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Fare la spesa con Google e la SEO

Fare la spesa con Google e la SEO

Il 56% della popolazione italiana connessa cerca prodotti da acquistare online.
Vi sembra poco?

Non so come la pensiate o quali siano le vostre abitudini ma credo che tanti di noi anche se magari preferiscono entrare in un negozio, toccare la merce, parlare con chi te la vende … si informa attraverso Google.
Cerca prezzi, caratteristiche, eventuali rivenditori oppure recensioni.
Dipende molto dalla merceologia chiaramente.
Un ristorante o un albergo sono profondamente diversi da un paio di scarpe o di auricolari.
Tuttavia l’iperconnettività che volenti o nolenti ci appartiene ed appartiene il contesto sociale in cui siamo non va ignorata ed anzi può essere utilizzata per stare sul mercato.
Vediamo in sintesi di concretizzare questo ragionamento e di capire cosa significa fare la spesa con Google e la SEO.

Non esserci significa non esistere

Secondo questa logica provate ad immaginare voi stessi.
Titolari di un’attività localizzata in un determinato territorio che vende determinati prodotti.
La gente che cerca il prodotto collegato al territorio in questione non vi trova.
Per loro non esistete.
C’è magari un vostro competitor al quale più facilmente potrà rivolgere domande, fare visita o spulciare il suo sito web.

Sfatiamo un mito

Avere un sito non significa automaticamente che Google ci conosca e ci mostri.
Avete mai sentito parlare di Search Engine Optimization o semplicemente SEO?
Riccardo Perini la definisce come “l’insieme delle tecniche e strategie che permettono ad un sito web di essere trovato dagli utenti sui motori di ricerca (tra i risultati non a pagamento) nel momento in cui stanno cercando informazioni su determinati contenuti, prodotti o servizi.
Ecco senza lavorare sulla SEO e conoscere gli strumenti che Google ci mette a disposizione per dargli in pasto il nostro sito…è come se non esistessimo se non per quei (pochi) che conoscono il nostro url (indirizzo).

La SEO è già morta?

La SEO non morirà mai, perché è uno stile di vivere il Web!
Così dice uno dei “guru” italiani del settore (Giorgio Tavernini detto Tave).
Non sono un tecnico nè un esperto in materia ma debbo dire che sono convinto che seppur la nostra vita non possa dipendere dall’algoritmo di Google, la famosa ottimizzazione sia una competenza indispensabile da avere e condividere, che difficilmente morirà, piuttosto si modificherà come sono soggette a modificarsi tutte le tecniche e tecnologie con il passare del tempo.

Acquistare online

Torniamo al concetto iniziale, di quella fetta di italiani che acquista online.
I dati di Amazon sono incredibili, ma non è questo il focus del mio ragionamento.
Vorrei solamente riflettere insieme a tutti quelli che non capiscono perchè può essere importante avere una presenza sul web.
Magari non venderemo online, ma se non ci siamo potremmo potenzialmente perderci una sempre crescente fetta di mercato.
Se è vero che la legge del passaparola è ancora la strategia TOP di marketing, è anche vero che anche brand a cui basterebbe dire chi sono per vendere, si promuovono ed utilizzano il web per fare business ed aumentare gli incassi.

Come esserci?

Arrivati a questo punto abbiamo (forse) capito che una presenza online possa essere importante, ma chiaramente esserci non basta, anche se questo è un tema che affronteremo un’altra volta…

Se non ci sei (sul web) o se non sei soddisfatto della tua presenza, contattami per un checkup ed una consulenza!

Pensa come se tu fossi il consumatore. (Paul Gillin)

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Come difendersi dalle bufale online

Come difendersi dalle bufale online

Si chiamano bufale, o forse è più cool chiamarle “fake news”. Sono fandonie messe in storia o notizia che girano online, create ad hoc per essere reputate vere. Ecco perché c’è chi le scrive e come possiamo riconoscerle.

Cosa sono?

Wikipedia definisce fake news come “a website that publish hoaxes, propaganda, or disinformation to increase web traffic through sharing on social media”.
Imbroglio, propaganda, disinformazione, acchiappa click (fenomeno del clickbaiting).
Nel gergo italiano bufale.
Ecco che possiamo ricomprendere in questo insieme una serie di strategie di comunicazione che hanno la caratteristica di contenere un qualcosa di falso.
Chiara Severgnini prova a dare una spiegazione al perché abbiamo italianizzato con bufala questo insieme e la cosa è alquanto interessante.

Perché si mette in giro una bufala?

Il metodo è semplice. Diffondere una notizia o una storia verosimile che vada a colpire emotivamente le persone. Con lo scopo della diffusione.
Meccanismo semplice che sfrutta il fatto che le persone tendono a fidarsi dei propri amici online, basta che qualcuno di cui magari ci fidiamo nella vista reale condivida sulla sua bacheca che siamo istintivamente portati a darvi credito. Questo è stato confutato da uno studio del Pew Research Center che ha mostrato come i social network aiutino a sviluppare relazioni sociali, non solo virtuali, basate sulla fiducia.

Anche Edelman, che ha pubblicato i risultati del suo “Trust Barometer” (una survey annuale volto a verificare il grado di fiducia verso governi, aziende, organizzazioni non governative e media) ha confermato la tendenza a fidarsi più delle notizie condivise dai propri pari che dalla stampa. Il 71% si fida dei risultati dei motori di ricerca e il 67% dei social media, ma permane un 69% che si rivolge alla TV (dato influenzato dalla mancata considerazione dei minori teenager). I quotidiani si fermano al 45%, i magazine al 32% e i blog al 28%.
Alberto Magnani in un articolo de il Sole 24 Ore descrive come “Paul Horner, creatore di contenuti fittizi con tanto di pagina personale Wikipedia ha dichiarato al Washington Post di guadagnare 10mila dollari al mese da GoogleAdSense, con picchi di 10mila dollari al giorno per le storie più virali. Ed è ancora un’inchiesta di Buzzfeed ad aver rivelato che un centinaio di siti pro-Trump, molto attivi nel vivo della campagna elettorale, era in realtà amministrato da un gruppo di adolescenti residenti nella cittadina macedone di Veles. I fondatori, con età media di 16-17 anni, riuscivano a incassare «anche 5mila dollari al mese» dalla diffusione di contenuti smaccatamente favorevoli al tycoon attraverso siti che potrebbero sembrare americani come Conservative News (usconservativetoday.com) o World Politicus (worldpoliticus.com)”.
L’incasso chiaramente deriva da meccanismi “pay for click”: si guadagnano soldi dagli annunci posizionati sulla pagina, agganciandosi a varie piattaforme.

Come facciamo a riconoscere le bufale?

Fioccano i suggerimenti e mi permetto anche io di indicarne alcuni. Sono quelli che utilizzo solitamente e che mi sembrano veloci ed efficaci.
Lo faccio in modo schematico.

  1. Quando troviamo una notizia sul web proviamo a guardare subito da che fonte proviene Guardare significa controllare bene se c’è una fonte. Se non c’è subentra il primo dubbio. Se c’è guardiamo bene al nome di questa fonte. Mi spiego.
    Può capitare che i siti truffa si mascherino dietro a domini simili a quelli che ad un’occhiata veloce ci possono sembrare attendibili perché riconosciuti.
    Liberogiornale.com era un esempio (oggi dovrebbe essere sospeso) poteva far pensare che fosse il sito del quotidiano Libero e de il Giornale. Non lo era affatto.
    Il Fatto Quotidaino è un classico esempio di ciò che dicevo qui sopra. Non tutti ad un’occhiata veloce (qui sta l’inganno, che si approfitta del fatto che tutti noi spesso non abbiamo tempo e facciamo le cose in fretta e magari immondo superficiale) si accorgevano che non si trattava della testata originale.
    Fa eccezione Lercio.it che è un misto di fake ma a scopo di ironia e umoristico.
  2. Secondo step. Guardata la fonte (o l’assenza della stessa) facciamo una “fatica” che tanto alcune di queste bufale ci chiedono di fare come call to action. Copiamo un pezzo del testo ed incolliamolo su GOOGLE. Vedremo tra i risultati se il tutto è frutto di una bufala magari passata e che viene poi riproposta come attuale.
  3. Consultiamo i siti anti-bufala. Ce ne sono tanti ed anche di costruiti benissimo. Addirittura chi ha studiato estensioni del browser ad hoc (vedi Bufale.net). Io da anni seguo e stimo moltissimo quest’uomo qui: http://bufalopedia.blogspot.it/
  4. Se non abbiamo tempo proviamo a chiedere a qualche amico o conoscente magari più esperto di noi nei temi espressi dalla probabile fake news.

Tre consigli sono riassunti nel video di Rudy Bandiera di cui suggerisco rapida visione: con il suo stile Rudy fornisce indicazioni semplici e molto utili.
Utilissimo anche il suggerimento di Francesca Sanzo (blogger e comunicatrice) sul suo profilo Facebook: “leggere il messaggio, scomporlo e analizzare ogni parola chiedendoci se in quel contesto abbia senso, sia pertinente, c’entri qualcosa o non si tratti solo di una super cazzola con scapellamento da qualche parte.

Una volta riconosciute cosa possiamo fare?

Anche in questo caso alcuni suggerimenti:

  1. La cosa FONDAMENTALE è nel dubbio MAI condividere il contenuto “fake”.
    Le bufale si autoalimentano con lo “sharing”, la condivisione. E’ il loro pane.
    Inoltre ne va della nostra credibilità. Condividendo a nostra volta notizie false risulteremo noi stesso meno attendibili, anche se lo facciamo in buona fede.
    Chi non vorrebbe aiutare qualcuno con un click? Beh se ci pensiamo … lo capiamo anche da soli che non è con una condivisione che possiamo essere di conforto o di aiuto. Poi ci sono casi in cui magari invece l’eccezione conferma la regola. Ma stiamo generici. Evitiamo.
  2. Segnaliamo. Se siamo su Facebook ad esempio segnaliamo il contenuto come spam o falso. Tempestiamo il customer care di Zuckerberg di segnalazioni.
  3. Se troviamo post di contatti a noi visibili che riportano la bufala…commentiamo con il link che evidenzi la natura fake della notizia

Ulteriori riflessioni

Lo Stanford History Education Group ha condotto un’interessantissima inchiesta su un campione di oltre settemila ragazzi dai 12 ai 20 anni che ha evidenziato (come descritto da Repubblica) la loro “difficoltà nel distinguere contenuti comuni dalla pubblicità così come i problemi nel comprendere la fonte di un articolo”.
Non basta essere Millennials dunque per essere scafati.
Altrettanto interessanti le considerazioni della Professoressa Giovanna Cosenza di qualche giorno fa sul suo blog: “delle chiacchiere su filtri bolla, post-verità e bufale, per dirla in termini spicci, non frega niente a nessuno. Per dirla in modo più elegante: di queste cose importa solo ed esclusivamente a coloro che stanno dentro al filtro bolla in cui si parla, appunto, di filtri bolla, post-verità e bufale. Detto ancora in altri termini: non è parlandosi addosso che si esce dalla bolla in cui ci si parla addosso.”
Beh trovo in effetti la considerazione alquanto vera. In questi giorni ho letto molti pareri sul tema “fake” e bufale ma da blogger, comunicatori o giornalisti che sono molti dei miei contatti, con cui interagisco o che cerco maggiormente.
La spiegazione sta in questa bolla di cui parla la Cosenza. Ognuno cioè vive la propria vita in un mondo fatto a misura di marketing che finisce per diventare costrittivo, ciò che Eli Pariser (Il Filtro) chiama la «bolla dei filtri». Un’isola di sole notizie gradevoli, attinenti ai nostri interessi e conformi alle nostre convinzioni (così cita testualmente una recensione de Il Saggiatore).
Tema sentito o no le conclusioni che ne traggo sono fondamentalmente le stesse che ho cercato di esprimere con il mio post precedente, quando non sono riuscito a tacere sulle esternazioni di Beppe Grillo.
Difendersi dalle bufale è possibile.
Basta volerlo.
Non è il social il problema, ma come lo si usa.
Ardiaje ????

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Il dilemma delle fake news

Il dilemma delle fake news

La diffusione di fake news e bufale è un allarme sociale e politico che anche nel nostro Paese si sta rivelando dirimente e sul quale si sta discutendo. Ecco come la penso.

David Duente e Paolo Attivissimo hanno pubblicato lo scorso Dicembre una interessantissima inchiesta scoprendo chi si cela dietro alcuni siti che fanno disinformazione svelando il meccanismo che sta dietro questo network.

Il fenomeno è sulla bocca di tanti oggi. Persino Google e Facebook stanno correndo ai ripari.

Internet è stata, e continua a essere, una grande rivoluzione democratica, che va preservata e difesa da chi vorrebbe trasformarla in un ring permanente, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi.” (Sergio Mattarella)

Facebook non può essere più considerato un semplice veicolo di contenuti” (Andrea Orlando, Ministro della Giustizia)

Anche se è assai difficile stabilire se le fake news abbiano influenzato recenti consultazioni popolari in varie parti del mondo, è però arduo sostenere che la diffusione di notizie false sia un bene per la democrazia. Le bugie in Rete non sono un bene per la libertà di informazione, che ha sempre due volti. Da un lato c’è il diritto di informare ma, dall’altro lato, c’è il diritto ad essere informati correttamente e a non essere ingannati.“ (Giovanni Pitruzzella, presidente Antitrust)

I milioni di cittadini che tutti i giorni usano Facebook o Youtube sanno benissimo come funzionano Facebook o Youtube e non credo accetterebbero l’idea che qualcuno preventivamente decidesse cosa pubblicare e cosa censurare”. (Antonello Giacomelli, sottosegretario alle Comunicazioni)

Ho concentrato il mio impegno nella battaglia contro il discorso di odio, la disinformazione e le bufale. È ormai evidente che si tratta di problemi da affrontare con urgenza, tanto a livello nazionale che mondiale“. (Laura Boldrini)

E c’è chi (al contrario dei demonizzatori del web più tradizionali, soliti additare i social come responsabile dei mali del mondo) addirittura ha incolpato i media tradizionali.

I giornali e i tg sono i primi fabbricatori di notizie false nel Paese con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene. Sono le loro notizie che devono essere controllate. Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare che determini la veridicità delle notizie pubblicate dai media. Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali. Se una notizia viene dichiarata falsa il direttore della testata, a capo chino, deve fare pubbliche scuse e riportare la versione corretta dandole la massima evidenza in apertura del telegiornale o in prima pagina se cartaceo. Così forse abbandoneremo il 77° posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa.” (Beppe Grillo)

Non sono mancate le reazioni del mondo del giornalismo e delle istituzioni:

L’Ordine nazionale dei Giornalisti ricorda che esiste già un ordinamento che tutela chi si ritiene danneggiato dagli organi di informazione. Inoltre l’OdG rammenta che giace in quarta lettura dal 23 giugno 2015 in Senato la nuova legge sulla diffamazione. […] L’unico Tribunale riconosciuto dall’OdG è quello dell’ordinamento giudiziario ferma restando la singola responsabilità dei giornalisti che non rispettano le regole deontologiche e che vengono sanzionati dai Consigli di Disciplina.” (Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti)

Sono le minacce e le intimidazioni, come quelle che lui velatamente lascia trasparire, a far precipitare il Paese nelle classifiche internazionali.” (Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti della Federazione Nazionale della Stampa Italiana)

Queste le reazioni alla provocazione (la considero tale, senza voler entrare nel campo politico) di Beppe Grillo. Ma il fenomeno bufale e notizie fake non esiste solo da oggi. E’ banalmente amplificato.

Il 4 Dicembre il New York Times ha pubblicato un interessante articolo che ricorda come “in passato, i governi, le istituzioni tradizionali e giornali manipolato notizie e informazioni. Oggi, chiunque abbia un account Facebook può farlo. Al posto della notizia falsa accuratamente organizzata di un tempo, vi è ora un deflusso anarchico di bugie. Ciò che è cambiato è che i gatekeepers di notizie hanno perso il loro potere

Sono tra chi rivendica la libertà di informazione e la libera espressione (qui l’ho voluto dire chiaramente ed argomentare) come principi base di democrazia, ma è altrettanto vero che si debbano creare degli anticorpi.
Fermo restando che esiste un codice deontologico giornalistico a cui tutti gli esercitanti tale professione debbono attenersi e che esiste un Ordine professionale che sovrintende sono altrettanto convinto che debba aumentare la consapevolezza del lettore e si debba applicare un metodo di verifica di ciò che si sta leggendo.

Rudy Bandiera qui lo spiega molto bene e penso che sia bene formare le coscienze degli utenti aiutandoli a comprendere.

Il popolo bue è una definizione (usata se non erro da Mussolini nel 1925) che spesso viene ripresa ma che ogni volta mi fa rabbrividire.

Io non mi voglio rassegnare al fatto che l’opinione pubblica possa essere facilmente condizionata.
Giovanna Cosenza in un post del 2011 cita il fatto che “le persone credono di più a ciò che hanno già sentito ripetere più volte. Alcuni studi hanno addirittura verificato quante volte un messaggio debba essere ripetuto per ottenere la massima credibilità: non troppe – pare fra le 3 e le 5 – perché altrimenti si corre il rischio di ottenere l’effetto contrario (vedi The Illusion of Truth).

Ecco perché punto sull’autodeterminazione degli utenti e sulla loro consapevolezza (da formare).

Siccome dotarsi di censori sarebbe come limitare la libertà di informazione è altrettanto vero che il web è difficile da fermare. E poi questi censori dovrebbero censurare cosa? Si aprirebbe un problema enorme di soggettività e di valutazioni che scadrebbero nell’ideologico.

E siamo sicuri che poi i cittadini avrebbero capacità corrette di giudizio?

Il problema sta nel svolgere in modo etico una professione e dall’altra parte nell’essere quel minimo preparati ad annusare quando si è in presenza o meno di bufale.
Io ho fiducia che tutto ciò sia possibile.

(Immagine: fonte newyorker.com)

Francesco Costanzini

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Perchè non pubblico le foto dei miei figli

Perchè non pubblico le foto dei miei figli

Foto del primo giorno di scuola (magari inquadrando anche altri), foto del primo bagno al mare, foto del primo gol o del saggio, foto con vestiti o acconciature ridicole, scatti di feste o ricorrenze, selfie e quanto di più la nostra mente possa immaginare.

Proviamo a pensare cosa  diranno tra quindici anni i protagonisti di queste inquadrature. Proviamo a pensare che queste immagini potrebbero essere prese da persone terze per scopi commerciali o (peggio) per fotomontaggi infami. Proviamo ad immaginare che menti malate potrebbero interessarsi a questi protagonisti in modo morboso ed iniziare a seguire certi spostamenti grazie ai dettagli ai quali i fotografi non pensano ma che ci sono e che non si nascondono facilmente.

Certo, è possibile impostare la privacy per permettere solo ad un certo pubblico la visione di certe immagini, ma se tra quel pubblico ci fosse qualcuno in malafede? O in buonissima fede che si permette di condividere ingenuamente il nostro contenuto così prezioso?

Sono un padre e come tanti altri sono orgoglioso. Ma prevale in me questa consapevolezza. Sarò allarmista? Non penso, tuttavia sono questi i motivi per cui evito di mettere online le foto dei miei adorati figli e i motivi per cui suggerisco ad altri di evitare di farlo.

Certo questo modus operandi ogni tanto non fa contenti i nonni, ma grazie alla messaggistica privata è facile farli sorridere quando sono in astinenza da nipoti.

Sarebbe bello poter essere tranquilli e liberi di agire senza dover pensare ai tranelli e sotterfugi, ma è anche vero il primo postulato: quanto mio figlio quando sarà adolescente o adulto sarà entusiasta di vedersi conciato da “cretinetti” o immortalato in momenti magari intimi o privati?

Io non lo sarei affatto.

Ma l’appello non è solo a noi genitori, ma a zii, nonni, educatori, insegnanti, istruttori, allenatori….

Sapete che all’articolo 23, il testo unico sulla privacy dice che il trattamento di dati personali è ammesso soltanto con il consenso espresso dell’interessato e che chi li diffonde senza autorizzazione è punito con la reclusione fino a due anni (articolo 167)? “Le foto sono ovviamente un dato personale perché rendono identificabile un individuo” (fonte: La Stampa )

Subentra come possiamo intuire un problema normativo e allargando il ragionamento di “diritto all’oblio“, ossia il “diritto spettante ad ogni cittadino di richiedere la cancellazione o l’aggiornamento di una notizia che lo riguardi in prima persona. Esso viene posto tra i diritti inviolabili dalla costituzione e sancisce il diritto di ogni individuo ad essere dimenticato e a non essere più ricordato per quei fatti che siano stati oggetto di cronaca in passato, destinati a ritornare nella sua sfera privata.” (Fonte: TestMagazine)

E’ possibile quindi ricorrere a ciò e provare a far rimuovere contenuti che riteniamo possano ledere o essere nocivi (se di nostra provenienza/proprietà) o se violano le normative vigenti, magari otterremo che tali contenuti non siano rintracciabili tramite le ricerche, tuttavia se qualcuno fosse in possesso degli “url di provenienza” (non è scontato che vengano rimossi) di questi contenuti poi se ne potrebbe appropriare qualcun altro.

E a parte ciò se pensiamo ai social (oggi pratica più diffusa in assoluto), quando postiamo una foto scattata da noi e che quindi in teoria è di nostra assoluta proprietà, siamo così certi che questo copyright poi rimanga? Se andiamo a leggere le informative sui regolamenti ad esempio di Facebook il dubbio rimane.

L’utente è in effetti il proprietario di tutti i contenuti e le informazioni pubblicate sul social di Zuckerberg ed ha la possibilità di controllare le modalità di condivisione mediante le impostazioni sulla privacy.
Relativamente ai contenuti coperti da diritti di proprietà intellettuale, ad esempio foto e video, che il social network suole chiamare “Contenuti IP”, si legge nel Regolamento che l’utente concede a Facebook una licenza non esclusiva (Licenza IP), trasferibile, valida in tutto il mondo, per l’utilizzo di qualsiasi Contenuto IP pubblicato sul social. Tale licenza termina nel momento in cui l’utente decide di cancellare il proprio account o i contenuti stessi, a meno che però (e non è così inusuale) tali contenuti non siano stati condivisi con terzi e che questi li abbiano conservati.

Facebook, inoltre, consente all’utente di condividere i propri contenuti usando l’impostazione “Pubblica”: in questo modo l’utente permette a tutti, anche alle persone non iscritte al social network, di conoscere le informazioni “postate” e di associarle al suo profilo.

Non so se sono riuscito ad argomentare la scelta (consapevole) per cui non pubblico foto che ritraggono i miei figli sui social e non autorizzo altri a farlo (se non in casi assolutamente eccezionali e rari che possono essere magari accaduti in passato). Tuttavia a mio parere non ne vale davvero la pena.

I like e gli apprezzamenti possiamo conquistali anche in altro modo, o no?

p.s. non sono un giurista e non pretendo di esserlo, se vi fossero professionisti del settore che trovassero inesattezze me le segnalino e rettificherò quanto scritto. Il blog contiene citazioni e mie riflessioni, che hanno portato a compiere scelte che condivido con altri.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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