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Come indicizzare un sito su Google

Come indicizzare un sito su Google

Come indicizzare un sito: la sitemap

Non trovi il tuo sito cercando su Google?

Ecco alcune semplici istruzioni per capire come indicizzare un sito.

Già, perchè non basta mettere pagine web online o utilizzare strategie SEO sulle pagine per far sì che Google ci prenda in considerazione.

Se avete appena creato un sito o lo ha fatto qualcuno per voi, assicuratevi che siano state eseguite le seguenti azioni.

Ogni sito contiene una pagina Web che descrive gerarchicamente tutte le pagine di un sito web. Si chiama sitemap.

Google descrive come crearla utilizzando anche servizi terzi.

Come indicizzare un sito: la Google Search Console

Creata la sitemap è necessario copiarsi l’indirizzo in cui essa è pubblicata (es.www.tuosito.com/sitemap.xml) e andare su un tool potentissimo che Google ci mette a disposizione gratuitamente.

La Google Search Console è uno strumento a cui “dare in pasto” la nostra sitemap, dopo che abbiamo fatto verificare al sistema la proprietà del sito che vogliamo indicizzare tramite le istruzioni che vengono dettagliate in modo molto chiaro.

Google Search Console consente di monitorare e gestire la presenza del tuo sito nei risultati della Ricerca Google (Fonte: support.google.com)

Una volta attivato il meccanismo lo strumento troverà errori e suggerirà come correggerli, andando ad indagare dentro tutto il sito per favorire l’indicizzazione da parte di Google stesso.

Come indicizzare un sito: il link

Utilizzare la Search Console non è l’unico sistema, ma è quello che io utilizzo e che suggerisco.

Altrimenti per dare un segnale di vita a Google è possibile connettersi ad una pagina specifica.

A questo punto il motore di ricerca più utilizzato al mondo inizierà a considerare i nostri contenuti e valutarli a seconda del suo algoritmo.

E a questo punto, la palla passerà a noi.

Nelle nostre mani la possibilità di posizionare bene o male il nostro sito.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Ottimizzazione testi per i motori di ricerca: alcuni elementi utili

Ottimizzazione testi per i motori di ricerca: alcuni elementi utili

Ottimizzazione testi? Si grazie

La SEO è morta. Viva la SEO“.
Ci sono teorie, studi e parecchie versioni.
Sta di fatto che a mio parere parlare di SEO oggi ha ancora molto senso.
Voglio anche spiegare il perchè ed abbozzare qualche consiglio per l’ottimizzazione testi.

Se si vuole intercettare una domanda che il consumatore tipo (noi) esprime attraverso una “query” sui motori di ricerca, allora ha senso metterci nelle condizioni di farci trovare.

Mi perdoneranno esperti e tecnici del settore, non vorrei banalizzare le cose, ma aiutare solamente chi volesse iniziare un percorso e provare a scrivere un articolo che si avvicini ad essere ottimizzato dai motori di ricerca.
Diciamo un articolo di un blog, ad esempio, che sia il più possibile “friendly” per Google.

Ecco cosa fare.

Una volta scelta la parola chiave su cui posizionare il post (percorso che richiede una ricerca ed una specifica analisi, che cercherò di raccontare prossimamente), è bene considerare ALMENO questi aspetti.

TITOLO

Scegliere un titolo attinente e che possibilmente inizi con la keyword prescelta e che sia in H1

URL

Personalizzare l’url con la keyword ben presente

DESCRIPTION

La description sono quelle righe di testo che il motore di ricerca legge e che può avere senso che contengano la parola chiave.

(Fonte: norlandigital.com)

BODY (CORPO DEL TESTO)

Nel testo del post è bene ripetere la parola chiave, senza esagerare. Si dice almeno 4 o 5 volte, ma in modo coerente e garantendo qualità del testo, facilità di lettura e senso compiuto dei periodi.
E’ bene facilitare al lettore la visualizzazione e la lettura stessa, quindi usiamo paragrafi brevi, inseriamo immagini, formattiamo il testo utilizzando sottotitoli (in H2 magari con la keyword), corsivi, citazioni, grassetti…
E’ inutile “giustificare il testo” perchè Google non ne conosce il significato.

IMMAGINI

Le immagini dovranno essere libere da copyright, di buona qualità, ma la loro “pesantezza” dovrà essere ottimizzata. La lentezza di caricamento è un elemento fortemente penalizzante.
Almeno una immagine dovrà avere il titolo corrispondente alla keyword e l’alt tag descrittivo con la parola chiave.

VIDEO

I video, se attinenti, sono molto apprezzati e aiutano il lettore e quindi anche il motore di ricerca li predilige. Si possono incorporare anche video non propri, ma che ad esempio approfondiscano un tema o confutino una tesi.

LINK INTERNI E IN USCITA

Elementi molto importanti sono i link che rimandano magari ad argomenti del nostro blog già affrontati e approfondimenti a siti terzi (autorevoli e attinenti mi raccomando).

La lunghezza del testo è un parametro che viene valutato, si dice di pubblicare non meno di 300 parole… ma tutto è relativo. Il consiglio è quello di non fare testi troppo corti e ricordiamoci di scrivere per il lettore e non per Google.

Non dimentichiamoci che Google valuta la qualità dei nostri componimenti, pertanto curiamo il nostro lavoro e assicuriamoci di aver rispettato il nostro potenziale lettore con un argomento di valore.

Francesco Costanzini

Mi chiamo Francesco, classe 1978, papà di 3 bambini. Scrivere è un'esigenza. Una passione ed oggi una professione. Amo la mia famiglia, il digitale, il calcio, il nuoto e la buona tavola. Offro le mie competenze digitali ad aziende, liberi professionisti, associazioni, enti per la propria comunicazione.

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Reputazione online: come mantenere un buon livello

Reputazione online: come mantenere un buon livello

Reputazione online: di cosa stiamo parlando?

La reputazione online oggi è un parametro decisamente importante, da non sottovalutare.
Anzi sempre più recruiter, potenziali clienti/fornitori, manager nel campo delle risorse umane e non solo misurano e valutano la nostra reputazione digitale.

Hai mai provato a cercare su Google il tuo nome, quello della tua azienda o quello del tuo prodotto? Ciò che otterrai analizzando i risultati della ricerca e mettendo insieme le informazioni, sono la tua reputazione online, a cui poi andranno aggiunti chiaramente gli studi sui profili social e le conversazioni in cui siamo coinvolti.

Come gestire la reputazione online al meglio e mantenere un buon livello?

reputazione

“Ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla. Se pensi a questo, farai le cose in modo diverso.” (Warren Buffet)

Ecco alcuni consigli utili per mantenere un buon comportamento “sociale” ed essere considerati bene sul web.

  • Usa un linguaggio chiaro, attenzione all’ironia.
  • Sii credibile pubblicando notizie attendibili (attenzione alle bufale e fake news)
  • Non sottolineare gli errori di scrittura altrui
  • Pensaci prima di caricare una tua foto se in un futuro potrebbe imbarazzarti vederla
  • Chiedi il consenso prima di pubblicare foto che ritraggono altre persone
  • Evita l’invio di messaggi a X persone contemporaneamente promuovendo un qualcosa che interessa probabilmente solo a te
  • Ricorda che essere educati “richiama” l’educazione
  • Non invitare nessuno al giochino che tanto appassiona. Non tutti amano giocare.
  • Non aggiungere nessuno a un nuovo gruppo senza prima chiedere il permesso. Ed è comunque sempre meglio limitarsi al semplice invito.
  • Se richiedi l’amicizia/contato a qualcuno che non hai mai incontrato di persona, invia un messaggio spiegando perché vuoi essere suo amico/a.
  • E’ buona educazione apprezzare con un like i saluti o i commenti gentili che ti riguardano.
    Non è valutato positivamente iscriversi ad un social senza interagire con la comunità. Non facciamo i guardoni, ma rispettiamo le regole del “gioco”
  • Non facciamo i leoni da tastiera pensando erroneamente che essendo su un social si possa dire quello che passa per la testa. Non scrivere mai cose che non diresti anche di persona….e se sono cose volgari o offensive…lascia perdere!
  • Condividi i contenuti che ti appassionano, senza tediare

Ricordati che se le opinioni sociali non vengono confermate da atteggiamenti “in real life” coerenti, tutti gli sforzi digitali saranno vani.

Come si misura la reputazione online?

Ecco alcuni strumenti.

Google Alert
Google Alert consente di avere notifiche automatiche non appena vengono rilevati nuovi contenuti sulle parole chiave specificate, recuperando dati da pagine web, blog, ricerche o articoli all’interno della rete di Google.
E’ possibile Configurare Google Alert per ricevere automaticamente queste notifiche e capire cosa si dice di noi.

SocialMention
Motore di ricerca capace di analizzare la sfera social ricercando menzioni, conversazioni, commenti che si riferiscono al proprio marchio ma anche ai competitor.

Reputology
Reputology offre un servizio (a pagamento) di monitoraggio della reputazione online del brand ad esempio inviando prontamente un alert via email per i commenti negativi….

TalkWalker
Strumento professionale di monitoraggio della reputazione online (anche questo a pagamento)

“Un buon nome, come la buona volontà, si ottiene con molte azioni e si perde con una.”
Lord Francis Jeffrey

Francesco Costanzini

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A cosa servono le competenze digitali

A cosa servono le competenze digitali

Competenze digitali: perchè?

Ce lo dice l’Europa.
Le competenze digitali diventano “competenze chiave” per il Consiglio dell’Unione Europea che lo scorso 23 maggio ha pubblicato le raccomandazioni, dodici anni dopo le prime.

“È necessario innalzare il livello di padronanza delle competenze di base (alfabetiche, matematiche e digitali) e sostenere lo sviluppo della capacità di imparare a imparare quale presupposto costantemente migliore per apprendere e partecipare alla società in una prospettiva di apprendimento permanente”.

Quindi avere competenze digitali potrebbe significare trovare maggiormente lavoro?

E’ esattamente questo il punto.
Su quali competenze digitali ha senso investire per avere un futuro professionale richiesto e ben remunerato?
Vediamo i risultati di uno studio condotto da Idc per conto di Cisco.

1. Data management/analytics

Questa macroarea comprende la business intelligence analyst, business intelligence architect/developer, data engineer, data scientist e database architect. Il tema dei big data è uno di quei temi che sicuramente devono essere approfonditi.
Sempre più università ed enti di formazione dovranno ampliare un’offerta su questi temi.

2. Cyber Security

La sicurezza informatica è uno dei settori chiave per il futuro e il profilo del security management specialist, in particolare, è al vertice nella classifica delle figure professionali ritenute strategiche dagli esperti di tecnologia, sia a livello mondiale che nello specifico del contesto europeo.

3. Infrastrutture IT

L’area delle infrastrutture informatiche rappresenta un’altra scelta. Network engineer/architect, network/systems administrator, systems analyst, social media tech manager/administrator e computer support specialist i profili più interessanti.

4. Sviluppatori di software e app per mobile

Ecco un’area su cui da un po’ di tempo è possibile costruirsi competenze e di cui si sente parlare.

5. Digital Transformation

Si arriva alle figure professionali che dovranno traghettare le aziende verso il futuro in chiave 4.0, che tuttavia, secondo l’analisi di cui sopra, non hanno un tasso di offerte di lavoro attuali e di crescita a lungo termine paragonabile a quello delle altre quattro aree professionali.

“Riteniamo che la digital transformation permetta di guidare un’innovazione agile, trovare modi migliori di lavorare, adottare nuovi modelli di business e offrire una migliore esperienza ai clienti”. (Luca Zerminiani, senior manager, Systems Engineering, di VMware Italy)

Molto preoccupante la situazione nel nostro Paese, analizzata su Industria Italiana 

In un altro articolo viene intervistato Marco Gay presidente di Anitec-Assinform, l’Associazione delle Aziende di Information Technology e dell’Elettronica di Consumo, aderente a Confindustria, che dichiara:

“non è più sufficiente preoccuparsi di cosa serve alle aziende in termini di nuovi specialisti ITC, ma bisogna estendere l’attenzione alle professioni tradizionali. In tutte esiste, più o meno, la necessità di avere skill digitali.”

Il problema è che il gap negativo tra capacità dei lavoratori e necessità del mercato va colmato perchè si sta vivendo una insoddisfazione di una domanda importante di futuro.

Ecco uno dei motivi per cui demonizzare e parlare solamente di rischi in ambito digitale non è corretto.

E’ necessaria una conoscenza, una consapevolezza ed un’offerta formativa ampia, di qualità e facilmente accessibile in tutta la nostra penisola.

Non lo dice solo l’Europa, lo dice il mercato del lavoro.

Vi sembra poco?

Francesco Costanzini

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Siamo troppo creduloni? Il fenomeno degli influencer

Siamo troppo creduloni? Il fenomeno degli influencer

Influencer: di chi stiamo parlando?

C’è una categoria all’interno del mondo del lavoro, che divide in maniera netta l’opinione pubblica.

I cosiddetti “influencer”.

Influencer: individui con un più o meno ampio seguito di pubblico che hanno la capacità di influenzare i comportamenti di acquisto dei consumatori in ragione del loro carisma e della loro autorevolezza rispetto a determinate tematiche o aree di interesse (Glossario Marketing)

Influencer marketing: guardiamo un po’ di dati

I dati forniti da Zine sugli influencer nel mondo, e pubblicati su eMarketer, riportano che quasi l’80% di essi utilizza Instagram per le azioni di influencer marketing.

Fonte: emarketer

Negli Stati uniti il social fotografico ormai di casa Zuckerberg è utilizzato dal 70% delle aziende.

Dal 2015 al 2017 è stato registrato un incremento di post pubblicati da influencer su Instagram, facendo incrementare ancora di più il numero di “mi piace”, in media 682 per post. (Fonte: emarketer)

Un’inchiesta di Bloglovin’ evidenzia come ben il 54% delle intervistate afferma di aver acquistato un prodotto grazie alla raccomandazione di un influencer; il 45%, inoltre, ha iniziato a seguire un brand proprio perché lo ha visto o scoperto grazie al post di un influencer. Ma se non c’è coerenza tra il personaggio e il prodotto o servizio menzionato, il messaggio rischia di risultare fastidioso e suona quasi come un tradimento (e il 59% delle intervistate afferma di essere in grado di accorgersene).

Secondo lo studio The State of the Influencer Marketing di Klear, nel 2017 sono stati pubblicati ufficialmente un milione e mezzo di post, due volte quelli dell’anno precedente. In un anno il business è cresciuto del 198% , e moda e beauty sono le industrie che vi investono di più (Fonte: Il Sole 24 Ore).

GQ Italia ha pubblicato la classifica dei 10 influencer più potenti del 2018, grazie ai dati di NewsWhip aggiornati a metà Marzo del 2018.

Perché accade tutto ciò

Chi lavora nel mondo della pubblicità da tempo potrà sicuramente dirci che tutti noi siamo più portati ad acquistare un prodotto (o un servizio) quando ce lo consiglia qualcuno che conosciamo. In fondo il passaparola è ancora il re incontrastato nel mondo del marketing, non vi pare?

È per questo che da tempo le aziende tendono ad associare i loro marchi ai volti familiari di V.i.p o cosiddette star televisive, musicali, sportive o del cinema.

Ed è probabilmente per questo motivo che oggi le stesse aziende spendono una parte sempre più consistente dei loro budget pubblicitari nel cosiddetto influencer marketing?

Io credo di sì.

Ma tutto questo funziona?

Sembra di sì visti i budget spesi e i dati raccolti.
Da qualche tempo questi personaggi influenti devono associare la loro promozione con un hashtag che identifichi che quello che stanno facendo è lavoro retribuito.
Tuttavia gli studi non parlano di crolli a causa di questa operazione che ha portato un po’ più di trasparenza.

Ragioniamo insieme.
I social network non sono altro che locali frequentati da persone comuni con passioni, interessi e gusti specifici.
I social profilano i loro iscritti per vendere spazi pubblicitari.
Non lo scopriamo adesso.
Quindi frequentando un social assiduamente saremo sollecitati da contenuti che siano presumibilmente in target con i nostri gusti ed interessi (misurati dalle strutture tecniche degli stessi social in tempo reale).

In fondo per passare tempo a fare qualche attività di nostro gradimento c’è bisogno di gratificazione (il compiacimento altrui), la curiosità un po’ morbosa di spiare gli altri e magari entrare in contatto (o pseudo-tale) con persone che reputiamo interessanti.

Con i social possiamo vedere e ascoltare cosa le persone dicono e fanno quotidianamente.

Un appassionato di sport vede il suo campione, chi ama la moda può seguire marchi o modelli/e e via andare…

Cosa accade se chi seguiamo ci propone dei prodotti? Beh saremo tentati di apprezzarne comunque il contenuto.

Mettereste più volentieri il like ad una nota marca di scarpe o all’adorato sportivo/a che le indossa?

Gli apprezzamenti ed i commenti cosa fanno?
Fanno propagare a dismisura i contenuti.

Ci troveremo tutti ad essere inconsapevoli pubblicitari o (meglio) portatori di interesse di quel marchio.
Saremo noi stessi a fare pubblicità, oltre che essere potenziali acquirenti.

Apprezziamo e crediamo di più ai contenuti che ci vengono proposti da persone per noi interessanti.

La logica influencer è questa.

Si basa su meccanismi a cui aderiamo essendo frequentatori dei social.

I più puri e sostenitori della loro libertà intellettuale diranno che i creduloni sono tutti quei “pecoroni” che seguono la Ferragni o Mariano Di Vaio e si sentiranno esenti da tutto ciò, quasi come se fossero vaccinati.

Eppure ai meccanismi su cui si basa l’influencer marketing siamo tutti soggetti, più o meno consapevolmente.

Magari non lo crediamo, ma in qualche campo anche noi abbiamo influenza.
D’altronde il principio delle bufale che circolano in rete non si basa proprio su questo concetto? Pensateci.

Ma siamo tutti così fessi? E funziona sempre e per tutti i casi?

Attenzione, non generalizziamo.

Il meccanismo, o meglio la strategia dell’influencer marketing funziona, ma va data molta attenzione alla coerenza con cui essa viene applicata.
Se Chiara Ferragni promuovesse un pneumatico antineve sarebbe credibile?
Inoltre, tornando al social Instagram, dove il tutto sembra avere successo, bisogna fare attenzione ai bot e ai fake da cui siamo attorniati.
E’ poi possibile scovare anche tanti spacciatori di influenza ma che in realtà ci possono vendere solamente tanto fumo…

Quindi, facciamo sempre attenzione. rendiamoci consapevoli di quel che accade e agiamo di conseguenza sia nelle nostre strategie di business sia quando siamo semplici utenti finali.

Francesco Costanzini

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Digital Strategy per aziende

Digital Strategy per aziende

Digital strategy per aziende: facciamo un approfondimento

Perchè è necessaria una digital strategy

Il 62% delle imprese che hanno deciso di scommettere sul digitale ha notato un miglioramento significativo nei ricavi, con aumenti che nel 12% dei casi risulta compreso tra il 25% ed il 40% dei ricavi e nel 20% compreso tra il 10% ed il 25% dei ricavi. (Digital Transformation Institute)

E’ possibile oggi fare a meno della digitalizzazione?

I numeri parlano chiaro, tuttavia c’è ancora parecchia resistenza.

Solo il 32 per cento delle imprese arriva a una digitalizzazione media e addirittura il 5 per cento a quella d’alto livello e soprattutto nei settori tecnologici. (Fonte: La Stampa)

Oltre la metà della popolazione mondiale risulta ad oggi connessa in rete, perchè dunque ancora cerchiamo di convincere qualcuno ad investire pensando digitalmente?

Probabilmente il fatto di essere restii alla digital strategy è dovuto a preconcetti o ad esperienze negative, vissute con professionisti poco seri oppure a causa del fai-da-te.

Pemsare agli strumenti prima che alla strategia è l’errore più comune.

E gli errori portano a scoraggiarsi, alla frustrazione di aver perso tempo e spesso denaro inutilmente, tendendo poi a costruirsi l’idea che l’esperienza negativa sia l’unica risposta possibile all’esigenza e pertanto assumendo come regola assoluta il tutto arrivando a pensare che il web, il digitale non servano a nulla.

Ma proviamo a ragionare in modo semplice, ma razionale.

Se davvero entro il 2021 (previsione Cisco Global Mobile Visual Networking Index) gli esseri umani dotati di smartphone saranno oltre i 5 miliardi, l’88% della popolazione del nostro Paese userà dispositivi portatili, e il traffico online aumenterà di sei volte come non pensare di voltare pagina e scommettere su una strategia diversa?

Che cosa significa avere una digital strategy per aziende

Una strategia di digital marketing non è altro che un’analisi completa del proprio business che diventa una sorta di lista di obiettivi ed azioni legate a questi obiettivi.

Che tenga conto di tutto ciò che è offline (che non va eliminato) e che lo possa legare all’online in modo coerente e adeguato.

Nessuna regola precostituita, nessuna formula magica.

Non si può parlare di SEO senza capire qual è la propria mission, non si può parlare di social senza individuare il proprio target di clienti e senza capire che strada far per intercettarli.

Si parla di poter finalmente analizzare dei dati, di mettere in relazione ciè che si ha con ciò che si potrebbe avere.

Non si tratta di essere ciò che non si è, ma solamente di guardarsi dentro con occhi un po’ più “critici”, o meglio, attenti, cambiando il punto di vista.

Una digital strategy ben composta non forza nessun passaggio, non esercita violenza nella mente delle persone, ma si accompagna ad un percorso di formazione e consapevolezza.

Come si costruisce una strategia digitale

La digital strategy non si improvvisa, ma si crea con pazienza e profesisonalità.

Innanzitutto ci vogliono presupposti all’interno dell’organico aziendale.

Bisogna iniziare a contrastare gli “abbiamo fatto sempre così”, i “da noi non funziona”, “sarebbe bello ma….”.

Per approcciare la rivoluzione digitale bisogna comprenderla e tenderle la mano. Altrimenti si perde tempo.

E’ poi possibile farsi aiutare.

Non è insolito avvalersi di consulenti, che con un occhio esterno siano in grado di capire punti di forza e debolezza in modo “distaccato”, neutrale.

Avvalersi di un professionista, il consulente, signica perciò iniziare un percorso di crescita (reciproca) che si deve basare su fiducia (reciproca) ed entusiasmo.

Nelle PMI il marketing è seguito da tutti (e da nessuno) in molti casi, avere un consulente è sì un costo (fisso) ma indispensabile, in quanto porta a risultati tangibili in termini di crescita e fatturato.

Bisogna superare lo stallo, la diffidenza, la tendenza alla fretta ed a presumere di conoscere ciò che non si conosce a fondo.

Sono ostacoli non indifferenti, credetemi.

Ma ne vale la pena…  le aziende che hanno capito l’importanza di investire in una strategia digitale sono quelle per cui la crisi si è trasformata in uns vera e propria opportunità.

Cosa faccio per te

Posso aiutarti a costruire una digital strategy, per far crescere la tua azienda e creare i presupposti migliori per redere vincenti le scelte di comunicazione.

Photo by The New School on Foter.com / CC BY-NC-ND

Francesco Costanzini

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