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Quando la viralità non è affatto futile

Quando la viralità non è affatto futile

Il caso è stranoto a tutti, o quasi.
Si tratta dell’hashtag #quellavoltache lanciato da Giulia Blasi (giornalista e scrittrice).

Un flusso di coscienza di centinaia di donne che sui social hanno raccontato un sopruso o una violenza subita, alla stregua di #METOO lanciato da Alyssa Milano sempre all’indomani dello scandalo Weinstein (accusato da diverse celebrità di molestie sessuali).

Ho seguito con un certo malessere la vicenda, un malessere di imbarazzo e di profondo mal di stomaco.
Invito alla lettura tutti quanti, uomini e donne che non lo avessero ancora fatto.

Tuttavia ho pensato alla potenza virale positiva che i social in questo caso hanno avuto. (Qui un’analisi molto interessante di Data Media Hub).
Twitter in questo caso è stato un amplificatore di un messaggio incredibile di coraggio e di una presa di posizione importante.

Ecco che mi si è allargato il cuore pensando a come la tecnologia sia servita per un fine di spessore e non solamente per amplificare un qualcosa di esilerante o improbabile.
Parlo a livello emozionale perchè sono tra coloro i quali non piace demonizzare, quanto più intravedere positività e cerco di far riflettere le persone quando faccio dei corsi sul concetto che siamo noi utilizzatori ad avere la responsabilità nel palmo di una mano.

Dipende da tutti noi l’utilizzo efficace e coerente dello strumento, non solo dagli altri.

Ecco perché è importante formare alla consapevolezza, far capire che è possibile generare positività ed opportunità, oltre che usufruirne, senza dover per forza alimentare meccanismi poco edificanti.

Poi anche in questo caso si incontra l’umanità frustrata, superficiale o censurabile.
Tuttavia se si è consapevoli e pronti ad arginarla e non alimentarla (ed eventualmente isolarla/segnalarla) sicuramente avremo un approccio positivo e faremo un uso virtuoso di un mezzo di comunicazione.

Il concetto più banale ma che diamo per scontato, nonostante faccia la differenza, è il fatto che con i social siamo oltre che fruitori anche creatori di contenuti.
Pertanto è precisa responsabilità di tutti comportarsi in modo adeguato per cercare di farci emulare dagli altri.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un’esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Il futuro è la formazione

Il futuro è la formazione

Mi capita troppo spesso di sentire luoghi comuni presi come opinione di riferimento e costruzione del proprio pensiero.

Ed è un meccanismo davvero semplice in cui ricadere.

“Lo dicono tutti” non dimostra affatto che ciò che dicono sia credibile o significativo. Né ci può dare certezza che un’affermazione venga da una “fonte autorevole” o da una “persona esperta”. Spesso i cosiddetti “esperti” non sanno di che cosa stanno parlando. E ci possono essere affermazioni sballate anche nei testi considerati più “seri” (spesso perché qualcuno ha copiato da qualcun altro senza verificare se l’autore fosse credibile su quell’argomento). Fonte: Giancarlo Livraghi – Gandalf.it

Eli Pariser descrive il fenomeno dei “filtri bolla”: un’isola di sole notizie gradevoli, o comunque attinenti ai nostri interessi e conformi alle nostre convinzioni, che lascia sempre meno spazio a punti di vista diversi e a incontri inaspettati, restringendo il libero scambio delle idee, facendoci credere che la realtà sia altra.

Non so se la superficialità sia una logica conseguenza di questo o di altri fenomeni, so solo che parlare senza cognizione di causa è un vizio molto comune.

Quando “ignoro” la questione sono solito tacere.

Forse per questo mi provoca fastidio, sui temi in cui credo di avere competenza, sentire apocalittiche versioni distorte delle realtà

Ma (ancora peggio) malcelo profondo sconcerto nell’essere costretto talvolta sul lavoro a dare spazio (o assecondare) opinioni alquanto superficiali e frutto di mera arroganza.

C’è una soluzione a tutto questo?

Per me sì ed è la FORMAZIONE.
Prendiamo ad esempio il mondo del digital.

Basta prendere coscienza di alcuni meccanismi e formarsi un minimo per smetterla di gridare “al lupo al lupo” come quel “giovane pastore burlone” che Esopo ci ha raccontato nella sua favola.
E acquisire la giusta consapevolezza, che approfondita potrebbe anche diventare competenza.

Formasi rischia di essere davvero la ricetta per i mali del nostro tempo.

Trovare il tempo e la motivazione per accrescere le proprie conoscenze risulta determinante per valutare correttamente l’evoluzione dei processi di cambiamento.

La formazione è alla base dello sviluppo della persona e della società, e questo non vale solo per le giovani generazioni.

Ciascuno di noi è chiamato a farlo nel suo campo.
Trovo sia la soluzione per affrontare i cambiamenti che l’evoluzione tecnologica, ad esempio, ci mette di fronte.
Nel lavoro ad esempio.
C’è bisogno di formare i nuovi ed i vecchi dirigenti, la necessità è impellente altrimenti davvero gli apocalittici avranno ragione nel pensare che uno tsunami ci travolgerà perchè ci troverà impreparati.

Ma ricordiamoci che lo tsunami è già in atto e se non ce ne accorgiamo vuol dire che ci stiamo preparando ad essere sconfitti.

Date un luogo comune a un fanatico e ne farà un dogma.
(Roberto Gervaso)

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un’esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Il web sommerso

Il web sommerso

Deepweb, darknet, ma di cosa si tratta?

Avete mai sentito parlare di siti “nascosti” ossia che non si trovano facendo delle normali ricerche in Google e che possono essere visitati solo sfruttando reti di che rendono il più possibile “anonima” la navigazione?
Si tratta del deep web e delle darknet, si tratta (attenzione!) del 96% della rete Internet.
Google non può indicizzare tutto ciò che è protetto da password, la posta elettronica, molti dei social….così nella rete più profonda si possono trovare rapporti scientifici, cartelle cliniche, estratti conto, banche dati, documenti legali ma anche materiale illegale e potenzialmente pericoloso.

Come si accede?

Con pochi clic si riesce a navigare questi mondi. Tramite browser che rendono complessa la tracciabilità, come ad esempio Tor.

Ma cosa succede entrando in questi meandri?

E’ possibile approcciare subculture discutibili e accedere a materiale di varia natura.
Sono spesso substrati in cui non vi sono particolari remore valoriali, inibizioni, talvolta in essi si riscrive il linguaggio, “diluendo” la parte inaccettabile con una terminologia edulcorata, convincendosi che tutto in fine dei conti sia lecito o comunque possibile.
Proviamo a pensare ad un ragazzo ancora in crescita che approccia a contenuti razzisti, a subculture che incitano all’anoressia, alla prostituzione via etere, all’autolesionismo, al suicidio.

Da Facebook alle chat

Gli adolescenti oggi sono iscritti a Facebook ma non lo utilizzano fino in fondo, il loro interesse si è spostato su Instagram, Snapchat, WeChat, Tango o Hike.

Il perchè è facile da intuire.

Su Facebook ci sono i propri genitori che oltretutto sono attivissimi e sempre connessi, pronti a farsi i fatti altrui e figuriamoci se non quelli dei propri pargoli.

All’adolescente medio non conviene spingersi oltre su Facebook.

Magari utilizzando Messenger, ma non propriamente bombardando di contenuti la propria timeline.

Emulazione, this is the problem

La dottoressa Rosalba Trabalzini (psichiatra) su guidagenitori.it spiega molto bene la necessità di emulazione che vive l’adolescente medio.
Se guardiamo in quest’ottica i fatti di cronaca, probabilmente riusciamo a capire come i condizionamenti dell’uso malsano del web (magari nascosto) possono indurrei ragazzi a commettere sciocchezze, o peggio, reati o efferatezze.
Ma è un problema anche per gli adulti. Pensiamo a quanti in età ormai anche avanzata hanno preso spunto da atti criminali e li hanno riproposti.
Ma a maggior ragione è necessario capire e in qualche modo proteggere chi ancora sta maturando il suo io e rischia di avere debolezze per cui può essere condizionato facilmente da mondi oscuri.
La soluzione non è la censura o il divieto, ma il tutto parte dalla consapevolezza di cui abbiamo parlato anche nei post precedenti, oltre che da un monitoraggio di ciò che accade ai nostri figli o delle loro reazioni agli eventi.

Privacy

Tutti la reclamiamo. Non ci piace essere spiati o rintracciati.
Eppure sbandieriamo a chiunque i nostri gusti, la nostra posizione, i nostri acquisti, le nostre disavventure…
Poi, quando l’anonimicità diventa un rischio (vedi chi si approccia al web per commettere reati) avremmo la pretesa che le autorità facessero il loro mestiere quasi in tempo reale.
Insomma, abbiamo tutti le idee un po’ confuse su questo tema.
E portiamo avanti il vizio un po’ italico e qualunquista che le regole debbano sempre valere più per gli altri che per noi stessi.
Chi scrive non è un fautore della censura, tuttavia ritengo che il controllo del rispetto delle norme universali della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo andrebbero tutelati, ma anche questo è sicuramente un altro tema e in conclusione vi propongo il pensiero di Rudy Bandiera.

 

Francesco Costanzini

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Come aiutare i ragazzi nella loro vita online

Come aiutare i ragazzi nella loro vita online

Parola d’ordine: prevenzione?

Avere a che fare con preadolescenti ed adolescenti oggi significa valutare alcuni aspetti che fino a quindici/venti anni fa non si pensava potessero emergere.
Avere nelle mani una potenzialità comunicativa e tecnologica avanzata e relativamente semplice da utilizzare è un’arma a doppio taglio inevitabilmente.
Lo è per il mondo adulto (e da qui nascono i problemi), figuriamoci per persone in crescita e magari in lotta con sè stessi.
Io ho figli ancora piccoli, tuttavia ho un percorso educativo alle spalle che mi rende molto sensibile a queste tematiche.
Così vorrei poter azzardare qualche riflessione e consiglio a chi si trova, da adulto, ad avere a che fare con queste esperienze.

In primis

Acquisire consapevolezza della tecnologia e dei mezzi di comunicazione che vengono utilizzati dai propri figli, alunni…
Quale social?
Quale chat in particolare?
Possiamo essere feroci oppositori dei media sociali, ma se vogliamo capire, aiutare e prevenire, è necessario che noi per primi adulti di riferimento sappiamo di cosa si sta parlando e quali possono essere i rischi o i vantaggi in gioco.

Secondo step: quando e come i ragazzi sono connessi?

Importante è capire se i mezzi di comunicazione vengono utilizzati in mobilità o solamente su device di proprietà di altri o pc condivisi in famiglia.
E’ necessario sapere quando e come ci si connette al web.
Di quanti giga si dispone? Nei luoghi che i ragazzi frequentano ci sono coperture wi-fi?

Terzo punto: autodeterminazione

In ogni social spetta all’utente decidere:
– quali contatti accettare
– cosa far vedere e a chi
– valutare quali dati personali pubblicare e quali no
– quali contenuti condividere
In un post di qualche tempo fa ho cercato di elencare alcuni consigli tecnici utili da fornire ai nostri ragazzi.
Proprio perché dalle loro scelte di partenza e dalla loro consapevolezza dipendono i risultati che ne otterranno.

Quarto punto: dialogo

Un dialogo sincero, aperto ed un confronto sono gli strumenti preventivi alla base per verificare se strada facendo si creassero dei problemi.
Chiarire dei dubbi, intuire dei bisogni, parlare senza imbarazzo di alcune questioni possono essere strumenti determinanti in questo percorso di accompagnamento.
Non è facile parlare e capire chi non ha voglia di parlare o di farsi capire, tuttavia leggere i segnali e conoscere bene chi abbiamo di fronte può fare la differenza.
Cercare di non giudicare ma accompagnare è uno degli sforzi più grandi a cui tutti noi siamo chiamati a fare.

Quinto punto: facciamoci supportare

Se riteniamo di avere bisogno di qualcuno che possa leggere al di là dei segnali o che con uno sguardo più distaccato sia in grado di darci dei suggerimenti, chiediamo l’intervento di un supporto tecnico e psicologico.
Vi possono essere tante modalità di aiuto.
Quello che io offro, ad esempio, è un percorso di accompagnamento e di formazione di base per il mondo adulto.
Conoscere, approfondire, capire sono elementi di base per poter valutare.
Se invece verifichiamo che i problemi già sussistono e si stanno aggravando coinvolgiamo immediatamente le autorità preposte ed attiviamo percorsi di aiuto immediato.

Prevenire è sempre meglio di curare, talvolta sembra che le cose ci sfuggano di mano e non ci rendiamo conto di essere già nei guai.
Ma l’angoscia o il nascondere la realtà a mio modo di vedere non sono le soluzioni ai problemi.
Certo, bisognerebbe discutere di come regolamentare alla base l’utilizzo di un mezzo tecnologico con un teenager.
Non si si può lamentare se mettiamo in mano senza un minimo di regole un congegno avanzato e costoso ad un bambino.
Ma questa è tutta un’altra storia…

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un’esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Generazione di Millennials

Generazione di Millennials

Generazione Y, Nativi Digitali, Millennials, Echo Boomers, Next Generation.

Sono tante le definizioni che si possono trovare di questi “giovini”.
Ma di chi parliamo?

Chi sono i Millennials

I Millennials sono gli utenti nati tra il 1980 ed il 2000.
Generazione di fenomeni cantavano gli Stadio negli Anni 90, chissà se si riferivano a coloro che “nell’età adulta presentano dimestichezza con la tecnologia digitale conoscendone spontaneamente i codici comunicativi” (questa una delle definizioni più ufficiali che si possono trovare).
Per il Timesono ragazzini pigri e narcisisti che vivono ancora con la propria famiglia” ma non sono la Generazione Z, come definita anche da Riccardo Coni su TSW.it e che corrisponde ai giovanissimi del XXI secolo.
Se facciamo un rapido calcolo possiamo capire a quale fascia di età appartengono queste categorie.

(Fonte: Corriere.it)

Non mi entusiasma dividere le persone in classi di appartenenza tuttavia è interessante fare delle considerazioni.

Il blog marketo.com rel=”nofollow” in un grafico spiega la differenza tra le due ultime generation.


Differenze che possono sembrare sottili, ma in realtà paiono “evolutive” del sistema.
Avete mai fatto caso (se avete bambini piccoli) di come siano attratti dagli smartphone o tablet e da come sembrino a loro agio nello scroll?

Cosa sanno fare i Millennials

Possono essere youtuber, fashion blogger, instagrammer, li definiscono anche consumatori 2.0 (Amazon è il loro regno).
Divertente l’immagine che strogoff.it pubblica in un post in cui inquadra bene i nativi digitali come utilizzatori di smartphone (e status symbol relativi) e ironizzando sulle case madri degli stessi.

brand a confronto

Lo stesso blog poi riporta anche un’infografica (a cura di Assogestioni e Demia) di sintesi.

Sempre per approfondire il tema e la vera natura di questi coetanei (sono un classe ’78 me lo concedete?) segnalo che l’Huffington Post poco meno di un anno fa ha fatto qualche intervista incrociata da cui si desumono altre caratteristiche:

Cosa non sanno fare i Millenials

Lo avevo già citato qualche settimana fa parlando nello specifico del tema delle fake news e bufale, ma mercoledì scorso ho letto su Repubblica un articolo di Federico Rampini (L’insospettabile ingenuità dei nativi digitali) che mi ha nuovamente acceso una lampadina.
Le stesse riflessioni poi le ho condivise anche con un discente di un corso che nella stessa mattinata ho condotto per un ente di formazione con cui collaboro.

“L’allarme – scrive Rampini – viene dalla Graduate School of Education di Stanford, al termine di una lunga ricerca sul campo, un’indagine che ha coinvolto studenti della secondaria, dei licei, e dell’università […] lo studio condotto dallo Stanford History Education Group (Sheg, consultabile su questo link) ebbe inizio nel Gennaio 2015”.

Il risultato di questo studio mostra una incapacità sconcertante da parte degli studenti di ragionare sulle informazioni che vedono sul web.
Eppure sono proprio loro coloro i quali utilizzano i social e il web da tempo.
Ma non distinguere contenuti pubblicitari dagli “organici”, non sapere identificare le fonti è sintomo di un problema che va al di là delle categorie e dei gusti dei Millennials.
Nei prossimi mesi, non vediamo l’ora di condividere le nostre valutazioni e lavorare con gli educatori per creare materiali che aiuteranno i giovani a comprendere il mare di disinformazione che incontrano on-line.”, queste le conclusioni di uno degli professori-autori della ricerca.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi subito a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”,

queste le parole di Umberto Eco risuonate e tanto discusse a suo tempo ma che ancora oggi ritornano quando si parla di certi argomenti e che anche l’articolo di Repubblica riporta testualmente a commento e paragone dei risultati statunitensi.

L’impreparazione degli studenti è palese, mi domando però: se facessimo lo stesso test a genitori e insegnanti degli stessi ragazzi cosa ne salterebbe fuori?
Beh lo Sheg (si legge nell’articolo) ha elaborato una sorta di prontuario per i professori.

Cosa si può fare per i Millennials?

La tecnologia ci ha consegnato alcuni mezzi, dimenticandosi però un libretto per le istruzioni. Ecco perchè probabilmente menti più conformi all’utilizzo di strumentazione “smart” si sono impadroniti di essa nell’uso quotidiano senza fare troppi sforzi intellettivi.
Tuttavia questo ha fatto sì che tanti mr Y pensino di essere perfettamente padroni del mezzo per il solo fatto di maneggiarlo.
Qui l’errore che stiamo pagando.
Nessuno ci aiuta ad aumentare la nostra consapevolezza, le diffidenze di generazioni precedenti ai Millennials in alcuni casi consentono (forse) alle persone di avere più timore nel chiedersi se effettivamente è tutto oro quel che luccica.
La paura non è mai una soluzione, tuttavia dovrebbe crescere in chiunque di noi, qualsiasi età abbiamo, quella giusta percentuale di curiosità mista al senso di responsabilità collettiva che dovremmo mostrare nell’approcciarci a strumenti che hanno un potenziale di coinvolgimento nostro e di altri molto alto.
E se tutto questo forse non può essere “innato” allora ben venga l’idea nata a Stanford di dotarsi di strumenti e formare all’uso e comprensione di ciò che si legge e si fa.

Perchè non è questione di tecnicismi, ma di coscienza e di intelletto.

(photo Credits: flickr.com/photos/statefarm)

Francesco Costanzini

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Come difendersi dalle bufale online

Come difendersi dalle bufale online

Si chiamano bufale, o forse è più cool chiamarle “fake news”. Sono fandonie messe in storia o notizia che girano online, create ad hoc per essere reputate vere. Ecco perché c’è chi le scrive e come possiamo riconoscerle.

Cosa sono?

Wikipedia definisce fake news come “a website that publish hoaxes, propaganda, or disinformation to increase web traffic through sharing on social media”.
Imbroglio, propaganda, disinformazione, acchiappa click (fenomeno del clickbaiting).
Nel gergo italiano bufale.
Ecco che possiamo ricomprendere in questo insieme una serie di strategie di comunicazione che hanno la caratteristica di contenere un qualcosa di falso.
Chiara Severgnini prova a dare una spiegazione al perché abbiamo italianizzato con bufala questo insieme e la cosa è alquanto interessante.

Perché si mette in giro una bufala?

Il metodo è semplice. Diffondere una notizia o una storia verosimile che vada a colpire emotivamente le persone. Con lo scopo della diffusione.
Meccanismo semplice che sfrutta il fatto che le persone tendono a fidarsi dei propri amici online, basta che qualcuno di cui magari ci fidiamo nella vista reale condivida sulla sua bacheca che siamo istintivamente portati a darvi credito. Questo è stato confutato da uno studio del Pew Research Center che ha mostrato come i social network aiutino a sviluppare relazioni sociali, non solo virtuali, basate sulla fiducia.

Anche Edelman, che ha pubblicato i risultati del suo “Trust Barometer” (una survey annuale volto a verificare il grado di fiducia verso governi, aziende, organizzazioni non governative e media) ha confermato la tendenza a fidarsi più delle notizie condivise dai propri pari che dalla stampa. Il 71% si fida dei risultati dei motori di ricerca e il 67% dei social media, ma permane un 69% che si rivolge alla TV (dato influenzato dalla mancata considerazione dei minori teenager). I quotidiani si fermano al 45%, i magazine al 32% e i blog al 28%.
Alberto Magnani in un articolo de il Sole 24 Ore descrive come “Paul Horner, creatore di contenuti fittizi con tanto di pagina personale Wikipedia ha dichiarato al Washington Post di guadagnare 10mila dollari al mese da GoogleAdSense, con picchi di 10mila dollari al giorno per le storie più virali. Ed è ancora un’inchiesta di Buzzfeed ad aver rivelato che un centinaio di siti pro-Trump, molto attivi nel vivo della campagna elettorale, era in realtà amministrato da un gruppo di adolescenti residenti nella cittadina macedone di Veles. I fondatori, con età media di 16-17 anni, riuscivano a incassare «anche 5mila dollari al mese» dalla diffusione di contenuti smaccatamente favorevoli al tycoon attraverso siti che potrebbero sembrare americani come Conservative News (usconservativetoday.com) o World Politicus (worldpoliticus.com)”.
L’incasso chiaramente deriva da meccanismi “pay for click”: si guadagnano soldi dagli annunci posizionati sulla pagina, agganciandosi a varie piattaforme.

Come facciamo a riconoscere le bufale?

Fioccano i suggerimenti e mi permetto anche io di indicarne alcuni. Sono quelli che utilizzo solitamente e che mi sembrano veloci ed efficaci.
Lo faccio in modo schematico.

  1. Quando troviamo una notizia sul web proviamo a guardare subito da che fonte proviene Guardare significa controllare bene se c’è una fonte. Se non c’è subentra il primo dubbio. Se c’è guardiamo bene al nome di questa fonte. Mi spiego.
    Può capitare che i siti truffa si mascherino dietro a domini simili a quelli che ad un’occhiata veloce ci possono sembrare attendibili perché riconosciuti.
    Liberogiornale.com era un esempio (oggi dovrebbe essere sospeso) poteva far pensare che fosse il sito del quotidiano Libero e de il Giornale. Non lo era affatto.
    Il Fatto Quotidaino è un classico esempio di ciò che dicevo qui sopra. Non tutti ad un’occhiata veloce (qui sta l’inganno, che si approfitta del fatto che tutti noi spesso non abbiamo tempo e facciamo le cose in fretta e magari immondo superficiale) si accorgevano che non si trattava della testata originale.
    Fa eccezione Lercio.it che è un misto di fake ma a scopo di ironia e umoristico.
  2. Secondo step. Guardata la fonte (o l’assenza della stessa) facciamo una “fatica” che tanto alcune di queste bufale ci chiedono di fare come call to action. Copiamo un pezzo del testo ed incolliamolo su GOOGLE. Vedremo tra i risultati se il tutto è frutto di una bufala magari passata e che viene poi riproposta come attuale.
  3. Consultiamo i siti anti-bufala. Ce ne sono tanti ed anche di costruiti benissimo. Addirittura chi ha studiato estensioni del browser ad hoc (vedi Bufale.net). Io da anni seguo e stimo moltissimo quest’uomo qui: http://bufalopedia.blogspot.it/
  4. Se non abbiamo tempo proviamo a chiedere a qualche amico o conoscente magari più esperto di noi nei temi espressi dalla probabile fake news.

Tre consigli sono riassunti nel video di Rudy Bandiera di cui suggerisco rapida visione: con il suo stile Rudy fornisce indicazioni semplici e molto utili.
Utilissimo anche il suggerimento di Francesca Sanzo (blogger e comunicatrice) sul suo profilo Facebook: “leggere il messaggio, scomporlo e analizzare ogni parola chiedendoci se in quel contesto abbia senso, sia pertinente, c’entri qualcosa o non si tratti solo di una super cazzola con scapellamento da qualche parte.

Una volta riconosciute cosa possiamo fare?

Anche in questo caso alcuni suggerimenti:

  1. La cosa FONDAMENTALE è nel dubbio MAI condividere il contenuto “fake”.
    Le bufale si autoalimentano con lo “sharing”, la condivisione. E’ il loro pane.
    Inoltre ne va della nostra credibilità. Condividendo a nostra volta notizie false risulteremo noi stesso meno attendibili, anche se lo facciamo in buona fede.
    Chi non vorrebbe aiutare qualcuno con un click? Beh se ci pensiamo … lo capiamo anche da soli che non è con una condivisione che possiamo essere di conforto o di aiuto. Poi ci sono casi in cui magari invece l’eccezione conferma la regola. Ma stiamo generici. Evitiamo.
  2. Segnaliamo. Se siamo su Facebook ad esempio segnaliamo il contenuto come spam o falso. Tempestiamo il customer care di Zuckerberg di segnalazioni.
  3. Se troviamo post di contatti a noi visibili che riportano la bufala…commentiamo con il link che evidenzi la natura fake della notizia

Ulteriori riflessioni

Lo Stanford History Education Group ha condotto un’interessantissima inchiesta su un campione di oltre settemila ragazzi dai 12 ai 20 anni che ha evidenziato (come descritto da Repubblica) la loro “difficoltà nel distinguere contenuti comuni dalla pubblicità così come i problemi nel comprendere la fonte di un articolo”.
Non basta essere Millennials dunque per essere scafati.
Altrettanto interessanti le considerazioni della Professoressa Giovanna Cosenza di qualche giorno fa sul suo blog: “delle chiacchiere su filtri bolla, post-verità e bufale, per dirla in termini spicci, non frega niente a nessuno. Per dirla in modo più elegante: di queste cose importa solo ed esclusivamente a coloro che stanno dentro al filtro bolla in cui si parla, appunto, di filtri bolla, post-verità e bufale. Detto ancora in altri termini: non è parlandosi addosso che si esce dalla bolla in cui ci si parla addosso.”
Beh trovo in effetti la considerazione alquanto vera. In questi giorni ho letto molti pareri sul tema “fake” e bufale ma da blogger, comunicatori o giornalisti che sono molti dei miei contatti, con cui interagisco o che cerco maggiormente.
La spiegazione sta in questa bolla di cui parla la Cosenza. Ognuno cioè vive la propria vita in un mondo fatto a misura di marketing che finisce per diventare costrittivo, ciò che Eli Pariser (Il Filtro) chiama la «bolla dei filtri». Un’isola di sole notizie gradevoli, attinenti ai nostri interessi e conformi alle nostre convinzioni (così cita testualmente una recensione de Il Saggiatore).
Tema sentito o no le conclusioni che ne traggo sono fondamentalmente le stesse che ho cercato di esprimere con il mio post precedente, quando non sono riuscito a tacere sulle esternazioni di Beppe Grillo.
Difendersi dalle bufale è possibile.
Basta volerlo.
Non è il social il problema, ma come lo si usa.
Ardiaje ????

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un’esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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