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Uscite garantite?

Uscite garantite?

Quando sento parlare di garantire le uscite sui media nel lavoro ordinario di ufficio stampa mi vengono i brividi.

Mi è capitato di vedere offerte di lavoro, bandi o similari che prevedevano da contratto “ics pubblicazioni garantite” per ottenere il lavoro o come obiettivo da raggiungere.

Non voglio fare l’ingenuo o il purista ma nessuno può garantire uscite sui media al netto di media partnership o accordi commerciali.

Questa tesi credo che i colleghi professionisti possano davvero confutarla.

In primis “il giornalista assicura ai cittadini il diritto di ricevere un’informazione corretta, sempre distinta dal messaggio pubblicitario attraverso chiare indicazioni” (cit. Testo unico dei doveri del giornalista) e quindi vi è da parte di chi riceve le notizie un approccio che mira alla comunicazione ai propri lettori.

Dall’altra parte è altrettanto vero che “le funzioni principali dell’ ufficio stampa sono quelle di selezionare, filtrare e veicolare il flusso delle informazioni provenienti dall’interno dell’ente/organizzazione verso gli organi di informazione. I suoi principali interlocutori sono i mass media: quotidiani, radio, tv, riviste, ecc. in grado di raggiungere precisi e circoscritti target di utenza così come il pubblico di massa in generale.” (cit. Dipartimento della Funzione Pubblica)

Quindi gli aspetti deontologici tutelano il fatto che vi sia una opportunità da una parte e dall’altra di usufruire reciprocamente del lavoro altrui, risulta tuttavia impossibile presumere che questo processo (lecito) di “scambio” avvenga meccanicamente.

Il media può non essere interessato o decidere di non interessarsi ad una notizia.

L’ufficio stampa a sua volta può inviare nel modo errato oppure un contenuto poco idoneo o notiziabile.

edicola

Inoltre è molto complesso (anche per loro oltretutto nel lungo periodo diventa impossibile) stabilire a priori gli spazi che le redazioni possono dedicare a certe cose piuttosto che ad altre perchè le esigenze di vario tipo (economico, editoriale) variano e possono mutare anche molto rapidamente.

Mi smentiscano i colleghi, nel caso.

Ecco che appurato ciò mi risulta alquanto stonata la richiesta che molti professionisti (non dell’informazione o del settore) fanno agli uffici stampa presumendo che sia possibile organizzare spazi redazionali altrui per la propria comunicazione.

Io credo che con un buon lavoro l’Ufficio Stampa possa ottenere ottimi risultati, lavorando con pazienza, metodo e cogliendo le occasioni giuste o inserendosi nei vuoti di informazione che vi possono essere, in un periodo come questo dove gli spazi redazionali sono calati per questioni di entrate economiche e costi di produzione.

Ma la garanzia non ve la può dare nessuno. Io non la concedo, almeno. Per me sarebbe come vendere fuffa.

Quello che vendo è impegno, professionalità, abnegazione e rapporti con i colleghi dell’informazione al fine di farmi trovare pronto suggerendo costantemente notizie, quando se ne possono produrre.

Non significa che con una chiamata, un sms o un “whatsappino” non si segnali l’invio del comunicato stampa e se ne richieda diffusione, ma di certo a queste azioni non può corrispondere in modo matematico un risultato certo e prevedibile.

Non è de-responsabilizzazione, credo sia questione di etica, correttezza e professionalità.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Come lavora un ufficio stampa

Come lavora un ufficio stampa

Ti sei mai chiesto “come lavora un ufficio stampa”?

Se pensiamo ai social come “media” ci si potrebbe chiedere che senso potrebbe avere dotarsi di un ufficio stampa al giorno d’oggi, quando una buona strategia di comunicazione e marketing potrebbe farci fare passi da gigante.

Tutto ciò è assolutamente comprensibile, eppure sono convinto (e non lo dico per difendere meramente la categoria o giustificarmi con i miei clienti) che ancora oggi un ufficio stampa sia uno strumento importantissimo.

Il “perchè” mi è capitato di spiegarlo qui qualche settimana fa.

Oggi vorrei prendere in esame il “come”.

COME LAVORA UN UFFICIO STAMPA: CURA DEI RAPPORTI CON I GIORNALISTI

Un buon addetto stampa sa che si gioca tutto nelle relazioni interpersonali. Nella sua capacità di mostrarsi serio, reperibile, affidabile e affabile.
Ecco perchè nell’epoca dei social (di cui sopra) l’ufficio stampa ha in mando anche whatsapp o una lista di interessi su twitter per poter interagire.

COME LAVORA UN UFFICIO STAMPA:  SCEGLIERE UN MEDIA O GETTARSI NELLA MISCHIA?

Un media partner è un validissimo alleato. Ma bisogna chiedersi quali sono i propri obiettivi sin dal principio.
Per questo dare notizie di sè a tutto il mondo dell’informazione non è così sbagliato, ma dipende dalla propria strategia di comunicazione e dagli obiettivi del nostro committente.

COME LAVORA UN UFFICIO STAMPA: I CONTATTI SONO UN TESORO DA CURARE E CONSERVARE

La mailing list, il database dei contatti che man mano ci siamo costruiti come addetti stampa è quanto di più inviolabile e prezioso possa esistere.

COME LAVORA UN UFFICIO STAMPA: ESSERE REATTIVI O COMUNQUE PROPOSITIVI

Altro consiglio da non dimenticarci. Il tasso di “inerzia” verrà misurato nel nostro lavoro dai nostri interlocutori. Senza diventare stalker ed utilizzando criterio ed un minimo di buon senso, è importante che la nostra soglia di attenzione sia sempre alta e che comunque sia riusciamo a prevedere cosa potrebbe accadere se non fossimo vigili.

COME LAVORA UN UFFICIO STAMPA: RISPETTO DEI CONCETTI DI BASE

Rispetta il lavoro altrui, le semplici regole per inviare un comunicato stampa utile e leggibile, insomma cerchiamo di metterci nei panni di chi dovrebbe pubblicare la notizia che gli stiamo “donando” in quel momento.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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A cosa serve un Ufficio Stampa

A cosa serve un Ufficio Stampa

Il giornalismo è morto?
Diciamo che non gode di ottima salute.
Anche se le “marchette” recitano una parte non indifferente nel panorama è altrettanto vero che avere un buon ufficio stampa a disposizione può fare una sana differenza.

E cercherò di dimostrarlo in poche righe.

Ma di cosa stiamo parlando?

L’Ufficio Stampa è la struttura preposta alla gestione dei rapporti con i media. […] Deve selezionare a chi può interessare quella certa informazione e stabilire qual è il modo migliore per veicolare proprio quel messaggio. […] Scopo dell’ufficio stampa è favorire l’organizzazione nel raggiungimento della sua missione e dei suoi obiettivi istituzionali

(fonte: Sergio Veneziani, Organizzare l’ufficio stampa-nuove regole e nuovi strumenti di comunicazione con i media, Il Sole 24 Ore, 2007)

Avere un ufficio stampa significa far sì che un professionista possa rapportarsi con un mondo che conosce per far veicolare comunicazioni ed informazioni, o meglio, notizie.

Qual è lo scopo dell’Ufficio Stampa?

Citando il Documento CNOG del 26 febbraio 2002: “Il giornalista deve operare nella consapevolezza che la responsabilità verso i cittadini, non può essere subordinata ad alcuna ragione particolare o di parte e annovera tra i suoi doveri d’ufficio l’obbligo di difendere la propria autonomia e la propria credibilità professionale. Tale obbligo si sostanzia altresì nel tenere l’informazione distinta da altre attività di comunicazione e di promozione, pur cooperando nella distinzione dei ruoli e nella chiarezza dei messaggi.”

La notizia è il contenuto che l’ufficio stampa dovrebbe riuscire a trasmettere ai media con cui è in contatto.
Dovrebbe perchè tante volte il concetto di notiziabilità non è prettamente conosciuto o chiaro ai vertici aziendali, ad esempio.
Quindi scopo dell’ufficio stampa non è come si potrebbe arguire la pubblicazione della notizia da parte dei media ma si può schematizzare in alcuni aspetti:

  • acquisizione di credibilità tra le redazioni e i giornalisti che vi operano
  • diventare fonte informativa sicura
  • tradurre esigenze aziendali in opportunità per i media

Chi è l’addetto stampa?

Fare l’addetto stampa è una professione che ha strettamente a che fare con il giornalismo.
Conoscere i meccanismi redazionali, sapere che vita fanno i giornalisti, conoscere i loro problemi e le loro esigenze è fondamentale per instaurare un rapporto fiduciario e di stima. E’ oltretutto importante essere un punto di riferimento certo e affidabile, che risolva problemi e non li crei.

A cosa serve un Ufficio Stampa

public relation, branding, information
Questi i tre concetti/parole chiave che danno una risposta alla domanda.

E anche questo è il mio lavoro.

Se fai parte o conosci realtà che ne avessero bisogno o ne fossero sprovviste…contattami!

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Giornalismo e tifo

Giornalismo e tifo

Si può essere giornalisti e tifosi nello sport come in politica? E’ possibile mantenere l’oggettività raccontando cose che ci appassionano o in cui crediamo?

Era il 2002 e su Repubblica Maurizio Crosetti scriveva così: “Nella storia del giornalismo sportivo non mancano casi di firme illustri che hanno sempre saputo tenere separate passione (sportiva) e professione. Sandro Ciotti era laziale, come altre famose voci di “Tutto il calcio”, ad esempio Claudio Ferretti ed Ezio Luzzi, ma dalle loro radiocronache non si capiva di certo, e neppure si intuiva il cuore genoano di Enrico Ameri. E nessuno ha mai potuto rimproverare Roberto Beccantini di scarsa obiettività, pur essendo egli juventino nel profondo. All’epoca dello storico Novantesino Minuto condotto da Paolo Valenti (amava la Fiorentina) e Maurizio Barendson (lui era del Napoli), molti corrispondenti non nascondevano le loro passioni, dal napoletano Luigi Necco all’ascolano Tonino Carino, però sempre con eleganza: nessuno di loro avrebbe mai esultato contro qualcuno…

Ho nella mente l’immagine di Paolo Valenti alla conduzione di quel Novantesimo Minuto che in tanti di noi agognavano la domenica pomeriggio per riuscire a vedere le gesta dei propri idoli calcistici.
Oltre a questa immagine non è da oggi che rifletto sul tema (in cui la casistica sportiva è l’esemplificazione più semplice da portare).
Mi chiedo spesso come un giornalista debba utilizzare la penna nel modo più deontologico possibile lasciando da parte la propria soggettività o addirittura il proprio tifo o passione.

E dopo aver letto un’intervista di qualche anno fa di Paolo Bargiggia (che ringrazio)  su calciatori.com ho deciso di rivolgermi a dei colleghi (sicuramente illustri ed autorevoli rispetto al sottoscritto e che qui ringrazio sentitamente per avere espresso il loro pensiero) per farmi aiutare in questa riflessione.
Ho posto sinteticamente tre domande e vorrei riportare qui alcune delle loro risposte, arrivando poi ad alcune conclusioni personali.

1) E’ possibile mantenere una certa obiettività raccontando una passione?

Inizia Franco Montorro (direttore di Bolognain.info, ma ci ricordiamo bene le sue esperienze nel mondo della palla a spicchi e di Hurrà Juventus per citare qualche pillola del suo curriculum). “Deve essere obbligatorio. Io ho da anni nel cassetto un libro sul giornalismo sportivo intitolato “Il tifo è un cappotto”, da lasciare appeso in sala stampa e da rimettersi solo quando si è battuto l’ultimo tasto dell’articolo o pronunciata l’ultima frase della radio/telecronaca.”
Ivan Zazzaroni (già opinionista Rai) “La soggettività la esprimi nel preciso momento in cui parli e scrivi; l’obiettività, disse Elgozy, è il camuffamento della soggettività
Per Ivano Maiorella (capo ufficio stampa di Uisp nazionale) “deve essere possibile, prima si è giornalisti e poi tifosi. O meglio il giornalista sa osservare e raccontare la realtà, calcistica ed anche politica, usando gli strumenti del giornalismo. Sa incrociare le fonti, ascoltare e confrontare diversi punti di vita, cogliere i fatti e separarli da proprie opinioni personali.” Bruno Bartolozzi, capo redattore a Stadio nella sede bolognese, ne fa una riflessione interessante: “Raccontare le passioni è anche scienza: se ne occupa in ambito filosofico la morale, la psicologica e l’estetica. Questo non significa che chi faccia questo sforzo scientifico e critico non abbia passione o passioni. Sono gli argomenti, i contenuti e l’impianto logico con cui sono sostenuti a fare la differenza. E il giudizio di chi li esamina a giudicarli compromessi con alcune affezioni, ma anche se lo fossero resta come dire, una clausola di salvaguardia. Se un dispositivo argomentativo funziona mi interessa poco chi lo propone.. Questo vale anche per lo sport che, a mio avviso, è una speciale forma di spettacolo e quindi può essere assimilato a fenomeni di rilevanza estetica, ma anche politica. In definitiva, in astratto, l’obiettività nel raccontare fatti di sport è un falso problema. Interessa quello che si dice e come lo si dice. Poi posso prendere per buono o meno un certo ragionamento e riflettere su alcuni contenuti.
Prosegue in questa riflessione aperta anche Massimo Sampaolesi (giornalista e comunicatore) “Basta ricordare che raccontiamo, comunque, dei fenomeni, accadimenti. E li raccontiamo ad una platea eterogenea dove ogni individuo ha un proprio parere e una propria verità analitica. Ribalto la questione: da genitori, possiamo criticare positivamente o negativamente i nostri figli? Sì, perché è necessario e costruttivo. Dunque, posso raccontare obiettivamente una mia passione. Sì, perché è necessario e costruttivo.
Di diversa opinione Alberto Masu (giornalista de L’Unione Sarda): “Si può essere tifosi ma fuori dal lavoro. Nel momento in cui svolgo il mio lavoro la passione deve essere messa da parte per garantire l’obiettività. Altrimenti si fa altro
Pragmatico il giornalista e blogger Rudy Bandiera: “Senza dubbio no. Ma il bello delle passioni è questo, ovvero il fatto che ci si metta il cuore e non solo il cervello. Se poi per obiettività intendiamo il capire che una passione può essere tale, allora si.

2) In ambito sportivo ad esempio sente la mancanza di quei giornalisti che un tempo non sentivano il bisogno di manifestare (talvolta nascondendola appositamente) la propria fede calcistica?

Ecco la risposta di Alessio Bertini (giornalista del gruppo Italia 7 Gold): “Personalmente sí ma credo di essere quasi una mosca bianca. La saturazione d’informazione sportiva, dovuta in larga misura dalla segmentazione di contenuti agevolata da nuovi media e ICT, ha portato alla definizione di un pubblico estremamente tifoso, tanto ampio quanto redditizio: ovvio che i contenuti che si vogliono dedicare a questo tipo di utente siano giocoforza passionali e quindi “di parte”.
Daniele Garbo (già giornalista sportivo Mediaset) invece la pensa così: “Credo che molti giornalisti sportivi si avvicinino alla professione essendo tifosi. Poi la maggior parte riesce a essere distaccato, o a smettere di essere tifoso, mentre qualcuno non ce la fa a a essere equidistante.
Questa l’opinione di Silvestro Ramunno (già Caporedattore al Domani poi l’Informazione di Bologna): “Guardo molto sport, non vedo un’emergenza giornalisti-tifosi. Vedo piuttosto la tendenza del giornalista sportivo ad entrare in ambiti non suoi senza limitarsi al solo racconto. Inoltre vedo un eccessivo peso dato ai numeri, agli algoritmi, nei tecnicismi, nei moduli…..
Vincenzo Pricolo de il Giornale pensa che “il contesto mediatico attuale sia completamente diverso. Se uno riesce a nascondere la propria passione ok, ma poi deve essere molto attento a non farla trapelare dalle sue cronache o dalle sue interviste. Considerato tutto, forse è meglio dichiararla”.
E Alessandro Dall’Olio (già redattore di Repubblica): “Un poco. Anche se ci sono giornalisti, dotati di una capacità letteraria talmente alta, ai quali si perdonano certe “passionalità”. Ma non è cosa da tutti.

3) Un giornalista che scrive su Repubblica o su Libero (ad esempio) secondo Lei deve per forza assecondare la linea “politica” dell’editore? Non intravede in questo un problema deontologico? Quali possono essere i confini?

Per Michele Smargiassi (Repubblica) la “questione è vecchia come il giornalismo. Il rapporto fra la linea editoriale e il lavoro del singolo giornalista è un po’ più complicato e dialettico dell’ “assecondare”. Salvatore Vernazza (della Gazzetta) sottolinea come “non si è del tutto credibili se si è dichiaratamente schierati”.
Per Lorena Politi di Novara Today “il giornalista deve riportare la realtà per quella che è senza riportare opinioni che possano far intuire da quale parte politica stia”.
Stefano Agresti (Calciomercato.com) è decisamente di differente opinione: “Credo che un organo di informazione debba avere una propria linea politica, decisa dal direttore, e che i giornalisti della testata non possano discostarsi da questa. Se non se la sentono di assecondarla, hanno la possibilità di svolgere altri servizi all’interno del proprio giornale, della propria tv, del proprio sito. Ad esempio semplici articoli di cronaca, anche politica, evitando i commenti.”
Roberto Olivieri (Membro del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna) osserva: “I confini, come sappiamo se il giornalismo lo pratichiamo, non sono pochi, particolarmente nel nostro Paese. Non conosco altri antidoti che non siano la professionalità e l’onestà di intenti nei confronti del lettore.”
Per Emilio Buttaro (Cultura & Culture, tra le tante collaborazioni) “il giornalismo è cambiato nel corso degli anni e credo sia importante adeguarsi ai tempi. Sinceramente non sento la loro mancanza forse perché non segue testate fazione o monotematiche.
Questa l’opinione di Luca Anselmi (Il Secolo XIX): “Purtroppo molti sono obbligati dalle circostanze, ma devo dire che a me non è mai capitato. Ritengo che si debba scrivere oggettivamente al di là della linea politica dell’editore, altrimenti si sconfinerebbe in un sistema di informazione pilotata
Andrea Chiarini (Repubblica) risponde: “I confini sono la lealtà verso se stessi, andare a letto sapendo che si è fatto il possibile, alle condizoni date, per scrivere pensando al lettore e dimenticandosi di tutto ciò che ruota attorno all’informazione. Io dormo tranquillo.”
Emilio Marrese (Repubblica): “Al di là del voto nell’urna, credo sia onesto e auspicabile che si condividano i valori, i princìpi e gli obiettivi della linea editoriale (intesa come linea del giornale e del direttore, non del proprietario) perché i giornali pubblicano notizie ma anche opinioni, idee, e credo che il senso di appartenenza sia il segreto di qualsiasi azienda (dove ovviamente ai lavoratori venga data l’opportunità di sentirsi parte)
Dario Giordo (ex giornalista di Stadio, oggi lavora presso vari uffici stampa) osserva che “mancando editori puri non c’è altra soluzione che adeguarsi alla linea editoriale, anche se diversa rispetto al proprio credo politico. Unica soluzione: farsi destinare a settori che non implicano alcun coinvolgimento politico.
Secondo Gibi Puggioni (Unione Sarda) “la linea politica la decide l’editore e il direttore ne è il garante. Il giornalista deve scrivere quello di cui è stato testimone in modo fedele. Con onestà un giornalista può scrivere tutto, tenendo la schiena dritta.”
Per Patrizio Sanasi (Consulente) ciascuno “dovrebbe esser libero di scrivere secondo le proprie idee. I confini sono purtroppo labili, ci sono nelle redazioni dei ‘leader’ che purtroppo influenzano il gruppo.
Fabrizio Corgnati è del parere che il giornalista “deve assecondare la propria linea politica, cercando di strappare con le unghie quanti più spazi di libertà possibile laddove l’editore ha una linea diversa. Il confine è personalissimo e sta nella quantità di compromessi che il singolo giornalista è disposto ad accettare.”
Per Angela Galiberti (Olbia.it) “basta assumere giornalisti fortemente ideologizzati e il gioco è fatto. Ecco perché certi giornali sono così “monolitici” e tifosi rispetto a determinate tematiche. Il problema deontologico esiste, ma nessuno lo vede perché siamo un popolo sostanzialmente immaturo del tutto incapace di concepire un’informazione libera da qualsivoglia schieramenti. I confini stanno nella correttezza professionale: una caratteristica che varia da giornalista a giornalista.
Bruno Andolfatto (LaValsusa) “Meglio un giornale con una linea precisa ma che allo stesso tempo sappia contenere al suo interno e faccia esprimere all esterno opinioni diverse.”

Conclusioni personali

A dire il vero avevo qualche mese fa iniziato a riflettere a voce alta su queste tematiche  perché le ritengo dirimenti nella professione giornalistica.
Ogni volta che mi capita di leggere testate, giornali o che guardo trasmissioni o talk show penso molto spesso al concetto di “tifo”.
Senza voler connotare negativamente questa espressione ma guardandone l’etimologia (typhos = vapore) ossia “una condizione psico-emotiva di agitazione, di passione, di ardore a volte violento come se l’animo o meglio la ragione offuscasse la mente” sarebbe necessario provare a capire come sta cambiando il giornalismo e le possibilità reali che questa ambita quanto vituperata professione può produrre.
Il blogging e la nascita di testate sul web sicuramente aumentano la produzione editoriale di contenuti legati a certe tematiche.
Sport e politica sono probabilmente il core business di certi portali e all’ordine del giorno nei bar del nostro BelPaese.
Così sui social.
Una passione certo può diventare una professione ed è un auspicio che faccio mio e che in questo blog sono solito ripetermi e ripetere.
Quando la professione non è esercitata con passione certamente la qualità ne può risentire. Tuttavia la passione non può annebbiare i contenuti deontologici che la professione esige. A parte il rischio concreto di saturazione del mercato (di media che parlano di certi argomenti siamo “ricoperti”) non è pensabile che il mercato stesso debba imporre un giornalismo falsato e strumentale.
Eppure talvolta sembra che accada questo. Siamo fortemente condizionati dal cattivo o solamente presunto giornalismo da far fatica a capire quando realtà e mistificazione si incrociano o quando certi dubbi ci dovrebbero saltare all’occhio.
Proviamo a pensare all’assurdo cui riusciamo ad arrivare, cioè che solamente perché ci viene ripetuto un concetto esso alla lunga venga reputato vero, tanto addirittura da mettere in discussione le nostre convinzioni o i nostri valori.
Ecco perché probabilmente dobbiamo ripartire tutti dall’etica, sia chi è iscritto ad un ordine professionale, sia chi utilizza i prodotti forniti da questi professionisti. Gli uni dovrebbero incarnare con la penna ciò che viene citato e “ordinato”, gli altri esserne quantomeno messi a conoscenza.
A quel punto e giocando a carte scoperte, il giornalista sarà credibile anche se palesemente tifoso o magari editorialista di una determinata o poco indipendente testata, perché si presume che racconti il vero, che verifichi ciò che dice e che scinda responsabilmente opinioni personali dalla realtà che racconta, che metta il cuore nella penna ma lo rivolga ai propri lettori e non solo al proprio editore o alla propria passione.
O sbaglio?

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Francesco Costanzini

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Je suis pour la libertà di informazione

Je suis pour la libertà di informazione

Io sono per la libertà d’informazione

Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente.”

Spiega aforismi.it che questa frase, attribuita a Voltaire, fu scritta (per la prima volta nella forma più conosciuta “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo“) da Evelyn Beatrice Hall, saggista conosciuta con lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre, in una biografia di Voltaire del 1906.

Ho pensato subito questo quando ho visto le vignette di Charlie Hebdo riferite al terremoto italiano. Sono stato tra quelli che si è schierato con il periodico satirico francese quando fu vittima della tragedia terroristica e lo rifarei.

A livello personale questo tipo di satira non mi appassiona e non mi affascina, forse talvolta è talmente sottile che non ho problemi ad ammettere che faccio anche fatica a capirla in prima battuta. L’ultima vignetta la trovo di cattivo gusto, come forse altre.

Ma c’è un “ma” in tutto questo.
Mi piace sottolineare l’idea volteriana che mi porto addosso e che tendo ad applicare al mio giudizio in tanti casi.

La libertà di espressione è un diritto talmente superiore che mi attacco a questa anche nelle occasioni in cui il mio giudizio personale e istintuale vorrebbe pensare o dire tutt’altro.

Se iniziassimo a censurare tutto ciò che non sembra conforme al nostro essere ed al nostro credo, secondo una logica partigiana sicuramente soddisferemmo noi stessi o chi la pensa come noi, ma di certo applicheremmo una scala valoriale non assoluta e che scontenterebbe altri. Si applicherebbe una sorta di dittatura.

Ecco perchè ritengo importante difendere la libertà di espressione, opinione e stampa. Quando rileggo l’articolo 21 della nostra Costituzione “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.” mi emoziono ancora e ritengo che sia questo principio a dover governare ciò che è lecito e ciò che non lo è (ad esempio se viola diritti o se commette reati).

Tante volte, dunque, dovrebbe subentrare il famoso “buon senso” e la sensibilità. Ma purtroppo non si possono pretendere nè obbligare per legge.

Quando quel 7 Gennaio 2015 Charlie Hebdo subì quell’atroce destino non ho pensato a vignette di buon senso o meno ma ho subito pensato a quelle vite umane spezzate solo per il fatto di avere pubblicato qualcosa sgradito ad altri. Come scrivevo in premessa lo rifarei anche oggi.

Tuttavia quello che è accaduto e quello che si discute sui social in questi giorni almeno costringe a riflettere ciascuno di noi sul significato dei diritti che abbiamo e di cui siamo portatori.

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere. Questo cita l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti umani e questo dovrebbe essere inscritto nelle nostre coscienze.

Ma l’emotività ci porta a giudicare secondo la nostra scala di valori e il nostro costrutto mentale, secondo le nostre abitudini e il contesto sociale in cui siamo inseriti o la cultura che ci hanno trasmesso altri. Se ragionassimo pensando di avere la verità in tasca e di essere superiori moralmente o culturalmente allora ci sentiremmo in diritto di applicare censure e di recriminare solo se certi diritti venissero negati a noi stessi o a coloro che riteniamo degni o pari a noi stessi.

Se ci pensiamo è da qui che spesso partono i problemi di convivenza e di dialogo con gli altri, indistintamente altri siano persone di diversa nazionalità, cultura o anche solo idea politica e/o religiosa.

Garantire la libertà di espressione, di opinione e di stampa (perdonate la faciloneria ma le unisco insieme) è garantire a tutti un diritto inalienabile. E’ sancire che tutti siamo uguali nei diritti di fronte alla comunità umana, seppure con delle differenze nei gusti, opinioni, storia e credo.

Trovare ed evidenziare le differenze aiuta a conoscerci ma partire da queste non serve a renderci migliori, tuttavia garantire l’esistenza delle differenze è dare cittadinanza a mio modo di vedere. Permettere a Charlie Hebdo di pubblicare vignette (ed assumersene chiaramente la responsabilità) è come assicurare il diritto anche nostro di esprimerci secondo ciò in cui crediamo.
Poi avremo persone che ci condanneranno o che dissentiranno dalle nostre idee, come noi dalle loro, ma garantire questa libertà è garantire la democrazia allontanando la tirannia del pensiero unico obbligatorio.

A proposito della libertà di opinione…. vale per tutti e quindi anche per le Istituzioni. Tuttavia chi ha responsabilità sociali e politiche avrebbe il dovere di non discriminare e comunque di porre attenzione alle sensibilità, seppur prendendo delle decisioni.

Il#fertilityday mi ha colpito negativamente. Io uomo e padre di (quasi) tre figli mi sono sentito offeso per le donne e per chi fa scelte diverse o è costretto a farle o chi non è in condizione di farle. In questo caso (attenzione) non si tratta di libertà di stampa o opinione, ma di una precisa scelta comunicativa (lecita ma che non condivido affatto). Non vorrei davvero mischiare le carte e gli ambiti ma in questa esigenza di scrivere che sento e che mi porta ad avere aperto un blog e a lavorare con le parole non volevo non dire la mia in un qualche contesto, senza dover aprire discussioni social infinite.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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