sempre sul Educazione&Scuola, a firma di Giuseppe Fortunati, si legge: La potenzialità democratica di Internet si fonda sulla libertà di espressione dei piccoli individui allo stesso livello delle grandi strutture, permettendo di mettere in rete idee e di poter fare valutazione su di esse, a prescindere dalla potenza economica o politica di chi le mette in circolazione, dando a tutti la stessa visibilità potenziale.

Ritorna un aggettivo (potenziale) che è alla base di tutto il ragionamento.

Scrivere un contenuto sul web non equivale a renderlo popolare. Non vi è un’equivalenza in queste due azioni. La risultante è la somma di alcune azioni specifiche, che assume connotazioni algoritmiche di alto livello.

E’ vero che il web lo possono utilizzare tutti e che non è necessaria una specializzazione per compiere azioni semplici, ma è altrettanto vero che la tecnologia evolve e che è necessario conoscere bene il mezzo per poterlo “utilizzare” per scopi determinati.

La potenzialità pertanto è enorme, infinita oserei dire.

Ma il saper fare è determinante in questo processo.

Ritorno al concetto di democraticità.

Il web può essere circoscritto e reso controllabile?

In parte sì.

I motori di ricerca ci studiano e sanno esattamente cosa ci piace e cosa non ci piace, sanno esattamente chi siamo quando digitiamo.

Se sui social è usuale mettersi in piazza senza veli o quasi per sentirci apprezzati o condivisi o per soddisfare il nostro ego in qualche modo, prestiamo poca attenzione al fatto che questi media gratuiti in realtà ci usino per i loro profitti e che più siamo attivi più i fatturati crescono.

Lungi da me il voler fare della (cattiva) retorica su questo, credo che l’importanza della consapevolezza delle azioni che compiamo sia alla base dell’uso corretto dei mezzi che abbiamo a disposizione.

Vi sono mezzi e strumenti che si possono controllare e circoscrivere in questo mare magnum? Certamente.

Basta avere esperienza di qualche decina di anni sul campo per sapere che se apro un “Forum” (ormai fuori moda ma in parte ancora utilizzato, anche per fare politica) posso controllare le attività e mascherare la democrazia della rete chiedendo commenti e contributi ma mettendo nella piazza virtuale ciò che più aggrada o che è in linea con il mio scopo.

 

Altro discorso è utilizzare la democrazia del web per operazioni di partecipazione popolare. È una scelta coraggiosa, perché se fatta con le regole che il web esige non è facilmente controllabile ed è soggetta a tutti i rischi del caso.

Dall’utente con false credenziali, alla denigrazione, passando per lo spam e il cattivo utilizzo inconsapevole dei mezzi.

Quando un video riceve 200 commenti, di cui solo 10 riportano informazioni vere che smentiscono il video, l’informazione data o meglio percepita dal prossimo utente che visionerà il video quale sarà? Sarà la verità contenuta nei 10 commenti nascosti tra i 200 che in pochi o nessuno per motivi ovvi di tempo legge oppure sarà l’informazione falsa descritta nel video?

La rete non è infallibile, è uno strumento utile ed intelligente ma non è immune al virus della disinformazione. (agoravox.it)

Inneggiare a Internet come soluzione dei problemi al controllo dei media da parte della politica o dei poteri forti ha un senso, ma altrettanto ne avrebbe creare una coscienza online degli utenti.

Le possibilità che ciascuno di noi diventi un comunicatore è straordinaria, ma può anche avere degli effetti negativi. La possibilità di trovare risposte a tanti quesiti e confrontare le fonti è una straordinaria potenzialità, ma è altrettanto facile scovare informazioni errate o addirittura ingannevoli consapevolmente.

McLuhan (1994) afferma come “con l’aumento della velocità di diffusione delle informazioni, la tendenza in politica sarà di allontanarsi dalla rappresentanza e dalla delega conferita agli eletti, per avvicinarsi invece ad un coinvolgimento diretto della collettività nelle decisioni di governo”.

Lawrence K. Grossman ne La repubblica elettronica (1995) spiega come sia necessario per una corretta interpretazione delle informazioni possedere una solida cultura; migliorare la qualità e la diffusione delle informazioni, eliminando qualsiasi tipo di limitazione preventiva sui mezzi di comunicazione e verso chi pubblica o diffonde le stesse; inoltre andrebbe garantito un sistema finanziario per le ICT, libero ed indipendente, capace di finanziare l’accesso dei più poveri e programmi di formazione e informazione di qualità, in modo da poter assicurare un accesso libero ed universale.

Ho citato due autori sulle quali tesi bisognerebbe soffermarsi a lungo, cosa che non farò per non tediare il lettore.

Il termine “sociale”, oltretutto, merita un capitolo a parte, che rimando a breve.

Ho cercato di compiere una riflessione che rispondesse alle domande che ho posto all’inizio.

Ha senso parlare di democrazia legando il concetto a Internet?

In conclusione a questa mia ricerca mi sono creato più dubbi che risposte. Tuttavia ho voluto palesare un ragionamento che mi capita spesso di fare, affrontandone qui solo una piccola parte.

Ma alla vigilia di una tornata elettorale in cui si è sentito tutto ed il contrario di tutto e in cui i contenuti passano in secondo piano rispetto agli strali e alle delegittimazioni reciproche, ho voluto esporre alcuni concetti, che si ponessero al fianco di una strumentalizzazione che si tende a dare del web e dei suoi scopi.

Grazie per l’attenzione.
Se volete e potete, commentate.
Sarò contento di sapere la vostra opinione.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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